Non è un racconto autobiografico, non è solo quello. Non è la testimonianza di un poliziotto che ha lavorato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma è anche quello. Non è il racconto di un vissuto quotidiano in polizia, tra indagini, rischi e burocrazia, ma c’è anche quello. E’ l’esposizione di una crescita professionale, ma soprattutto umana, che si sviluppa tra la Roma del 1989 e la Palermo del 2006, dalle confessioni dell’uomo d’onore Francesco Marino Mannoia all’arresto del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano. Sullo sfondo c’è la Sicilia, la Sicilia che affascina chi vi si accosta con l’umiltà di chi interroga, si interroga e ascolta le risposte perché vuole comprendere, e che vuole comprendere perché ha scoperto di amare. La Sicilia “dove tutto è esagerato, nel bene e nel male, tutto troppo bello o troppo brutto, dove sono esagerate le persone, è esagerata l’arte, cresciuta in un groviglio straordinario di culture sovrapposte e di genti, è esagerato il cibo, dove sono esagerati i sentimenti, e tutto diventa passione, dramma e tragedia, o così appare, la Sicilia dove niente è come sembra alla prima occhiata e dove finalmente capisci che la felicità esiste solo quando non esiste il domani”.
Scritto con ironia, ma soprattutto autoironia, con rispetto per ogni avversario e con la malinconia che riaffiora nel momento in cui, invece, è arrivato quel domani che offre solo la consolazione amara del ricordo al posto dell’adrenalina dell’azione e della consapevolezza del risultato raggiunto.
“È dedicato agli insegnanti, e a tutti quelli che tra molte difficoltà spiegano l’importanza del rispetto delle regole condivise e il modo giusto per cambiare quelle che non condividiamo; sono loro i veri professionisti ed eroi dell’antimafia, perché i buoni risultati raggiunti da ciascuno di essi rendono superfluo, o almeno non così necessario, il lavoro di mille giudici e di centomila poliziotti”.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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