Per raccontare l’Associazione daSud comincio dalla fine, da quello che è accaduto appena qualche giorno fa: centinaia di persone che festeggiano la ristrutturazione e l’apertura al territorio di una biblioteca abbandonata da un decennio insieme al miglior attore al Festival di Cannes 2018 e all’Oscar Europeo del Cinema 2018, Marcello Fonte, il testimonial perfetto di quello che siamo e continueremo a essere. BiblioÀP è nata nella periferia sud est di Roma, in una zona ad alta densità criminale e con significativi tassi di disagio sociale e dispersione scolastica.
Subito prima avevamo dato vita a un teatro (tenuto a battesimo dal Premio Ubu Roberto Latini) e a un cinema (che ha avuto Carlo Verdone come padrino). Tre strutture che nascono dentro una scuola, l’Istituto Enzo Ferrari, che sono rivolte al quartiere e che rappresentano un cortocircuito in una città che chiude gli spazi sociali e culturali (40 cinema negli ultimi anni hanno abbassato le saracinesche) e in un Paese che taglia su istruzione e cultura.
Sono l’infrastruttura di un progetto visionario – eppure concreto – che si chiama ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti a cui lavoriamo da tempo e che rappresenta l’approdo di quasi 15 anni di daSud. Quindici anni di attività antimafia dentro quindici anni di progressiva crisi – economica e politica, ecologica ed etica. Una crisi a cui naturalmente neppure l’antimafia è sfuggita.
I dati di una ricerca emersi nei mesi scorsi lo confermano: tre italiani su quattro pensano che la mafia rappresenti un fenomeno globale, e quindi lontano e indefinito. E, visto che nel nostro Paese è concentrata soprattutto al Sud, non la considerano una priorità di cui occuparsi.
Com’è possibile un simile risultato se consideriamo gli arresti e le condanne, i libri e gli spettacoli teatrali, i film e le serie tv, i corsi universitari e i molti progetti istituzionali? Le ragioni sono diverse. Semplificando, per brevità, potremmo dire che la prima riguarda le classi dirigenti – politica in testa – colpevoli di (voler) considerare mafia e antimafia come argomenti settoriali e residuali.
Il secondo motivo attiene invece al movimento antimafia – per anni punto avanzato della società – che ha perso da tempo il suo ruolo di avanguardia: ha accumulato ritardi nelle analisi, ha messo in campo pratiche ormai inefficaci e riferimenti culturali logori, ha smarrito la sua capacità di conflitto e di autonomia nei confronti della politica.
daSud ha operato, ed opera, dentro questo passaggio stretto con di fronte un bivio: l’irrilevanza o un nuovo inizio fondato sul rovesciamento di concezioni e certezze – della  stessa idea di mafia e antimafia, di potere e critica del potere. Non è facile, ma sentiamo da sempre il dovere di provarci.
Sin dal 2005 quando – in Calabria – abbiamo raccontato la ‘ndrangheta (all’epoca poco più che un buco nero) e soprattutto ricostruito la storia gloriosa e sconosciuta del movimento anti-‘ndrangheta, abbiamo scovato oltre 300 storie di vittime innocenti e decostruito gli stereotipi più duri a morire – quelli che hanno accompagnato la nostra infanzia e adolescenza: non è vero che gli ‘ndranghetisti si uccidono solo tra di loro, che non ammazzano donne e bambini, che non ci sono stati delitti eccellenti, che tra i calabresi non ci sono pentiti (le nostre pubblicazioni – Il sangue dei giusti, Il caso Valarioti, Dimenticati, Arance insanguinate, i due dossier Sdisonorate – e la nostra manifestazione annuale La Lunga Marcia della Memoria sono parte di questo percorso).
La seconda fase della storia di daSud ha riguardato invece l’arte e la cultura. Investendo in informazione ed educazione, realizzando prodotti ed eventi culturali che hanno girato l’Italia e influenzato il lavoro successivo di molti, abbiamo sollevato il tema – oggi centrale per l’intero movimento – dell’immaginario delle mafie nei media e nella cultura e sottolineato la necessità di cambiare l’estetica del racconto antimafia (dentro questo ambito sono nate la collana di fumetti “Libeccio”, le produzioni teatrali, i videoclip musicali, le campagne creative, i giochi di società, i murales).
