Il Presidente della Fondazione “Accursio Miraglia”, Nico Miraglia, ed il segretario provinciale della Cgil di Agrigento, Massimo Raso, in occasione del 72esimo anniversario dell’assassinio del sindacalista, hanno chiesto al cardinale Francesco Montenegro di investire della questione il Papa “affinché – spiegano Miraglia e Raso – giunga dall’insieme della Chiesa il riconoscimento dell’errore storico di lasciare fuori dai portoni delle chiese le vittime innocenti dello stragismo mafioso degli anni 44-56 che ha seminato decine di vittime tra i dirigenti della Cgil del tempo colpevoli solo di essere comunisti e socialisti”. Miraglia e Raso aggiungono: “Diamo atto di quanto è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti della questione mafia. In questi anni la Chiesa ci ha abituato a passi in avanti decisi che hanno chiarito senza alcun dubbio circa l’assoluta inconciliabilità tra mafia e Vangelo e facendo giustizia di precedenti atteggiamenti. Ci ritornano in mente le parole che, proprio in provincia di Agrigento, ebbe a tuonare Papa Giovanni Paolo secondo nello scenario della Valle dei Templi. O, ancora, l’impegno di Don Peppe Diana o quello del nostro conterraneo Padre Puglisi. Ed ancora, l’impegno costante di Don Ciotti o la stessa causa di beatificazione del “servo di Dio” Rosario Livatino”.

Ecco il testo integrale della lettera della Cgil a Montenegro:

Al Cardinale
Francesco Montenegro
SEDE ARCIVESCOVILE AGRIGENTO

Carissimo Don Franco,
come Ella saprà, in Sicilia nel secondo dopoguerra, gli atti terroristici contro il movimento contadino ed i suoi dirigenti sono stati davvero tantissimi.
Attentati, assalti alle Camere del lavoro, intimidazioni, pestaggi dei suoi dirigenti e omicidi, tantissimi omicidi.
L’elenco dei sindacalisti uccisi dalla mafia a cavallo tra il 1944 e il 1948 è davvero molto lungo, tanti Segretari delle Camere del Lavoro e “capilega”, a cui vanno aggiunti i morti della “Strage di Portella delle Ginestre” del 1° Maggio 1947.
Noi ci sforziamo di tenere viva questa memoria e cerchiamo di coniugarla all’impegno di attualizzare l’impegno contro la mafia e per il riconoscimento dei diritti nel lavoro: era questo anche l’impegno di queste vittime.
Perché “fare memoria è un dovere – come diceva don Ciotti – che sentiamo di dover rendere a quanti sono stati uccisi per mano delle mafie, un impegno verso i familiari delle vittime, verso la società tutta, ma prima ancora verso le nostre coscienze di cittadini, di laici e di cristiani, di uomini e donne che vivono il proprio tempo senza rassegnazione”.
Tra questi Sindacalisti assassinati c’è Accursio Miraglia, segretario della Camera del Lavoro di Sciacca (Agrigento), assassinato il 4 gennaio del 1947.
Accursio Miraglia, oltre ad essere un Dirigente del Movimento dei lavoratori era anche un dirigente del Partito Comunista Italiano, un Democratico attivo nel Comitato di Liberazione Nazionale dal fascismo.
Tutta la sua vita è costellata da atti concreti di solidarietà e di amore verso il prossimo, verso i più deboli.
Era molto amico di Padre Arena, un prete che in quegli anni a Sciacca era molto impegnato sul terreno del contrasto alla povertà.
Egli era attraversato da una forte religiosità, viveva e traduceva gli insegnamenti di Cristo nella sua attività quotidiana.
In molti suoi scritti sono rinvenibili riferimenti religiosi e passi del Vangelo di cui testimoniava conoscenza ed insegnamenti.
Nel suo ultimo comizio, tenuto al termine di una straordinaria manifestazione che vide confluire a Sciacca migliaia di lavoratori da tutto il circondario per chiedere il rispetto della legge che prevedeva l’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate ai contadini affamati di terra e di lavoro, ebbe a dire:

«La forza dell’uomo civile è la legge, la forza del bruto e del mafioso è la violenza fisica e morale. Noi, malgrado quello che si sente dire di alcuni magistrati, abbiamo ancora fiducia nella sola legge degli uomini civili, che alla fine trionfa nello spirito dell’uomo che è capace di sentirne il “Bene”.
Temiamo, invece la violenza perché offende la nostra maniera di vedere e concepire le cose.
Lungi dalla perfezione e dall’infallibilità, siamo però in buona fede, e non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all’emancipazione e alla dignità dell’uomo.
È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci porta nel rischio. Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire per gli altri, per la verità per la giustizia. Attento però a questo qualcuno che da sprovveduto e morto non diventi un simbolo molto ma molto più grande e pericoloso.»

