Questo “Cose di Cosa nostra” ( titolo trovato da Giovanni Falcone) uscito nel Novembre 1991, è rimasto sul tavolo come progetto “da realizzare un giorno”, per ben tre anni a partire del Maxi processo di Palermo.
Falcone non si decideva a passare all’atto. Poi il 15 febbraio del 1991, di passaggio a Roma, mi confida che sta par lasciare Palermo per sempre.
“Il libro!!!!” , mi dico immediatamente in un lampo, “E arrivato il momento del libro!”.
In una settimana , approfittando dell’opportuno tempo sospeso fra due incarichi, scrivo al volo un progetto, faccio venire a Roma il mio editore francese, munito di un contratto dettagliato.
Seguono 22 pranzi (lavoravamo a quell’ora lì), tra Aprile e Luglio 1991. Mi ci vorrà un mese per scrivere 200 cartelle. Falcone le rilegge e corregge in francese, poi arriverà la traduzione in italiano … Ecco per l’aneddoto. Per le circostanze.
Ma “Cose di Cosa nostra” appena uscito diventa rapidamente un caso, perché per la prima volta, un magistrato appoggiandosi su documenti, inchieste, dichiarazioni di pentiti, traccia un ritratto della mafia siciliana come “dall’interno”, ne parla con un livello di conoscenza mai raggiunto allora, e ritrae anche al passaggio la sua Antimafia.
Con uno stile che si vuole semplice, pedagogico direi, “come se si dovesse spiegare a degli alunni che cos’è il crimine organizzato” (questo ci dicevamo per essere sempre più chiari possibile).
So che potrà essere visto come vanto, ma credo che la fluidità sintetica del libro la debbo sinceramente alla coscienza che ho avuto, scrivendolo, di fare un’opera unica, come fino adesso non si era mai fatta. Questo mi mobilitò per quell’Agosto dalle 5 del mattino alle 17 di sera, in una stana di un albergo dell’Alto Adige, da dove uscivo al crepuscolo per una camminata e una cena.
Credo di poter dire che ebbi coscienza quell’Agosto 1991 di “metterla tutta”. lo dovessi rifare oggi lo rifarei assolutamente identico. Non ne cambierei una riga. Ma al di là della gioia di quest’ inatteso accesso di creatività che alimentò felicemente il libro, quello che mi stupì all’epoca, quando usci in Italia, fu lo scetticismo di parecchi del “Palazzo” o della Magistratura, o della stampa, che vissero con diffidenza la decisione di Falcone di aprirsi a una certa confidenza con una giornalista.
Nel Dicembre 91 per esempio fu attaccato varie volte, al punto di chiederci, a Gerardo Chiaromonte (all’epoca amico suo oltre che Presidente della Commissione antimafia), e a me stessa, di prendere pubblicamente la sua difesa.
Cosa che facemmo col settimanale L’Espresso, all’epoca diretto, se ricordo bene, da Claudio Rinaldi. Il libro poi fu tradotto praticamente in tutte le lingue, soprattutto dopo l’attentato del 23 Maggio. Più di un milione di copie ne sono state vendute nella sola Italia, mi dicono gli editori. E quando oggi sento che dei bambini studiano brani di quel libro, mi dico che Falcone non avrebbe potuto immaginare meglio.
Una piccola ironia me la si può concedere? Penso anche che Falcone si meraviglierebbe se fosse in vita, come me ne meraviglio me stessa, della valanga di auto esaltazioni firmate da vari magistrati che hanno preso il seguito di “Cose di Cosa nostra”, quando un esercito di colleghi ha deciso maldestramente di seguire le sue orme e ha preso carta e penna per raccontare al pubblico quanto è duro vivere con la scorta, avere paura per sé e la propria famiglia, essere mal compreso dai colleghi e dalla politica, e vivere da eroe la vita dell’Antimafioso di professione.
Giovanni Falcone, nel mirino di Cosa nostra come purtroppo sappiamo, non aveva mai accennato, lui, alla durezza della vita di un servitore dello Stato . Il pudore era una delle sue tante qualità. Cosi come il rifiuto del protagonismo.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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