Una garbata richiesta di Attilio Bolzoni mi porta a soffermarmi sul volume dal titolo “Obiettivo Falcone Dall’Addaura a Capaci misteri e storia di un delitto annunciato, edito da Rubbettino” nel 2011.
Due vicende correlate, collocate a distanza di quasi tre anni, alle quali ho dedicato quasi sette anni della mia attività di pubblico ministero nella Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta.
La pubblicazione accoglie le sintesi ragionate delle requisitorie che ho effettuato nel giudizio di primo grado del fallito attentato dell’Addaura, pianificato per il 20 giugno 1989, e del processo d’appello della strage di Capaci del 23 maggio 1992. E consente, al contempo, di far rivivere, attraverso la inesaurible forza rappresentativa delle risultanze processuali come se si fosse all’interno di una straordinaria macchina del tempo, chi era Giovanni Falcone, perché è stato assassinato e per quali ragioni, e quanto è accaduto in quella fase cruenta del nostro tragico passato, caratterizzata dall’impegno di Cosa Nostra, dapprima in Sicilia e poi, nel 1993, nelle principali città italiane per colpire soprattutto il patrimonio storico artistico monumentale della Nazione, al fine di attuare la strategia terroristico eversiva più pericolosa posta in essere da un’associazione di tipo mafioso.
Lo scritto è dedicato soprattutto ai giovani, a coloro che non erano nati quando quei fatti si verificarono, che hanno il diritto di conoscere cosa accadde in maniera nuda e cruda, senza infingimenti, e di capire la pericolosità del crimine mafioso, attraverso le testimonianze e gli esiti dei processi. Ed è una storia che certifica la controffensiva serrata e il successo dello Stato e delle sue componenti più virtuose, che non hanno esitato a sacrificarsi e a mettere a repentaglio la loro incolumità: i mafiosi che hanno ideato, deliberato ed eseguito quei delitti sono stati catturati, ponendo fine a lunghissime latitanze, processati nel pieno rispetto delle garanzie e condannati con sentenze passate in giudicato.
Sei le condanne definitive per la strage dell’Addaura; trentasette quelle per la strage di Capaci, di cui 24 all’ergastolo. Per la prima volta sono stati condannati persino gli esponenti della Commissione regionale, il massimo organo di vertice di Cosa Nostra, la cui funzione deliberativa non era conosciuta. E le condanne hanno reso definitivo il carcere e il regime detentivo del 41 bis O. P. (introdotto dopo la strage di via Mariano d’Amelio unitamente a strumenti normativi che hanno fornito mezzi repressivi e preventivi di contrasto rivelatisi di straordinaria efficacia), così dimostrando agli uomini d’onore che esiste la certezza della pena.
I loro più forniti arsenali di armi ed esplosivi sono stati individuati e sequestrati (come quello di contrada Malatacca nel palermitano, forse il più importante in assoluto tra quelli mai rinvenuti in Italia). Le numerose collaborazioni con la giustizia di esponenti di vertice dell’organizzazione che hanno ricostruito con le loro preziose rivelazioni i segreti dall’interno della roccaforte del potere mafioso che sembrava inaccessibile. Risultati che hanno piegato e scompaginato Cosa Nostra, l’hanno fatta inginocchiare alla fine degli anni Novanta, riducendola ai minimi termini, come un gigante dai piedi d’argilla trafitto, e hanno reso l’organizzazione certamente meno pericolosa di quanto non lo fosse stata dal 1989 al 1994, privandola del terrificante potere militare.
In un Paese come il nostro nel quale molte stragi rimangono avvolte nel mistero è vieppiù importante dare conto dei risultati ottenuti, che consentono di dimostrare che lo Stato c’è e di accrescere in tal modo il senso di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. E ciò anche se, nonostante gli sforzi compiuti, permangono lati oscuri, che emergono dalla lettura del volume, sui quali tutti noi dovremmo continuare a riflettere.
Il punto di partenza del disegno criminale è l’estate del 1989 con il fallito attentato dell’Addaura e l’inizio della strategia destabilizzante, con le molte certezze acquisite e i suoi nodi irrisolti, ruotanti attorno alla sparizione delle parti del congegno e all’operato dell’artificiere dei carabinieri, il brigadiere Francesco Tumino, alle lettere anonime del famigerato “Corvo”, alla presenza a Palermo di Salvatore Contorno e alla sua cattura, all’asserita presenza di Tommaso Buscetta a Palermo e al presunto incontro con il barone D’ Onufrio.
Lo snodo, che passa attraverso la strage di Capaci (eseguita nel territorio di Isola delle Femmine) e quella di via Mariano d’Amelio, suscita interrogativi rimasti senza esaurienti risposte.
Perché compiere in Sicilia, nella stessa città a distanza di 57 giorni, due attentati così efferati? Come è possibile che i corleonesi non avessero messo in conto la reazione dello Stato, che vi fu e li ha annientati? Quali le reali finalità dei negoziati, avviati nella fase di preparazione dell’eccidio di Capaci, tra lo stesso e quello successivo di via d’Amelio e sviluppati successivamente, intercorsi tra alcuni esponenti delle istituzioni, Paolo Bellini e i vertici di Cosa Nostra? Sussiste un rapporto tra tali negoziati e il disegno mafioso volto a individuare nuovi referenti politici capaci di assicurare benefici e di intervenire sulla legislazione all’epoca introdotta di contrasto al crimine organizzato?
Il punto di arrivo del disegno cospirativo è l’attentato allo stadio Olimpico, programmato per il 23 gennaio 1994, non riuscito per il mancato funzionamento del congegno destinato ad azionare il telecomando, diretto a colpire, con un’autobomba, decine di carabinieri, in servizio di ordine pubblico. Una progetto che esige di conoscere perché non venne ripetuto.

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