Un’ampia pubblicistica coeva alla realizzazione del Progetto C.A.S.E. (giugno 2009-marzo 2010) ne denunziò i molti aspetti controversi (tra i quali, rifulsero per particolare criticità: il divieto di accesso ai cantieri agli ispettori del Ministero del Lavoro; il provvedimento che battezzava buoni tutti i subappalti, posteriormente sanandoli, in evidente dispregio del codice degli appalti, e transitato icasticamente alle cronache con il nome di ordinanza cancella reati; origine, provenienza e certificazione degli isolatori sismici; la mancata realizzazione di impianti di depurazione dei reflui di cotanti insediamenti, che alcune terrificanti immagini ci mostrarono essere scaricati direttamente nel fiume Aterno; le certificazioni antimafia), sino ad arrivare a preconizzare il destino delle diciannove new town quali non luoghi (vedi nota vi) del futuro prossimo nel quale ora ci troviamo, in un’ottica però dove quell’intervento era, sin dalla sua stessa incerta natura – che era quella di provvedere, recita il decreto n. 39/2009, a realizzare «moduli abitativi destinati ad una durevole utilizzazione» ovvero, come scrisse rivelatore Il Sole 24 Ore anticipando il Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2009 che licenziò quel decreto Abruzzo, «moduli abitativi di carattere non precario» (vedi nota vii) – un dato di fatto. Ben distinto, per via della previsione normativa della «protezione dalle azioni sismiche anche mediante isolamento sismico per interi complessi abitativi», dalle più semplici casette in legno che verranno realizzate in molti comuni del cratere sismico e note come M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori).
Come perfettamente sintetizzò l’emissaria di Abitare in visita ai cantieri:
«[…] Al di là delle caratteristiche espresse dall’acronimo (antisismicità, sostenibilità e ecocompatibilità) le C.A.S.E. sono Durevoli, né temporanee né definitive, o meglio le due cose insieme. Cioè gli edifici sono progettati per durare a lungo, ma gli aquilani a cui saranno assegnate ci dovrebbero restare solamente fino a quando le loro abitazioni d’origine (quelle classificate sotto le categorie E ed F, inagibili) non saranno tornate a posto. L’idea è che dopo potrebbero accogliere studenti universitari o turisti. Ma su questo torneremo poi […]»(vedi nota viii)
Le due cose insieme, quindi, senza tener conto dell’ammaestramento attribuito a Talleyrand, una figura che di emergenze ne gestì diverse: il n’y a que le provisoire qui dure. Bertolaso sostenne e sostiene che tra provvisorio e durevole la contraddizione è inesistente (ma crepe evidenti a questo assioma sono emerse nel corso degli anni: non è questa la sede per sceverarle o anche solo indicarle; basti il salace titolo che nel 2014 venne lanciato su un sito di informazione aquilano – battezzato “Newstown” giustappunto – all’esito di una commissione municipale aquilana: «Progetto Case “bastardo”: voluto da tutti, ora rinnegato») (vedi nota ix).
In realtà, la iniziale gestazione del Progetto, se si eccettua la disamina contenuta nel mastodontico agiografico volume sulle C.A.S.E. pubblicato già nell’anno 2010 sotto l’egida dei Costruttori ForCase (altra entità della cui vita si sa veramente poco; come d’altronde del Consorzio, disparso qualche anno fa) è confinata in un ambito grigio, piuttosto indeterminato. La prima idea manifestata dal governo dell’epoca per affrontare l’emergenza – quasi metà della popolazione aquilana venne immediatamente trasferita sulla Costa adriatica; l’altra metà, circa 30.000 persone, oltre che nelle poche case agibili e in autonoma sistemazione, dimorò per diversi mesi in delle tendopoli, un unicum anch’esso nella nostra storia recente, sino appunto alla consegna delle C.A.S.E. (trattasi di due fenomeni storici, tende e C.A.S.E., non scindibili) – fu quella di una unica new town, che abortì per le perplessità espresse da diversi fronti (vi fu chi paventò “Gardaland”) ma soprattutto per la sua evidente impraticabilità, in rapporto al numero delle persone destinatarie dell’intervento e del contesto nel quale esso andava calato. Ma un vero dibattito – anche in rapporto alla sua congruità in termini numerici in rapporto alla pretesa necessità di breve e medio termine – non vi fu, quando l’intervento venne parcellizzato, e si decise di distribuirlo nelle vicinanze dei vecchi centri delle frazioni.
