Il mio romanzo “Palermo Connection” è nato da una necessità. Visto che “gli imprenditori italiani di successo” sono persino riusciti a far annerire i miei libri in Germania, e visto che comunque non posso né fare nomi, né descrivere circostanze, allora ho deciso di non scrivere saggi, ma romanzi sulla mafia. Tutto fantasia? Si, tutto fantasia. Ho preso a cuore quello che lo scrittore francese Louis Aragon definiva il “mentire vero”, le mentir vrai:  Lo scrittore svela la realtà inventandola.
La mia realtà è questa: mentre la procuratrice antimafia Serena Vitale impugna a Palermo un processo contro un ministro colluso con la mafia, il reporter investigativo tedesco Wolfgang Wieneke è alla ricerca di uno scoop e incontra la Vitale per il semplice motivo che parla tedesco. È figlia di emigranti italiani, cresciuta nella Ruhr.
Certo che la mia protagonista Serena Vitale (si fa chiamare Serena, perché il suo nome di battesimo è Santa Crocifissa Vitale, non un nome, ma un supplizio, poveretta, sua madre si era impuntata su Santa Crocifissa, in onore della nonna morta di parto) è completamente inventata. Anche il suo processo contro un ministro accusato di collaborare con la mafia è fittizio. Il giornalista tedesco Wolfgang W. Wieneke esiste anche solo nella mia fantasia. Persino il presidente della Repubblica è inventato. Come lo è la sua telefonata con il ministro. E pure tutto è vero.
Vero come la trattativa tra lo Stato italiano e la mafia. Vero come il fatto che tanti media tedeschi ancora oggi, dieci anni dopo la strage di Duisburg, diffondano una visione folcloristica della mafia.
Mi sono sentita sollevata quando ho deciso di scrivere romanzi sulla mafia: Finalmente anche le mie esperienze negative erano utili. Le frustrazioni e anche le umiliazioni. Non avrei potuto scrivere questi romanzi, se non avessi fatto certe esperienze in prima persona. Un po’ come il method acting per un attore. Non avrei potuto descrivere la solitudine di un magistrato antimafia sotto attacco, se non avessi fatto certe esperienze umane – diciamo: psicologicamente molto interessanti. E la letteratura non è altro che psicologia.
All’inizio il mio più grande ostacolo era la moralità. Si dice che il lettore di generi letterari come thriller-giallo-romanzo-noir vuole cadaveri fatti a pezzi, commissari eroici o simpatici psicopatici della porta accanto, vuole tutto tranne la moralità. Ma io non volevo né cadere nella trappola del kitsch mafioso – crani frantumati, pozzanghere di sangue – né descrivere la mafia come entità invincibile.
Ho visto troppi scrittori soccombere al fascino della mafia – da Mario Puzo fino ad oggi. Non volevo neanche raccontare la mafia come il male assoluto – perché esenta da qualsiasi responsabilità tutti quelli che gli tengono la mano. La mafia è al potere grazie ai suoi sostenitori. Grazie ai presunti buoni. Grazie alla cosiddetta zona grigia che è molto più interessante della mafia, dal punto di vista psicologico. Veramente avvincente. Tutti quelli che fingono solo di stare dalla parte del bene, sono incredibilmente gratificanti in termini letterari.
Ormai sono anni che vivo in compagnia dei miei protagonisti (in Germania sono già usciti tre volumi) e mi sono affezionata a loro con tutti i loro pregi e difetti.
Come se fossero dei parenti un po’ estenuanti. Serena Vitale indaga tra l’Italia e la Germania, e io cerco di mediare anche quando si tratta del rapporto difficile tra lei e sua madre (la madre reputa l’idea di indagare sulla mafia una cosa idiota: “Come notaio non avresti avuto una vita più bella?
Ti ha forse prescritto il medico di fare la lotta alla mafia?, cerco di capire le frustrazioni del giornalista Wieneke che è un reporter investigativo, diciamo vecchia scuola, in età critica, che soffre della crisi dei media e di un amore non corrisposto per una traduttrice italiana di nome Francesca.
Flaubert diceva: “Madame Bovary c’est moi”. E io dico: “Wolfgang Wieneke c’est moi”, sebbene questo non abbia più capelli (gli ultimi pelucchi se li è fatti radere recentemente da un parrucchiere turco). Ma sono anche Serena Vitale e Francesca – così come sono anche la madre di Serena, sebbene questa mostri significative debolezze caratteriali, per non parlare della differenza di età che ci divide.
Gli scrittori si compiacciono volentieri se i personaggi dei loro romanzi sviluppano una vita propria e un tale forza da diventare una sorta di spiriti: entità autonome che ballano attorno alla testa dell’autore e gli dettano l’andamento del romanzo. Personalmente ho messo subito un argine alla danza intorno alla testa. Wieneke vuole continuamente svelare qualcosa, Serena Vitale vuole sconfiggere la mafia: il mio compito consiste nel disseminare il loro cammino di ostacoli. Con i miei protagonisti preferisco usare il pugno di ferro.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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