Se i profughi che viaggiavano a bordo della nave Diciotti sono stati vittime di un sequestro di persona, come sostengono le Procure di Agrigento e di Palermo, come è possibile che a risponderne debba essere solo il ministro dell’Interno Matteo Salvini? Chi si è limitato a eseguire gli ordini del Viminale non può essere incriminato, e per questo anche il capo di gabinetto del ministero Matteo Piantedosi, inizialmente iscritto tra gli indagati, è rapidamente uscito di scena.

Ma c’è almeno una figura che ha svolto un ruolo cruciale nella vicenda, e che non faceva parte della linea di comando degli Interni: il problema è che si tratta di Luigi Patronaggio, il procuratore della Repubblica di Agrigento, che dell’indagine contro Salvini è stato in queste settimane il protagonista, prima di trasmettere il fascicolo a Palermo. Uno scenario paradossale, quello della incriminazione di Patronaggio, ma che ad una lettura asettica delle norme del codice parrebbe difficilmente evitabile. Ovviamente non accadrà, ma questo rende ancora più marchiane le incongruenze della trasformazione di un caso politico e istituzionale in faccenda da codice penale.

L’interrogativo incombe sul caso fin dalle ore drammatiche del 22 agosto, quando Patronaggio sale personalmente a bordo della nave della guardia costiera, ormeggiata a Catania. Cosa accade, quel giorno? Patronaggio compie una accurata ispezione della nave, parla con gli ufficiali e con i profughi, visita i malati, insomma si rende conto perfettamente della situazione. Che un sequestro di persona sia in corso, d’altronde, per il procuratore è già chiaro, tant’è vero che ha aperto nei giorni precedenti un fascicolo a carico di ignoti per questo reato oltre che per arresto illegittimo. La visita a bordo non farà che rafforzarlo nelle sue convinzioni, e lo spingerà tre giorni dopo a recarsi al ministero dell’Interno per interrogare alcuni funzionari, e a incriminare subito dopo Salvini e Piantedosi.

Eppure quel 22 agosto, compiuta l’ispezione a bordo, Patronaggio lascia la nave senza fare nulla perché la drammatica situazione cessi immediatamente. Poteva intervenire? Per legge sì, anzi ne aveva il dovere. Basta leggere l’articolo 55 del codice di procedura penale: «La polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati e impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori». Si potrebbe obiettare: fatti della polizia, Patronaggio non c’entra. Ma l’articolo successivo stabilisce chiaramente che «le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte alla dipendenza e sotto la direzione dell’autorità giudiziaria». La polizia, insomma, non è altro che il braccio operativo della magistratura: in quel momento, la pg opera insieme a Patronaggio, ne esegue gli ordini, e infatti lo accompagna sulla nave. Se a bordo della Diciotti era in corso un sequestro, Patronaggio aveva l’obbligo di farlo cessare immediatamente. E poiché non lo ha fatto, sul suo comportamento incombe un altro articolo – anch’esso assai chiaro – del codice: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Nel momento in cui, dopo avere visto con i suoi occhi cosa accadeva sulla nave, se n’è tornato tranquillamente ad Agrigento, Patronaggio per la legge si è reso complice di Salvini. Se i migranti erano in ostaggio, il procuratore ha permesso che per altri tre giorni, fino allo sbarco del 25 agosto, restassero illegalmente a bordo della nave: con conseguenze potenzialmente drammatiche, visto lo stato di salute (a detta dello stesso Patronaggio) di molti di loro.

I pm di Palermo, insomma, potrebbero in teoria incriminare il loro illustre collega: ma non lo faranno mai, anche perché in quel caso dovrebbero mandare l’intera inchiesta a Caltanissetta.

 

fonte ilgiornale.it

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