L’avvio della nostra terza fase ha una data precisa: 25 aprile 2009. È  il giorno in cui l’Associazione è sbarcata a Roma animando per anni un luogo nel popolare quartiere Pigneto fatto di confronto e conflitto sociale – lo Spazio daSud.
Da allora abbiamo raccontato le mafie nella Capitale (anticipando anche numerose indagini della magistratura), ricostruito il mondo legato alla droga e descritto il sistema di welfare parallelo offerto dai clan (Capitale in nero, Roma città di mafie, Roma tagliata male, MammaMafia e Under sono le nostre inchieste principali). Abbiamo inoltre svolto attività di comunicazione, animazione territoriale e costruzione di reti sociali: il Roma Mafie Tour e TorpignaLab, Spiazziamoli (evento a cui hanno partecipato decine di realtà in tutta la Capitale) e Restart (il Festival che nel 2019 giungerà alla quinta edizione) ne sono un esempio. Abbiamo poi promosso il protocollo Municipi Senza Mafie, la battaglia per le terre pubbliche ai giovani agricoltori, il lavoro sul caporalato fino alla proposta – divenuta legge anche se purtroppo non ancora applicata – di destinare alle borse di studio il 3% dei soldi confiscati ai clan.
È una declinazione della nostra idea di antimafia delle opportunità. Tutti risultati di cui andare fieri ma che ci suggerivano la necessità di cambiare ancora, di raccogliere e mettere a sistema il lavoro, le pratiche, le conoscenze e le domande di questi anni.
Siamo così giunti al progetto ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti. Abbiamo incontrato, raccolto, studiato e dove possibile coinvolto le migliori esperienze sociali e culturali d’Italia, abbiamo ideato un modello che tiene insieme la scuola, alcune istituzioni, le associazioni, le comunità locali, i cittadini, gli studenti, gli artisti. Abbiamo elaborato un percorso che intreccia educazione, socialità, offerta culturale e rigenerazione urbana. Per riuscirci abbiamo dovuto bypassare con immaginazione, spalle larghe e il contributo prezioso di tante e tanti che hanno creduto nel percorso (associazioni, cittadini, fondazioni) l’ottusità e lo sguardo miope di burocrati e politici e le resistenze di realtà sociali troppo affezionate al proprio fortino. Lo abbiamo fatto convinti da sempre che occorra riempire gli spazi della democrazia che altrimenti finiscono in mano ai clan e alla mala politica, che nel momento in cui vengono negati diritti e libertà – persino il buonsenso – è necessario non solo rivendicare i diritti ma esercitarli. Praticare la trasformazione altrimenti soltanto evocata.
D’altra parte, veniamo da una scuola antica e fiera – quella di Giuseppe Valarioti, politico, insegnante e intellettuale calabrese ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1980. Peppe si chiedeva: “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”.
Ecco allora che ÀP è divenuta la nuova grande scommessa, il nostro gesto politico più compiuto: è uno spazio grande, accogliente, bello dove leggere, studiare, lavorare, far giocare i bambini, fare radio, misurare un nuovo metodo educativo, chiacchierare davanti a un caffè, scoprire un nuovo vino e stare in compagnia. È una grande ambizione collettiva: rigenerare questa città, ricostruire la periferia, ridefinire un punto di vista critico sul mondo.
In questi anni abbiamo sempre sostenuto che non fosse necessaria una politica antimafia, ma che l’antimafia dovesse essere il prerequisito dell’agire pubblico. Che tante e tanti agiscono producendo resistenza, opportunità, diritti e che svolgono un’azione antimafia senza porsi il tema di farlo o senza dichiararlo.
Non abbiamo cambiato idea. Eppure oggi – in un Paese in cui si parla a sproposito di tutto ma ha cancellato il tema mafia dal suo orizzonte – sentiamo quantomai l’urgenza di riprendere in mano la nostra storia. Reinterpretandola, ancora una volta. C’è bisogno di parole e azioni originali, capaci di stare nella società e restituire la connessione sentimentale smarrita con le persone, di interpretare le nuove dinamiche criminali e contrastare i nuovi inferni sociali delle nostre città. Di spiazzare e sorprendere. Di capire e farsi capire. C’è bisogno di parole e azioni cioè che siano davvero popolari e antimafia. Come ÀP, la nostra Accademia. Che non conosce le risposte, ma si fa tutte le domande.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

Rispondi