“La Lupa” è il sequel di Formicae, ma può tranquillamente essere letto  autonomamente. Il protagonista è Renzo Bruni, responsabile della seconda divisione dello SCO della Polizia di Stato, il Servizio Centrale Operativo.
Ho creato questo personaggio perché mi sembrava assolutamente legittimo che uno che ha fatto per anni il poliziotto, a un certo punto della propria carriera di scrittore decidesse di presentare al pubblico uno sbirro vero, dotato di umanità e tenacia, di senso dello Stato ma anche stanco dei contorcimenti burocratici e della politica banale, se non infame, che è costretto a vedere ogni giorno.
Volevo che Bruni incarnasse le centinaia di colleghi della Polizia e dei Carabinieri, che ogni giorno passano ore e ore in ufficio o in ordine pubblico o appostati per strada per prevenire il crimine. La realtà, si diceva. Quanti sanno che la vera colonna sonora di un’indagine importante non sono gli archi di Morricone, ma lo squillo forsennato dei cellulari bersagliati dalle chiamate di ministero, questori, procuratori, giornalisti? Pochi.
Ecco, in questo romanzo il lettore vede la verità. Ma c’è, ovviamente, di più. In Formicae e La Lupa ho voluto inserire una tematica nuova. E non lo dico con soddisfazione. Parlo della mafia garganica e della Società foggiana, che, con quella cerignolana, sono le tre mafie della provincia di Foggia, oggi considerate le più sanguinarie del Paese, ma di cui pochi, al di fuori della Daunia, sanno qualcosa.
Volevo che chi vive a Trapani piuttosto che a Lodi fosse al corrente del pericolo che si nasconde dietro questo manto nero che copre ogni notizia sulla mafia foggiana. Decine di esecuzioni capitali, anche di innocenti o di gente che ha denunciato un’estorsione. Una città e una zona in cui l’ottanta per cento dei negozianti e imprenditori paga il pizzo, che perciò è strozzata economicamente. I foggiani che vogliono vivere e lavorare scappano. Certe cose sono state dette da me e dalle altre istituzioni locali, anche in modo veemente, a commissioni parlamentari e ministri, ma l’esito è stato uguale a zero.
Come sempre, se non c’è il morto eccellente o innocente non si corre ai ripari. E in questo caso i morti innocenti sono stati due, i fratelli Luciani, uccisi per sbaglio il 9 agosto del 2017 a San Marco in Lamis, sul Gargano. Il giorno dopo il ministro dell’Interno era nella prefettura di Foggia, e qualcosa ha cominciato a muoversi. Non poteva succedere prima?, chiedo. Sì. Poteva. “Doveva” succedere prima. In questo Paese corriamo ai ripari solo dopo il dramma da talk show delle 21.10. Le stragi Falcone-Borsellino purtroppo non hanno insegnato niente a nessuno. Due parole sulla trama. Diego Pastore, lo spietato criminale che in Formicae ha terrorizzato Foggia e la sua provincia, è ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. In una concitata azione con la Polizia, infatti, aveva tentato il suicidio ma gli era andata male, e si era solo ferito a una spalla.
È in coma da giorni, ma improvvisamente riapre gli occhi. “Zio Teddy”, è questo il suo soprannome, chiede di parlare con Renzo Bruni, il poliziotto che lo ha arrestato. Ma poco dopo il loro colloquio, in piena notte, Pastore, con una clamorosa azione paramilitare, viene prelevato dagli uomini di un potente clan mafioso del Gargano, guidato dalla moglie del boss, una donna che tutti chiamano la “Lupa”.
Bruni, incaricato delle indagini, e la sua squadra, iniziano un’implacabile caccia all’evaso, ma non sanno, né possono immaginare, che nel frattempo Diego Pastore si è affiliato al clan che ne ha organizzato l’evasione, diventandone prima il sanguinario sicario e poi l’aspirante capo. Fra gli efferati omicidi di una guerra fra clan e le sporche intromissioni di una politica deviata, Bruni ingaggia una drammatica battaglia all’ultimo sangue con Diego Pastore, un serial killer messosi al servizio della politica sporca e della quarta mafia, quella foggiana. Che, nei folli progetti espansionistici gestiti dal Consiglio delle Croci, dovrà essere sempre più forte per soffiare alla ‘Ndrangheta la gestione del traffico di cocaina con i cartelli messicani. Ma lo Stato non può accettare che una nuova mafia si sviluppi impunemente sotto i suoi occhi. Così, le forze dell’ordine, guidate da Renzo Bruni, ingaggiano con i clan una partita senza esclusione di colpi, con un solo e dichiarato obbiettivo: distruggerli. Il romanzo ha basi reali, quali il vero mondo dei poliziotti e le criminalità organizzate foggiane, ma poi diventa fiction. Per fortuna, aggiungo, perché se così non fosse, dovremmo preoccuparci. Seriamente.

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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