La “normalità” di Cosenza, la mia città

“Fotte niente” avevo detto a Marco quella sera in pizzeria. “Mi trovo le mie storie, me le scrivo e fanculo al mondo”.
Una bella storia ce l’avevo già fra le mani, una di quelle che a Cosenza fanno rumore e ti procurano solo guai e nuovi nemici. Case popolari, un fiume di cemento gestito da palazzinari e politici, la ‘ndrangheta che comanda tutto e si mescola alla massoneria e ai potentati economici. La Calabria, insomma. Sullo sfondo, la disperazione della povera gente costretta a promettere voti in cambio di un buco senza acqua né luce dove far dormire i bambini.
C’era un’inchiesta dell’antimafia, avevano beccato le telefonate tra un paio di politici e i boss che si dividevano gli appalti. Vagonate di milioni per costruire nuove case popolari, quelle con la sabbia al posto del cemento che tanto ci vanno a stare i poveracci e chi se ne sbatte se ogni tanto qualcuna viene giù. Imbrogli scoperti da una brava funzionaria del comune che aveva subito segnalato un po’ di porcherie alla Corte dei conti. In cambio, l’avevano cacciata dal suo ufficio rendendole la vita un inferno.
“In un mondo normale — avevo scritto nell’attacco del pezzo — se uno fa il proprio dovere nell’interesse dell’azienda per cui lavora e della comunità, fa carriera. E viene trattato con riguardo, rispettato e stimato. Perché ha un’etica professionale e rispetto della legge o semplicemente perché è onesto e non gli piacciono furbetti e prepotenti. Ma Cosenza non è una città normale”.
Stavo scrivendo di me, non di quella funzionaria, era ovvio. Ma era il minimo che potessi fare dopo un’estate d’inferno e l’ennesimo calcio in culo della mia vita. Mi ero illuso, certo, pensavo di meritare una promozione, credevo che “in un mondo normale, se uno fa il proprio dovere nell’interesse dell’azienda per cui lavora e della comunità, fa carriera”. Avevo semplicemente dimenticato che “Cosenza non è una città normale”.
Pazienza, tanto non avrei scritto altro nei prossimi mesi. Dopo i miei simpatici exploit con Pierino, il direttore e i suoi uomini migliori avevano deciso che uno come me poteva far meno danni al desk. Sì, quella roba che nei giornali fanno i culi di pietra: dieci ore davanti a un computer, titoli e didascalie, pezzi dei collaboratori che ti fanno bestemmiare, congiuntivi e punteggiatura a cazzo di cane da riportare a un italiano decente.
E mi era andata pure bene, perché il direttore aveva pure provato a spedirmi in qualche redazione decentrata ma almeno su quello ero riuscito a convincerlo: “Già guadagno poco, ho un mutuo sulle spalle, andrei pure sotto con la benzina e l’affitto per un’altra casa. Faccio il desk qui e cerco di non dare troppo fastidio”.
La scrittura, però, mi è sempre mancata. Perché pure se ce l’hai col mondo, detesti il padrone e i suoi capi, vorresti spaccare i computer per quanto sei arrabbiato, se fai il giornalista hai quel “sacro fuoco” che alla fine ti fotte sempre. E ti fa rimanere al lavoro anche ventiquattrore ore di fila se c’è la notizia da portare a casa.
Siamo fatti così noi cronisti. Siamo fatti male. E quando chi dovrebbe dirci semplicemente “bravo” ci ringrazia passandoci sopra con un caterpillar, ecco noi ci restiamo di merda. E ne soffriamo tantissimo.
(9. continua)

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/