Che la Rai, attraverso l’informazione di Tgr Sicilia, in tutti gli anni in cui la redazione regionale è stata guidata da Vincenzo Morgante – dal 2003 al 2013, ma anche dopo visto che cinque anni fa è diventato direttore dell’intera Tgr – si fosse fatta parte attiva per cucire addosso ad Antonio Calogero Montante, in carcere per associazione per delinquere e indagato anche per associazione mafiosa, l’etichetta farlocca di campione antimafia è risaputo da tempo.
Ma che Morgante fosse un sodale così assiduo di Montante e si fosse affidato a lui e alla sua rete di potere, con tutto il suo carico di traffici di influenza (spesso illecita), è noto solo da quando è divenuto pubblico il rapporto della squadra mobile della Questura di Caltanissetta sui rapporti e sulle frequentazioni di Montante con i giornalisti.
Non solo pranzi e cene in ristoranti e alberghi di lusso, spesso con la partecipazione di figure investite di importanti responsabilità pubbliche le quali dovrebbero rendere conto e attestare di avere mantenuto integra la funzione esercitata. Ma anche una richiesta di raccomandazione, da Morgante a Montante, perché lo facesse promuovere da caporedattore a vicedirettore della Tgr.
“E perché (solo) vice?” sarebbe stata la risposta dell’ex meccanico di Serradifalco, abituato a pensare, e agire, in grande, come il livello dei traffici che lo vede coinvolto sta dimostrando.
E infatti Morgante non diventerà mai vicedirettore. Ma – semplicemente, e direttamente – direttore. Carica ricoperta finora e dalla quale presto probabilmente dovrà separarsi.
Accade infatti che della raccomandazione chiesta a Montante, Morgante debba rendere conto innanzitutto all’Azienda concessionaria del Servizio pubblico il cui codice etico non consente tali atti e con la quale pertanto la propria permanenza in organico, addirittura nel ruolo di direttore della Tgr, è incompatibile.
Ma, prima che ciò accadesse, Morgante, giocando d’anticipo, guadagna una via di fuga verso uno dei luoghi in cui ha sempre trovato protezione, puntualmente ricambiata ponendo a disposizione la propria funzione, che da quindici anni ormai esercita in posizioni di comando nell’informazione Rai.
E’ stato infatti nominato direttore delle reti della Conferenza episcopale italiana “Tv2000” e “In Blu radio”. Del resto le gerarchie vaticane hanno sempre costituito una delle fonti – non l’unica, ma una delle più importanti – del potere sul quale Morgante ha costruito la sua carriera. Ne sanno qualcosa i giornalisti a lui sottoposti che più volte hanno dovuto battersi invano per non vedere piegato il diritto-dovere di cronaca agli interessi di prelati ed esponenti della chiesa coinvolti in svariati scandali, dalla pedofilia alla ruberia in varie forme.
La Chiesa cattolica, dunque, e soprattutto alcuni esponenti di vertice, solo uno dei “danti causa” di Morgante.
Altri sono stati Giuseppe Lapis di Confindustria (suo mentore, prima di Montante, Catanzaro, Lo Bello) e, tra i politici, Salvatore Cuffaro, Renato Schifani, Raffaele Lombardo, Beppe Lumia.
Ma uno, soprattutto, gli è stato sempre vicino: Sergio Mattarella. Che infatti, da ministro, lo volle come proprio segretario particolare. E che, da presidente della Repubblica in pectore, il 31 gennaio 2015, lo accolse a casa sua mentre il Parlamento in seduta comune lo eleggeva capo dello Stato. Una foto che lo ritrae in casa Mattarella finì su Repubblica. Difficile credere che sia stato il presidente a mandargliela ma, da quel momento, il potere di Morgante all’interno della Rai è cresciuto a dismisura. Tra il serio e il faceto, secondo quello che si racconta a Borgo Sant’Angelo, sede della direzione Tgr, dove in ogni momento di assenza – frequentissima – di Morgante, la battuta corrente era: “è a colloquio col capo dello Stato”.
Del nome di Mattarella Morgante ha fatto un uso, riservato ma pesante, su ogni tavolo dal quale potesse ricavare qualcosa. Per esempio quello delle nomine Rai di agosto 2016 quando la sua direzione fu salvata proprio dal suo essere “amico di Mattarella” come anche pubblicamente vari esponenti istituzionali dovettero riconoscere, visto che la poltrona di Morgante fu salvata dall’intervento in viale Mazzini di un consigliere del capo dello Stato.
Del resto Mattarella ha sempre trattato quasi come un figlio adottivo “Vincenzino”: così lo chiama, o almeno lo chiamava, fino a qualche tempo fa.
Quel rapporto della polizia, diventato di pubblico dominio, sui legami e sul tipo di relazioni intrattenute da Morgante con Montante, non è proprio piaciuto a Mattarella. Che per la prima volta ha preso le distanze da “quel bravo ragazzo” (così lo considerava) che nei primi anni ’80 accolse come portaborse nella sua segreteria politica. “Bravo” soprattutto ad usare quella “borsa” per trafficare in influenze e costruire nel laboratorio della propria rete di potere una carriera impensabile. Fino al vertice della più grande testata giornalistica d’Europa: finanziata dai contribuenti italiani.

 

fonte laprimatv.it

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