«Riuscivamo a produrre oltre 30 quintali di olio l’anno che poi vendevamo alle botteghe equosolidali». Domenico Luppino, presidente della Cooperativa “Giovani in Vita”, con sede a Sinopoli, nel Reggino, racconta quell’esperienza umanamente profonda e lavorativamente impegnativa» in uno dei tanti terreno sottratti ai clan mafiosi.
Siamo a Limbadi, piccolo centro della Provincia di Vibo Valentia, tristemente famoso per essere il feudo dei Mancuso, uno dei più potenti sodalizi della Penisola, con ramificazioni all’estero. Un posto in cui la ‘ndrangheta fa davvero paura, in cui si fanno saltare in aria le persone per un pezzo di terra come il povero Matteo Vinci lo scorso 9 aprile. Un posto in cui, tuttavia, lo Stato non ha abdicato, tutt’altro, fa sentire la propria presenza tant’è che i presunti responsabili di quel terribile attentato sono stati arrestati nel giro di pochissimi mesi.
E qui si è trovata ad operare la cooperativa guidata da Domenico Luppino, su di un terreno confiscato a Peppe Mancuso, alias “’Mbrogghjia”, ergastolano del ’49, uno dei capi dell’omonimo casato mafioso: «Si trattava di un agro di
Il sodalizio ottenne i terreni confiscati dallo Stato dopo che nessuno si era fatto avanti. Una storia già vista. Il Comune era commissariato, l’allora Prefetto era Luisa Latella che giocò un ruolo importante nella vicenda. Luppino e i suoi ottennero il fondo agricolo della superficie di quattro ettari ma il fattore ambientale non era certo dei migliori: «Il Comune ci disse di procedere al frazionamento con la controparte, vale a dire proprio la famiglia Mancuso che ne aveva uno confinante».
Insomma, una situazione indubbiamente “scomoda” anche perché «dovevamo subire le frasi di scherno da parte loro». Ad ogni modo, superate queste difficoltà, Luppino e i suoi ragazzi,  una ventina in tutto, sia del Vibonese che del Reggino, iniziano a lavorare e produrre olio in discreta quantità: «Siamo riusciti ad arrivare anche a 30 quintali – racconta ancora il presidente di “Giovani in vita” –  una bella soddisfazione per tutti noi. Il lavoro è stato duro ma ne è valsa la pena». Insomma, la Cooperativa era riuscita a mettere in piedi un sistema che funziona su di un’area strappata al clan, mettendo in circolo la merce: «A quel tempo lavoravamo nel circuito di Altro Mercato fornendo il consorzio, la cui sede si trova a Verona, il quale, a sua volta distribuiva l’olio alle varie botteghe equo-solidali sparse su tutta la Penisola. Lavoravamo con passione, la fatica non ci pesava e facevamo del bene».
Una bella realtà, insomma, funzionante nonostante le intimidazioni subite col taglio e l’incendio di alberi nonché il furto di olive nei campi, che però, ad un certo punto, ha dovuto cessare la propria attività a causa della crisi economica: «Non potevamo più gestire il terreno in quanto eravamo sempre di meno a poter svolgere il lavoro e quindi, nel 2017 abbiamo dovuto, a malincuore accantonare questa esperienza che ci aveva dato tanto».
Oggi la cooperativa “Giovani In Vita” conta solo quattro persone ma continua ad operare su quei terreni riconquistati dallo Stato a scapito dei clan mafiosi, in un percorso di legalità che ha dimostrato di funzionare grazie alla serietà delle persone perbene.

 

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