Sarà meglio iniziare dalla fine. Perché in pochi, ormai, sembrano ricordare cosa è accaduto davvero a Palermo negli ultimi trent’anni.
Sono stati uccisi il prefetto, il presidente della Regione, il segretario del principale partito di governo e quello dell’opposizione, il procuratore della Repubblica, il capo della squadra mobile, il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri.
Sono stati uccisi magistrati, investigatori, uomini politici, funzionari pubblici, operatori dell’informazione, uomini di chiesa e laici impegnati nel sociale. Sono stati uccisi uomini e donne, anziani e bambini. Come fosse un colpo di Stato. Puntualmente, ogni mese, ogni anno, questi martiri della città, ormai riconosciuti eroi nazionali, vengono commemorati da autorità politiche e associazioni (fra quintali di fiori per le corone e accorati comunicati ufficiali, sempre gli stessi). Eppure, in pochi ricordano i misteri che ancora avvolgono quelle morti. Perché il colpo di Stato a Palermo è ciò che accaduto puntualmente dopo ogni delitto. Sono scomparse prove, indizi, tracce. Sono scomparsi testimoni. Per questo, molti di quei crimini sono rimasti impuniti.
Ancora oggi, non si trovano i sicari di diversi omicidi, non si trovano i loro insospettabili complici, e gran parte dei patrimoni che continuano a nascondere. Non si trovano i mandanti occulti che hanno tramato assieme alla commissione provinciale di Cosa nostra. Sono tanti, troppi i pezzi che continuano a mancare alla storia della mafia. Ma in pochi lo ricordano. Quelle prove, quei nomi erano stati probabilmente già individuati, da qualche parte, dagli uomini che sono stati assassinati. Loro avevano compreso, dopo aver cercato, analizzato, indagato. O forse erano solo testimoni scomodi di una città in silenzio, perché complice o perché alla finestra. Per questo non sarebbe bastato ucciderli, era necessario cancellare le tracce e gli indizi delle verità che stavano svelando.
I “Pezzi mancanti” è il diario che ogni cronista di Palermo tiene a mente.  Vi sono annotate le domande rimaste senza risposta, ma anche alcune risposte ancora troppo evasive o troppo certe di una verità. Ogni cronista siciliano ha scritto un pezzo di questo diario. Qualcuno, anche col sacrificio della propria vita: Cosimo Cristina, Peppino Impastato, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Pippo Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano sono stati uccisi prima che potessero completare i loro articoli.
I “Pezzi mancanti” potrebbe essere anche il diario dolente di molti magistrati e investigatori, quelli che i giornalisti di Palermo incontrano ogni giorno, durante la loro giornata di lavoro. Le innumerevoli indagini e i processi, che hanno portato a pesanti sentenze di condanna per i padrini della Cupola mafiosa e per l’esercito degli uomini d’onore, non hanno affatto chiuso la lunga stagione della ricerca della verità. Gli stessi giudici l’hanno scritto e sottolineato nelle loro sentenze: credo, non solo a futura memoria di altri magistrati e investigatori più bravi o maggiormente fortunati, ma piuttosto per sollecitare una ricerca approfondita lì dove l’indagine giudiziaria non può arrivare, da parte di storici, sociologi, giuristi, di chiunque abbia voglia di scoprire ancora il perché di tanta violenza e di tante connivenze.
E l’elenco dei pezzi mancanti si allunga sempre più. Come i giorni della latitanza di Matteo Messina Denaro, il capomafia della provincia di Trapani che conosce i segreti della stagione delle stragi e della trattativa fra pezzi dello Stato e i vertici della mafia.

 

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