“Per quattro anni e mezzo, ogni volta che ci sedevamo a tavola, era un tormento. Nessuno si sedeva al posto che abitualmente occupava papà. La sedia rimaneva vuota e quella sedia ci interrogava, poneva domande, parlava col suo silenzio. Quella sedia dove non si sedeva nessuno, diceva più di ogni altra cosa in quella cucina che ormai era diventata fredda”.
Sono le parole di Daniela, la figlia di Antonio Nugnes, vice sindaco di Mondragone, scomparso  l’11 luglio del 1990 .
Questo libro  narra tredici  storie di vittime innocenti della criminalità, attraverso le testimonianze dei familiari delle vittime.
Daniela Nugnes, in una delle storie, racconta l’angoscia della famiglia che da quella sera di luglio del 1990 è rimasta senza il suo pilastro. Quattro donne (tre figlie e la moglie) non hanno saputo, per tredici lunghi anni, che fine avesse fatto Antonio Nugnes. Era stata ritrovata la sua auto, ma non lui. Il suo corpo fu ritrovato la mattina del 3 settembre 2003,  in fondo al pozzo di una vecchia masseria nella zona dei Mazzoni. A indicare il luogo dov’era stata gettato dopo essere stato ucciso, fu Augusto La torre, il capo dell’omonimo clan di camorra di Mondragone. Le sue ossa non riposano ancora in un cimitero. Daniela, le sorelle e la mamma, aspettano dopo  29 anni, di poter portare un fiore sulla tomba del padre.
“Ricostruire le storie delle vittime innocenti  – scrivo  nell’introduzione del libro – è come cercare di completare un quadro  mai finito. È un pezzo della nostra cronaca recente che in tanti hanno vissuto, ma nei libri di storia difficilmente la si troverà descritta con l’approfondimento dovuto. Spesso proprio in quei libri la presenza della camorra è ignorata, quando invece la criminalità è radicata in modo asfissiante nei nostri territori, ha pervaso la vita delle persone, condizionandola anche nelle scelte più piccole.”
Le storie raccontate sono vicende accadute in un  arco di tempo che va dal  1969 al 1991. Sono quelle di: Antonio Annarumma, l’agente di polizia ucciso a Milano il 19.11.1969; Il maresciallo dei carabinieri, Luigi Ciaburro, ucciso da un treno a Villa Literno, la notte del 9 settembre 1975 in circostanze mai chiarite; Raffaele Delcogliano e il suo autista Aldo Iermano, uccisi a Napoli da un commando delle Brigate Rosse il 27 aprile del 1982. l’imprenditore di Torre Annunziata, Luigi Staiano, ucciso dalla camorra il 4 luglio 1986; i carabinieri Carmelo Ganci e  Luciano Pignatelli, uccisi da rapinatori  il 4 dicembre 1987; Tammaro Romano, agente di Polizia ucciso da un rapinatore il  4 aprile del 1988 a Grumo Nevano mentre era fuori servizio; Il farmacista Giuseppe Mascolo, ucciso a Cellole da un commando di camorristi il 20 settembre del 1988; Pasquale Miele, un imprenditore di Grumo Nevano ucciso da un camorrista la sera del  6 novembre 1989; Antonio Nugnes, ucciso la sera dell’11 luglio 1990 nelle campagna di Falciano  del Massico da camorristi del clan La Torre di Mondragone; Tobia Andreozzi, ucciso da killer di camorra a Trentola il 30 agosto 1990; Angelo Riccardo, ucciso il pomeriggio del 21 luglio 1991 a San Cipriano di Aversa nel corso di una sparatoria tra clan rivali; Il piccolo Fabio De Pandi, 11 anni, ucciso la sera del 21 luglio 1991 al rione Traiano a Napoli da  killer nel corso di un agguato camorristico; Alberto Varone, piccolo imprenditore di Sessa Aurunca, ucciso nella notte del  24 luglio 1991 da un commando camorristico del clan dei “Muzzoni”.
Diverse di queste storie  sono anche pagine di resistenza civile. Raccontano di persone che hanno fatto fino in fondo il  proprio dovere di poliziotti o carabinieri, di imprenditori che non si sono piegati alle minacce dei camorristi, rifiutando di pagare il pizzo, di sottomettersi alle loro regole. Con questi racconti, tutte le persone uccise finiscono di essere solo dei nomi e assumono contorni  finalmente riconoscibili anche per chi non li ha mai conosciuti
“La memoria – scrive nella prefazione Franco Roberti, l’ex Procuratore Nazionale Antimafia e antiterrorismo –  rappresenta la base fondamentale per fare emergere le ragioni di coloro che hanno pagato con la vita l’efferatezza della camorra e delle altre forme di criminalità, a partire dal versante della tutela giuridica, che deve mirare a una reale equiparazione tra tutte le vittime dei reati intenzionali violenti”.
“Ora – dice uno dei figli del maresciallo Luigi Ciaburro –  mi aspetto che qualcuno apra di nuovo quel fascicolo impolverito  che riguarda mio padre e indaghi sui motivi veri della sua morte”. Nuove indagini le chiedono  anche altri  familiari per i loro congiunti. Chiedono di conoscere gli assassini dei loro cari  che nella maggioranza dei casi sono rimasti senza un volto e senza un nome.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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