La immediata successiva localizzazione del Progetto C.A.S.E. in diverse zone (da ventisei a ventuno, poi scese a diciannove) del territorio comunale aquilano non è chiara; nel senso che se la responsabilità della scelta delle aree ricadeva, per il decreto Abruzzo, sul Commissario delegato Bertolaso (d’intesa con la Regione Abruzzo e sentito il sindaco del Comune interessato), nel tempo, e già nell’immediato, sono state propalate versioni discordanti su chi abbia optato per questa o per quell’area. Alcune dipingono la Protezione Civile incline ai desideri del Comune dell’Aquila; altre pretendono che il sindaco aquilano dell’epoca, Massimo Cialente, nulla abbia saputo o contribuito a decidere al riguardo (le diverse versioni, paradossalmente, potrebbero non del tutto elidersi). Bertolaso, nella prefazione al già citato volume del Consorzio ForCase, scrisse che «i luoghi per la costruzione dei moduli e dei microquartieri C.A.S.E. [vennero] individuati sulla base degli strumenti urbanistici disponibili, insieme ai tecnici ed agli esperti del Comune dell’Aquila, localizzandoli e scegliendoli dopo aver verificato con puntiglioso rigore le caratteristiche dei terreni sotto il profilo sismico, ma anche idraulico ed idrogeologico» (vedi nota x); Cialente, nel maggio di quel terribile anno 2009, ci tenne però a far sapere che delle aree egli non sapeva assolutamente nulla, e che era ansioso di leggere l’ordinanza con gli espropri: e peccato che in quella ordinanza sia citato il suo parere (non vincolante, per carità!). Il tema ebbe una sua eco, ma tutto sommato modesta, almeno in rapporto al condizionamento che la scelta avrebbe – come ha effettivamente – comportato sui destini futuri della comunità aquilana e non solo. Certo, un noto antropologo del luogo, Antonello Ciccozzi, arrivò a scrivere, su questa localizzazione del Progetto C.A.S.E., di un intercorso «”patto Molotov-Ribbentrop” instaurato tra Protezione civile e sindaco» (vedi nota xi), facendo intendere che la Polonia, nel caso di specie, fosse rappresentata dal paesaggio della Valle dell’Aterno; e alcune voci, isolate, di comitati, pure si levarono per contestare la scelta di alcune aree: ma retrospettivamente, anche per tempi e modi con le quali tali osservazioni vennero formulate, appaiono un piangere sul latte versato, a cose fatte.
Da allora, tranne alcuni messaggi lanciati e scambiatisi dai protagonisti sulle zone di quelle aree del Progetto C.A.S.E. riservate ai servizi (e, incidentalmente, su gravi questioni irrisolte quali la manutenzione dei complessi, i canoni e le bollette: aspetti che si sono rivelati di difficilissima gestione per il municipio aquilano al quale quegli edifici sono nel frattempo transitati), la conoscenza dei fatti non ha compiuto significativi passi in avanti. Anzi.
La recentissima versione fornita dall’allora sindaco aquilano Cialente, illustrata in un suo poco riuscito libro di memorie, conferma che ad agire accanto al Dipartimento della Protezione Civile vi furono effettivamente due professionisti aquilani, due architetti «vecchi compagni di partito con i quali avevo sempre affrontato i problemi di urbanistica del Comune. Li chiamai, per fortuna erano rimasti a l’Aquila, trovando rifugio in due tendopoli» (vedi nota xii): versione che poco si concilia con quanto all’epoca e successivamente, sino ad oggi, ha sostenuto quel primo cittadino, e che crediamo dissimuli l’inevitabile subalternità che l’amministrazione locale aquilana patì in rapporto al Dipartimento; uno dei due tecnici narrò il suo coinvolgimento già al regista Luca Cococcetta, per un interessantissimo lavoro documentaristico del 2010, che trattava diffusamente del Progetto C.A.S.E., circostanziando lo scarso rilievo dell’apporto fornito dai tecnici indicati da Cialente – in quale forma? – come pure, in tal senso, si pronunziò il professor Giulio Tamburini, altro protagonista di parte municipale (che oggi Cialente curiosamente elimina dal proscenio, aggiungendone un terzo, sino ad oggi non conosciuto). Perché non essere chiari? Perché non mostrare il parere fornito dal Sindaco dell’Aquila sulla localizzazione del Progetto C.A.S.E., in data 9 maggio 2009?
