Immaginate di sorseggiare un caffè al bar con degli amici.  Due chiacchiere sul più e sul meno in una giornata come tutte le altre. Immaginate che all’improvviso due poliziotti facciano irruzione nel locale, che vi incappuccino e vi prendano a calci prima di sbattervi in cella. Immaginate che nessuno di essi parli la vostra lingua e non importa se non abbiate capito le ragioni di quella violenza, a nessuno fregherà niente delle vostre lamentele.
Infine immaginate di trovarvi a processo in un altro paese, accusati di un crimine che non avete commesso. Peggio: processati per una lunga serie di reati commessi da un altro uomo.
Succede questo a Medhanie Berhe che viene arrestato mentre beve un caffè con degli amici in un bar di Khartoum, in Sudan, nel maggio del 2016. Rischia vent’anni di carcere. Secondo la Procura di Palermo dietro il suo sguardo spaventato si nasconde uno dei più sanguinari trafficanti di esseri umani della storia: Medhanie Yehdego Mered, soprannominato “il Generale”, uno dei 4 colonnelli della tratta che avrebbe accumulato una montagna di denaro sulla sofferenza di migliaia di persone.
L’inchiesta contro il Generale inizia pochi mesi dopo la strage del 3 ottobre del 2013 a Lampedusa in cui persero la vita 368 eritrei e che segnerà un punto di non ritorno, cambiando la percezione stessa dell’opinione pubblica nei confronti della crisi migratoria. Per catturarlo, i magistrati del capoluogo siciliano, lo hanno pedinato nel cuore dell’Africa e con una missione top secret, che ricorda i film di Oliver Stone, lo aveva infine estradato a Roma e trascinato in manette davanti alla giustizia italiana per rispondere dei suoi crimini.
Ma c’è un problema. Quel ragazzo mezzo addormentato, con i capelli ricci e arruffati, che scende le scale di un aereo a Fiumicino con indosso una divisa che ricorda i dannati di Guantamo Bay, non assomiglia affatto al Generale, raffigurato nella foto segnaletica rilasciata dalla procura di Palermo l’anno precedente agli organi stampa.
Inizia dalle scale di quell’aereo a Fiumicino, nel giorno dell’estradizione, l’indagine, capitanata dal “Guardian”, che solleva dubbi su questo arresto, concluso forse troppo frettolosamente.
‘’Il Generale’’  nasce dall’esigenza di denunciare uno dei più clamorosi scambi di persona dai tempi del pugile afroamericano Rubin ‘’The Hurricane’’ Carter o di Enzo Tortora e di mettere in fila una sfilza di prove che rischierebbero altrimenti di restare ignorate: foto del trafficante in libertà, intercettazioni, chat private, documenti top secret e testimonianze di ex criminali. Persino due test del DNA. La maggioranza di queste prove si trasformeranno in evidenze processuali, depositate dall’avvocato del ragazzo, Michele Calantropo. Prove che però non serviranno a scalfire la posizione della procura, trincerata in un lungo silenzio stampa.
La posta in gioco non è roba da poco. Per catturare l’eritreo, la Procura di Palermo aveva scomodato le maggiori forze di polizia europee e le aveva convinte a entrare in partita vendendo loro essenzialmente un’idea, nobile e romantica nelle intenzioni, esorbitante nei costi.  L’idea che per battere i ‘’colonnelli’’ del traffico di esseri umani si potesse utilizzare la medesima modalità di contrasto ai boss di Cosa Nostra ovvero le intercettazioni, le soffiate dei collaboratori di giustizia e l’intuizione che anche tra i trafficanti esistesse una logica di potere ugualmente regolato da un codice d’onore.
Se quell’armamento investigativo, collaudato in Sicilia da oltre vent’anni, aveva funzionato con la più potente organizzazione criminale della storia, allora poteva essere applicato per battere anche i clan transnazionali che si celavano dietro il business della tratta.
Un’idea accattivante che aveva attirato gli interessi dei procuratori svedesi, olandesi e inglesi. Un’idea accattivante ma sbagliata, che portò le polizie europee ad arrestare numerosi innocenti, incarcerati sulla base di prove dubbie e inconsistenti. Il motivo è semplice: non c’è nessun codice d’onore dietro il business della tratta. Non ci sono rituali né regole segrete. I trafficanti non sono dei padrini, ma più semplicemente degli agenti di viaggio illegali – certo, criminali –, e come tali vengono percepiti dagli stessi rifugiati: una variabile necessaria per raggiungere l’Europa. Il potere degli smuggler si basa molto semplicemente sull’interesse dei migranti a fuggire dai paesi d’origine. Fu un errore credere di poter sgominare il traffico di esseri umani utilizzando il cavallo di battaglia dell’antimafia, le intercettazioni, perché le oltre 13.000 ore di conversazioni registrate misero in luce le lacune culturali degli investigatori che, non solo non conoscevano le lingue degli uomini intercettati, ma, come ammesso in una recente intervista dallo stesso procuratore Calogero Ferrara che ha condotto le indagini, di queste lingue le autorità sconoscevano persino la loro esistenza.
Per questo nella stessa inchiesta le autorità finiranno col mettere sotto inchiesta un avverbio: la parola ‘’Mesi’’ che secondo i procuratori si trattava del nome di un pericoloso trafficante e che in realtà, come dimostrato in aula, significa invece ‘’quando’’ in tigrino, la lingua parlata in Eritrea.
In assenza di passaporti e dati certi sui potenziali smuggler, fu probabilmente un altro errore affidarsi a Facebook, trasformato dagli investigatori in una sorta di gigantesco ufficio anagrafe con le foto profilo e i dati pubblicati sul social network dei sospettati utilizzati come delle vere e proprie foto segnaletiche. E’ infine un errore ritenere che Berhe sia solo la vittima di un errore giudiziario, di una rocambolesca serie di eventi che portò al suo arresto. L’uomo che ha già trascorso due anni e mezzo in una cella del carcere Pagliarelli a Palermo, non è sembra essere solo la vittima di un errore giudiziario. La sua cattura non è solo il prodotto di una serie sconclusionata di calcoli e intuizioni.
Behre è forse il simbolo di un colossale fallimento. Il fallimento non di una singola operazione di polizia, ma di un’intera strategia che i paesi dell’Unione europea avevano seguito per la caccia ai trafficanti di uomini. L’impressione è che l’ingiusta detenzione di Behre sia il risultato di un frettoloso piano d’azione che non aveva  compreso le dinamiche stesse della crisi migratoria.
Nella trama avvincente di una storia in cui tutto è reale – tra servizi segreti, trafficanti e polizie di mezzo mondo – si insinua così un dubbio sconvolgente. E se Mered fosse ancora a piede libero e quel ragazzo con i capelli arruffati, scaraventato dall’Africa nella cella di un carcere siciliano, fosse vittima di un clamoroso scambio di persona?

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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