C’era una volta il mito del “terzo livello”, formula seducente per indicare una sorta di direttorio sovraordinato alla mafia militare e capace di dirigerne le strategie. Il nuovo millennio l’ha sepolto negli archivi, giudicandolo inservibile per decifrare le dinamiche criminali.
C’è adesso, più concreta e temibile, la “zona grigia”, tenebroso territorio di ombre in cui convergono le relazioni di potere, le alleanze e le complicità che danno alla mafia la sua capacità di resistenza e la sua forza. Evocata in inchieste e processi, dalla sentenza sulla trattativa Stato-mafia alla vischiosa ragnatela di alleanze tessuta da Antonello Montante, dai depistaggi nelle indagini sul delitto Borsellino alla rete di complicità che proteggono la latitanza di Matteo Messina Denaro, la “zona grigia” si rivela tuttora largamente impenetrabile. Per oltrepassarne la frontiera, il magistrato Nino Di Matteo ha auspicato l’ingresso sulla scena giudiziaria di “un pentito di Stato” – che, forse, per la quantità e la qualità dei segreti che dovrebbe rivelare, potrebbe assimilarsi a un kamikaze.
Eppure, nella lunga storia di Cosa nostra siciliana, c’è almeno un’occasione in cui un personaggio di quel genere si è manifestato ed è stato abbattuto a colpi di pistola. È successo trent’anni fa, a Palermo, quando Giuseppe Insalaco, democristiano, sindaco della città per cento giorni, nemico giurato di Vito Ciancimino, in attesa di essere processato per truffa, cominciò a dire che avrebbe utilizzato il palcoscenico giudiziario per raccontare tutto ciò che sapeva – ed era molto – sui rapporti tra la mafia e la politica. Quattro colpi di pistola, il 12 gennaio 1988, misero fine a quel progetto temerario. E che il trentesimo anniversario di quel delitto (“un delitto che non può che essere stato deciso a livelli altissimi”, commentò a caldo Paolo Borsellino) sia scivolato via sotto silenzio, dice più dell’imbarazzo che dell’oblio che tuttora circonda le vicende dell’unico sindaco di Palermo ucciso nel Novecento.
Per forzare quell’imbarazzo, e scongiurare l’oblio, ho voluto ricostruire la storia di Giuseppe Insalaco in un libro, La città marcia, pubblicato da Marsilio nel febbraio 2016. Qualcosa si è mosso: nell’ottobre di quell’anno, il sindaco Leoluca Orlando ha finalmente inaugurato una targa-ricordo nel luogo dell’assassinio e, nella primavera 2017, il Comune di San Giuseppe Jato, paese natale di Insalaco, lo ha ricordato come vittima di mafia in una lapide innalzata in una piazza centrale. Di più, si è riconosciuto che, pur nella sua ambiguità di politico allevato nella Dc più compromessa, Insalaco aveva combattuto, da sindaco, una spericolata battaglia per spezzare il vecchio monopolio degli appalti e aprire la strada al rinnovamento e che per questo la politica l’aveva espulso e la mafia condannato a morte, in un’esecuzione che Riina scelse di affidare alla famiglia di mafia più fidata, i Ganci del quartiere della Noce.
Ambientata negli ultimi anni della guerra fredda, in una Sicilia in cui la Nato insediava la sua più grande base missilistica europea, mentre il potere dei corleonesi toccava il culmine, la storia di Insalaco ha ancora una sua profonda attualità. Perché il groviglio di intese e di interessi che finì per stritolarlo è la perfetta rappresentazione della zona grigia: un’imprenditoria famelica a caccia di appalti pubblici, una politica corrotta e complice, una burocrazia compiacente, apparati dello Stato dai comportamenti opachi. Tanto che Giovanni Falcone scrisse di intravvedere, sullo sfondo del delitto Insalaco, «gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere».
Per questo, forse, trent’anni dopo, quel sindaco assassinato è ancora così scomodo da ricordare.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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