Ed ancora:

“ai nostri nemici (ne ebbe anche Gesù) che così tanto ci hanno fatto male, in attesa di vederli consunti dal rimorso, diremo come Cristo anche Noi: “Padre perdona loro che non sanno quel che fanno”.

il 4 gennaio 2019, a 72 anni dalla barbara uccisione per mano mafiosa, del sindacalista Accursio Miraglia, si è tenuta, come ogni anno, una commemorazione, nel corso della quale è successo un fatto davvero nuovo, di cui siamo estremamente grati e contenti, perché chiudono una ferita rimasta aperta per così tanto tempo.

Don Gino Faragone, Parroco della Chiesa della B.V.M. di Loreto del popoloso quartiere della “Perriera” di Sciacca, ha pronunciato, all’interno di un ragionamento più ampio ed articolato, anche queste parole chiare ed inequivocabili: “Chiedo perdono a nome della Chiesa per il fatto che non gli siano stati permessi i funerali in chiesa in quanto comunista. Dio ci perdoni, perdoni i nostri peccati nei suoi confronti. Chi si schiera con gli ultimi, diventerà sempre una vittima anch’egli, osteggiato dai potenti, dagli Erode di turno”.

In questi anni la Chiesa ci ha abituato a passi in avanti decisi che hanno chiarito senza alcun dubbio circa l’assoluta inconciliabilità tra mafia e Vangelo e facendo giustizia di precedenti atteggiamenti.
Ci ritornano in mente le parole che, proprio in questa provincia di Agrigento, ebbe a tuonare Papa Giovanni Paolo II° nello scenario della Valle dei Templi.
O, ancora, l’impegno di Don Peppe Diana o quello del nostro conterraneo Padre Puglisi.
Ci viene in mente l’impegno costante di Don Ciotti o la stessa causa di beatificazione del “servo di Dio” Giuseppe Angelo Livatino

È un tema sul quale la Chiesa ha già dibattuto tanto fino ad arrivare alla estensione ai mafiosi della scomunica verso “tutte le manifestazioni di violenza criminale”, affermando nel 1994 “l’insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo” di “tutti coloro che, in qualsiasi modo, deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa”.
Ribadendo tale opposizione nel 1996, nel 2010 e nel 2012.
Ma, come non ricordare anche l’impegno del caro Papa Francesco, quando è andato oltre in quest’operazione di chiarezza: celebrando con don Luigi Ciotti la giornata della memoria e dell’impegno nel 2014 e indossando la stola sacerdotale di don Peppino Diana; denunciando corrotti e corruttori che con le mafie fanno i loro affari.
Non dimentichiamo Le parole del Papa, quando ha detto : «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore».
Oppure quando ha detto che è «Scandaloso chi dona alla Chiesa ma ruba allo Stato», definendo la vita dei «cristiani e dei preti corrotti» «una putredine verniciata».
Non dimentichiamo la istituzione, nel giugno del 2017, un gruppo di lavoro incaricato di “approfondire a livello internazionale e di dottrina giuridica della Chiesa” la questione della scomunica per corruzione e associazione mafiosa.

Così come non dimentichiamo quanto Ella, Monsignor Montenegro, ha detto nella recente omelia dell’Immacolata quando ha tuonato contro una “la violenza che si chiama mafia e il potere che si chiama massoneria” oppure quando, coraggiosamente, ha negato due volte i funerali ai “boss” mafiosi di Siculiana e Palma di Montechiaro.
L’esatto contrario di una Chiesa, quella del 47 che, mentre chiudeva le porte ai sindacalisti comunisti e socialisti assassinati, sembrava attratta dalle sirene del denaro e del potere, incline ad un confuso sentimento di pietas, che apriva salvifiche crepe all’esibita devozione di corrotti, collusi e mafiosi, che sembrava accettare il mortale abbraccio coi potenti e i mafiosi, ai quali – ovviamente – riconosceva quel sacramento.

La Chiesa che Noi amiamo è quella che riesce a schierarsi dalla parte dei più deboli, non avendo timore di confrontarsi col cambiamento, quella che oggi ci sembra impersonata dall’ Episcopato di Papa Francesco che seguiamo con grande attenzione e che sentiamo davvero vicino.
Per questa ragione pensiamo che le parole di Don Gino Faragone possano e debbano essere le parole di tutta la Chiesa.
Oggi, ad oltre settant’anni da quei fatti la Chiesa potrebbe chiudere quella pagina che l’ha vista lontana dal sentimento comune.
Sarebbe un riconoscimento storico che la farebbe sentire ancora più vicina al sentimento di quanti, familiari delle vittime e società civile organizzata, continuano, tra mille difficoltà, a lavorare ed a produrre iniziative contro le mafie ed i poteri criminali che soffocano lo sviluppo di queste bellissime e martoriate terre.
Per tutto questo, Carissimo Don Franco, La preghiamo di farsi parte attiva affinché questo nostro messaggio possa arrivare a Papa Francesco e possa finalmente questo riconoscimento da parte di tutta la Chiesa.
Con i sentimenti di devozione e fratellanza, Le inviamo i nostri più affettuosi.

Presidente Fondazione “A. Miraglia” Segretario Generale CGIL Agrigento
Nicolò Miraglia
Massimo Raso

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