Nella stessa giornata, ai primi di dicembre, abbiamo appreso dai mezzi d informazione che in Sicilia, in Calabria e in Piemonte erano in corso decine di arresti per associazione mafiosa nel contesto di tre distinte indagini, condotte dalle Procure di Palermo, Reggio Calabria e Torino.
L’indagine siciliana ha sgominato la riorganizzazione della Cupola di Cosa nostra dopo la tirannia di Toto Riina: un arzillo ottantenne,  già condannato al primo Maxi-processo, nei sei mesi precedenti aveva assunto la regia delle famiglie mafiose del palermitano, provando a rimetterne in piedi la struttura verticistica.
L’indagine calabrese, invece, ha svelato un traffico internazionale di stupefacenti gestito dalla ‘ndrangheta grazie alle cellule mafiose disseminate in tutto il mondo.
Quella torinese, infine, ha colpito le feroci formazioni nigeriane che dominano le comunità di connazionali insediate in Italia, vere e proprie organizzazioni criminali tanto oppressive nei singoli territori quanto internazionalmente ramificate: e non è la prima volta che l’autorità giudiziaria contesta loro il delitto di associazione mafiosa. Ebbene, in quel giorno mi sono chiesto se non sia stato un azzardo pubblicare un libro dal titolo “La mafia è dappertutto. Falso!”.
Perché a volte si ha la sensazione, stando alla cronaca giudiziaria, che invece le mafie tengono sotto assedio le nostre città, sono davvero dappertutto! In realtà, superata l’inquietudine del primo momento, mi ritrovo ancora convinto che quel libro e il suo titolo hanno un senso che non va contro i fatti e anzi può aiutare a decifrarli meglio. Basta intendersi, però. Il libro, infatti, espone con la massima semplicità possibile le più intricate questioni giuridiche che hanno costellato la giustizia penale e la legislazione antimafia dal 1982 in poi (ossia dalla storica legge Rognoni-La Torre): dall’applicazione dell’art. 416 bis c.p. alle mafie “in trasferta o delocalizzate” e a quelle “autoctone” come nel processo “Mafia capitale”; al concorso esterno impiegato per reprimere la “borghesia mafiosa”; al tormentato reato di scambio elettorale politico-mafioso e ai rapporti tra organizzazioni mafiose e imprese, tra economia sporca e attività economiche pulite o grigie.
Una rassegna esplicativa da cui alla fine si desume che la giustizia penale, sia pure tra mille contraddizioni, è riuscita a determinare una svolta storica, impensabile solo  vent’anni addietro. E’ crollato, cioè, il baluardo dell’impunità, grazie al quale le mafie hanno imperversato nel nostro Paese nell’arco di almeno 150 anni. E si è chiusa definitivamente una stagione, quella in cui la mia generazione si è formata, contrassegnata dalla necessità non solo di combattere i mafiosi ma anche di denunciare uno Stato-apparato silente e spesso connivente.
Adesso le agenzie di law and enforcement hanno maturato una tale professionalità antimafiosa e continuità di impegno – per effetto anche di una legislazione che non lascia più alcun varco di impunità – da rendere l’azione di contrasto stabile, efficace ed efficiente. Se così è, allora, non è più giustificabile attardarsi sulla retorica dell’invincibilità delle mafie, della loro incontrollabile diffusione: semmai, al contrario, occorre prendere atto che oggi siamo in grado di contrastarle come mai prima, cioè “dappertutto” esse si manifestino. Tale presa d’atto, a scanso di equivoci, non deve aver il sapore di un inutile trionfalismo, visto che le mafie sono ancora lì, benché indebolite, a insidiare la libertà di milioni di persone e a inquinare ampi settori della vita economica. Piuttosto, si tratta di riorganizzare meglio obiettivi  e strumenti della lotta alla mafia. Non chiedere alla giustizia penale più di quel che già fa per non trasformarla in una giustizia “di piazza”, illiberale e sommaria. E chiedere molto di più alla società, alla sua classe dirigente e ai semplici cittadini: non abbiamo più alibi fuori da noi, le mafie sopravvivono e prosperano perché tra noi c’è chi non vuole ancora farne a meno.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/2019/01/26/2686/

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