Una famiglia come tante, in quegli anni 80, dove mio papà  Carmelo (46 anni), mamma Giovanna (44 anni), io, Roberta (16 anni) e le mie due sorelle Monica (11 anni) e Liliana (18 anni) trascorrevamo le nostre giornate condividendo quel lavoro che mio padre aveva scelto di svolgere con passione e aspettative, gestire l’hotel “Riva Smeralda”.
Era un piccolo albergo che si affacciava sul mare di Villagrazia di Carini, a pochi chilometri dall’aeroporto di Palermo, a conduzione familiare. Papà amava far sentire a casa i suoi ospiti e noi figlie trascorrevamo le vacanze estive dando il nostro piccolo contributo.
Apportò modifiche di ammodernamento all’albergo: trasformò un grande salone in una discoteca dove, da grande intrattenitore, organizzava manifestazioni o invitava gruppi folcloristici sempre per allietare i suoi ospiti, soprattutto gruppi provenienti da diversi paesi europei. E anche se il mio papà non parlava la loro lingua, riusciva a comunicare lasciandoli affascinati dalla cordialità con la quale venivano accolti.
Ma un giorno di agosto del 1980 tre uomini provenienti da Marsiglia vennero ad alloggiare nel nostro albergo e dopo qualche giorno la Polizia si presentò chiedendo a mio padre di consentire ad alcuni agenti di infiltrarsi tra il personale dell’albergo. Questi francesi, chimici, erano noti alla polizia di Marsiglia (già oggetto di indagini per traffico internazionale di droga dal giudice Pierre Michel ucciso nel 1981), e la loro presenza a Palermo era stata segnalata. Papà  acconsentì. Ovviamente a noi non disse nulla per non farci preoccupare.
Così camuffati da portiere d’albergo e camerieri, gli uomini della polizia tennero d’occhio qualunque movimento e conversazione di queste persone, traendone informazioni utili alle loro indagini.
Per noi quello fu un periodo come tanti altri, all’oscuro di ciò che stava accadendo. Mio padre non manifestò preoccupazioni particolari.
Dopo 20 giorni di soggiorno in albergo i volti dei tre clienti marsigliesi, con nostro stupore, li vedemmo al telegiornale mentre li arrestavano.
Quel giorno la Polizia fece irruzione in una villa dove si trovavano i marsigliesi e al suo interno, oltre agli strumenti utili per la raffinazione dell’eroina, trovarono il noto latitante Gerlando Alberti. Fu chiaro il motivo della loro presenza, insegnare ai mafiosi come trasformare la morfina base in eroina: le raffinerie scoperte furono due.
Ma tra i poliziotti che fecero irruzione nella villa, c’erano pure i poliziotti infiltrati, subito riconosciuti dai chimici marsigliesi.
Non dovettero nemmeno perdere tempo ed energie per capire quanto papà, un cittadino qualunque, avesse avuto un ruolo importante nell’indagine.
Carmelo Iannì era un esempio da non imitare e per questo andava eliminato subito.
Quattro giorni dopo l’arresto, il 28 agosto 1980, due giovani a volto scoperto entrarono nella hall dell’albergo uccidendo mio padre mentre era al telefono.
Mia sorella Monica e la mamma sentirono gli spari e subito furono allontanate. Io e Liliana non eravamo in hotel.
I titoli in prima pagina dei giornali locali, il giorno successivo all’omicidio di mio padre, riportavano falsità su un suo ipotetico coinvolgimento nell’organizzazione mafiosa gettando dubbi sulla sua onestà ed estraneità. Solo dopo alcuni mesi fu reso pubblico il ruolo determinante di mio padre per il buon esito dell’indagine. Fu fatto un trafiletto in un giornale locale, quando ormai l’opinione pubblica aveva già  dimenticato il suo nome.
Da quel 28 agosto le nostre vite cambiarono per sempre.
Oltre al dolore per il grave lutto dovemmo affrontare tutta una serie di problemi dovuti proprio alla particolarità  dell’evento. Affrontare una morte di quel tipo in quegli anni (allora si diceva che la mafia fosse solo nei film) significava vergognarsene e non sbandierarla ai quattro venti perché il primo pensiero che avrebbero fatto le persone conoscenti sarebbe stato sicuramente negativo, nessuno di noi voleva aver l’obbligo e la forza di convincere gli altri che mio padre non fosse uno di quelli, un mafioso…e così non ne parlammo per anni. Non ne parlammo fuori e, quel che è più grave, neanche in casa tra noi. Questo determinò una assoluta mancanza di elaborazione del lutto e una solitudine di tutto il nostro nucleo familiare rispetto agli amici che i nostri genitori avevano avuto fino a quel momento. Insomma gli anni successivi furono terribili, sia dal punto di vista economico che emotivo e psicologico.
Io e le mie sorelle avevamo sogni, volevamo fare l’università ma fummo costrette, insieme a nostra madre, a trovarci subito un lavoro.
La paura di ulteriori ritorsioni ci ha accompagnato per molto tempo. Una cosa su tutte però mio padre ha lasciato a noi figlie in eredità: il rispetto delle regole e un forte senso civico. Dopo oltre 25 anni, io e Liliana abbiamo iniziato a raccontare la nostra storia ai ragazzi partecipando ad eventi sulla legalità. Abbiamo trasformato la nostra rabbia e dolore in impegno civico. Monica ancora non riesce a parlarne.
Gerlando Alberti fu condannato quale mandante dell’uccisione di Carmelo Iannì a 30 anni ma morì nella sua casa ai domiciliari per motivi di salute. Gli esecutori materiali non furono mai individuati.

 

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