Sugli accadimenti dell’origine ha operato il tempo, innestando una lunga serie di problematiche che è andata modificando finanche la percezione dei siti interessati. Siti ove un’intera generazione nel frattempo è venuta su, ignorando sostanzialmente la vita e il corpo delle frazioni in limine alle quali sono sorte; frazioni che sono da considerarsi ormai abbandonate, solo residualmente oggetto di interventi di ricostruzione del tessuto originario dei centri. Forse è questo il vero portato delle C.A.S.E.. Probabilmente inevitabile, qualsiasi soluzione provvisoria (provvisoria-provvisoria o provvisoria-definitiva) si fosse abbracciata nel 2009. La deriva delle frazioni aquilane. Accanto a questa, che è l’esiziale questione da affrontare, a questa coinnestata, ve n’è un’altra, non meno pesante: oggi, ci dice il gruppo consiliare aquilano di ‘Coalizione Sociale’, il 15% di quelle 185 piastre del Progetto C.A.S.E. realizzate in prossimità dei vecchi centri «sono completamente vuote in quanto inagibili» mentre 800 alloggi degli originari 4.449 sono inutilizzabili e circa 600 risultano liberi (vedi nota xiii). La qual cosa è sicuramente un dato di fatto sul quale occorrerebbe riflettere attentamente.
Ma il tema dei temi, che la pubblicistica e i giornali hanno solo sfiorato e adombrato – Erbani, in un ottimo testo; e una trasmissione televisiva Rai – segreto, e che è il cuore nero del Progetto C.A.S.E., attiene al dubbio che tante ricostruzioni e sospetti hanno negli anni alimentato: quel Progetto era forse già ‘pronto’, alle fatidiche ore 3.32 del 6 aprile 2009? Un dettaglio lo ha aggiunto poco giorni or sono Bertolaso: richiesto di come fosse nata l’idea del Progetto C.A.S.E., ha risposto che: «avevo un gruppo di ingegneri che erano bravi nei vari settori. Con loro stavamo già studiando da tempo l’opportunità di immaginare infrastrutture da realizzare in caso di disastri e grandi calamità» (vedi nota xiv).
Ed il brand del Progetto C.A.S.E., da chi promana(va)? Da Gian Michele Calvi?
Tutto, o quasi, su questi temi, è rimasto ai margini, nel clangore del decennale del modello L’Aquila.

NOTE:
vi Il richiamo alla nota definizione di Marc Augé è contenuto in uno dei non molti lavori sul campo inerente l’intervento: F.Carnelli-O.Paris-F.Tommasi (a cura di), Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma, Effigi 2012, p. 65. 
vii Carmine Fotina, La ricostruzione non paga l’Iva, in «Il Sole 24 Ore», 21 aprile 2009, p. 7.  Sul particolare della ‘durevole’ utilizzazione, si veda anche Alberto Puliafito, Protezione civile Spa. Quando la gestione dell’emergenza si fa business, Aliberti 2010, p. 79.
viii Lucia Tozzi, L’Aquila-progetto C.A.S.E. 24 ore sui cantieri delle nuove case antisimiche, www.abitare.it/it/architettura/2009/08/10/laquila-progetto-case/ 
ix http://news-town.it/politica/5116-progetto-case-bastardo-voluto-da-tutti….
x Guido Bertolaso, Provvisorio e durevole: la contraddizione inesistente, in Costruttori for C.A.S.E., L’Aquila. Il Progetto C.A.S.E., IUSS Press 2010, p. 11.
xi Antonello Ciccozzi, Dalla localizzazione delle C.A.S.E. al rattoppo dei condomini: le forme della corruzione politica nel terremoto dell’Aquila, http://lacittanascosta.blogspot,it/2010/03/dalla-localizzazione….
xii Massimo Cialente, L’Aquila 2009. Una lezione mancata (a cura di Antonella Calcagni), Castelvecchi 2019, p. 57.
xiii Dati illustrati in occasione della manifestazione #fattidimemoria (L’Aquila, 30 marzo 2019)
xiv L’intervista a Bertolaso è quella di Domenico Ranieri, L’Aquila la sento mia e la porto nel cuore, in ‘L’Aquila il decennale. Il terremoto: dal dolore alla speranza’, suppl. de «Il Centro», 6 aprile 2019, p. 10. 
(2 – fine)

 

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