E’ ancora una ferita aperta della nostra storia. Una macchia che ancora pesa sull’eterna frattura tra nord e sud d’Italia. E’ la rivolta contadina del brigantaggio, vera guerra civile repressa senza scrupoli a colpi di cannoni, leggi speciali, eccidi, fucilazioni senza processo.
“Briganti, controstoria della guerra contadina nel sud dei Gattopardi” è un saggio, scritto con il passo del racconto. In tre sezioni diverse vengono raccolte le vicende di tre capibriganti: Carmine Donatelli Crocco, Cosimo Giordano e Pasquale Romano. Tre capi per tre regioni diverse, con storie che si intrecciano a tante altre. Una scelta che spiego citando Aldo De Jaco, che fu responsabile della redazione napoletana dell’Unità nel secondo dopoguerra ed è uno dei protagonisti del romanzo di Ermanno Rea “Mistero napoletano”. I cultori di storia del brigantaggio sanno che De Jaco fu uno studioso di quel periodo su cui scrisse libri. E proprio De Jaco ha indirettamente segnato la traccia di “Briganti”.
“Per conoscere cosa fu il brigantaggio post-unitario, bisogna conoscere tre vicende fondamentali: la grande marcia di Crocco in Basilicata nell’aprile del 1861, l’eccidio di Pontelandolfo nel Sannio il 14 agosto 1861, la rivolta sanguinosa di Gioia del Colle in Puglia nel luglio del 1861” scrisse De Jaco. E “Briganti” riprende quella traccia, i tre capi sono tra i protagonisti di quelle vicende e ne fanno da guida.
Rivolta contadina, rivolta di poveri cristi cui si opposero migliaia di soldati inviati dalla capitale Torino, con l’appoggio dei potenti di sempre nel sud: i notabili e i latifondisti proprietari terrieri. Fu quella classe dirigente meridionale, spiega l’autore con più esempi e decine di nomi e cognomi, a pilotare l’annessione restando nei posti che avevano occupato già nel regno delle Due Sicilie. Riciclati e Gattopardi, pronti a saltare il fosso, a fare il doppio gioco per salvarsi. Una storia antica nel Mezzogiorno d’Italia, che in quegli anni ebbe esempi indicativi. Alla fine, chi venne sconfitto dalle illusioni di poter strappare un pezzo di terra nel cambiamento politico che aveva annunciato Garibaldi ma che fu stoppato dalla normalizzazione dell’esercito piemontese furono i contadini, i pastori, i piccoli artigiani, gli ex militari borbonici.
Gli effetti di una repressione sociale che non fece sconti furono drammatici e dalle cifre incerte ancora oggi, dopo, quasi 160 anni. I militari, che fecero “opera da sbirraglia” come scrisse il tenente Gaetano Negri futuro sindaco di Milano, nel periodo di massimo impegno toccarono quota 90.000. Tra ribelli e loro familiari furono uccisi non meno di 15.000 uomini e oltre 47.000 furono i carcerati. «Cifre ufficiali della Commissione parlamentare sul brigantaggio del 1863, sicuramente inferiori a quelle reali, anche perché molte uccisioni sfuggivano alle statistiche ufficiali e non venivano riportate nei rapporti militari» scrive Di Fiore.
E il libro, con pagine documentate, racconta tante fucilazioni immediate, non giustificate, repressioni eseguite nella distanza culturale totale tra chi veniva dal nord e chi era ribelle nella sua terra. Per interrogare un brigante catturato, gli ufficiali piemontesi avevano bisogno di interpreti e gli episodi sanguinari non si contarono. Teste tagliate, evirazioni, stupri, violenze, in un sud che era il Far West di quell’Italia unita. E fu anche un Vietnam con un secolo d’anticipo per quei militari, che si ammalavano, vivevano disagi e ostilità. Riporto le cifre dei suicidi di alcuni di quei soldati impegnati in una sporca guerra contro altri italiani.
Questione criminale, alla fine concluse la commissione parlamentare eludendo le i tanti problemi sociali ed economici da affrontare nel Mezzogiorno. Si pensò invece alla prima legge speciale della storia italiana: la legge Pica sul brigantaggio del 1863. Niente garanzie, fucilazioni, tribunali militari, abolizione dello Statuto albertino nel sud in rivolta.
Tutto questo racconto in 339 pagine, arricchite di bibliografia,  sitografia, appendici con citazioni e elenco di film su briganti e brigantaggio. Storia d’Italia, storia di guerre contadine che avrebbe ricordato 70 anni dopo anche Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”. E spiego come oggi la parola briganti non è più vista come definizione di delinquenti. Sdoganato a sinistra, seguendo i riferimenti di Gramsci, Molfese e De Jaco, il brigante viene identificato oggi come una figura di ribelle alle ingiustizie sociali. E si assiste ad una riscoperta, culturale e di interesse, del brigantaggio se, digitando su Google la parola, si trovano oltre tre milioni di link che fanno riferimento a questa parola.
I riferimenti nel libro sono tanti, di autori, libri studi, canzoni come quella famosa di Eugenio Bennato, diventato nel sud un pezzo cult: “Brigante se more”. Un fenomeno di rivolta, che fu contenitore di tante opposizioni a un’unificazione affrettata cui erano rimaste estranee le masse contadine meridionali, che invece ingrandirono le bande di briganti. Per conoscere meglio il sud non si può non approfondire cosa furono quegli anni terribili di sangue e guerra interna.
I riferimenti alla memoria ancora viva di luoghi e nomi sono tanti nel libro. “A chi non abbassa la testa” è la dedica iniziale. Una dedica che interpreta e spiega il senso del mio lavoro.

 

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