In una delle tante intercettazioni in carcere, Salvatore Riina definiva Pierlugi Concutelli, comandante militare di Ordine Nuovo, il vero capo della massoneria in Sicilia, insieme al capomafia Stefano Bontate.
Cosa legava personaggi apparentemente tanto distanti, ai vertici, rispettivamente, di un’associazione criminale segreta e della principale formazione neofascista esistita in Italia?
La Mafia nera cerca di rispondere a questa e ad altre domande simili.
Inoltre, il mio libro tenta di dare un contributo ad una storia che dev’essere ancora scritta, quella sullo stragismo nella I Repubblica.
Due sono i soggetti principali di questa narrazione: da un lato l’eversione neofascista, la cui matrice è rintracciabile nel gruppo di Ordine Nuovo, e i cui esponenti si resero responsabili di numerose stragi, come quella di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969, 17 morti), di Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974, 8 morti) e della stazione di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti); dall’altro lato, Cosa Nostra siciliana, la cui azione terroristica si prolunga attraverso tutta la storia repubblicana, da Portella della Ginestra (Palermo, 1° maggio 1947, 11 morti), fino alla strage del rapido 904 diretto da Napoli a Milano (23 dicembre 1984, 17 morti) e agli attentati di Roma, Firenze e Milano, tra il 1993 e il 1994.
Lo stragismo è qualcosa di diverso dal terrorismo politico, poiché considera la morte di innocenti non come una possibile conseguenza di attentati, ma una condizione necessaria per incidere sugli apparati dello Stato e modificare l’azione di governo.
Giuseppe Graviano, una delle menti della stagione terroristica di Cosa Nostra negli anni Novanta, di fronte alle perplessità di un suo soldato per alcune vittime, tra cui donne e bambini, durante gli attentati che avevano compiuto, rispondeva: «Ne capisci, tu, di politica?».
La politica si faceva con le stragi che coinvolgevano folle inermi.
È un’idea, quello dello stragismo come strumento di lotta politica, che muoveva anche le azioni di Carlo Maria Maggi, il medico di Venezia, responsabile di Ordine Nuovo per l’alta Italia, condannato nel 2015 insieme a Maurizio Tramonte, ordinovista e collaboratore dei servizi segreti, per la strage di Brescia.
L’esplicarsi di questa strategia è stata resa più agevole dal fatto che alcuni tra i vertici dei nostri apparati di sicurezza hanno ritenuto, per lungo tempo, che tra i loro compiti rientrasse quello di gestire l’eversione. Il loro fine era garantire che l’Italia, in cui agiva il principale partito comunista d’Occidente, non uscisse dal quadro prodotto dalla Guerra Fredda. Si spiegano in questo modo le operazioni di depistaggio volte a favorire l’impunità ai fanatici (per usare un’espressione cara a Franco Freda) della destra radicale e ai soldati di Cosa Nostra.
Nel libro si racconta come le convergenze tra mafiosi e terroristi neri non fossero solo sul piano teorico. Basti pensare a Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra con base a Roma, condannato per la strage di Natale del 1984, che si servì di tecnici legati all’estremismo nero; al coinvolgimento degli uomini d’onore nel progetto del Golpe Borghese, che sarebbe dovuto avvenire la notte dell’Immacolata del 1970; al ruolo dell’ordinovista Pietro Rampulla, quale artificiere nella strage di Capaci; alle vicende legate all’assassinio di Francesco Mangiameli, capo del gruppo neofascista Terza Posizione, ucciso dal killer dei NAR Giusva Fioravanti; lo stesso Fioravanti, autore della strage di Bologna, sospettato da Giovanni Falcone per l’assassinio del Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, ma che sarebbe stato prosciolto dall’accusa.
Le tattiche cambiavano, certo, mutavano in base alle esigenze e agli obiettivi politici, ma neofascisti e mafiosi si sono ritrovati fianco a fianco in diverse stagioni della vita nazionale, per rispondere alle sollecitazioni degli apparati di sicurezza interni e dei loro referenti internazionali.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

Rispondi