Secondo la Procura di Palermo, i due carabinieri coinvolti nell’inchiesta avrebbero rivelato intercettazioni su attività investigative relative al boss latitante e tramite Vaccarino fatte avere al mafioso Santangelo condannato 25 anni fa per associazione mafiosa e libero da diversi anni. Santangelo gestisce una società di Onoranze Funebri a Castelvetrano. L’intercettazione riguarda un indagine del marzo 2017.

“Con l’uso che tu sai di doverne fare”: con queste parole l’ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, massone per anni “usato” dai Servizi segreti nelle indagini sulla cattura del boss Matteo Messina Denaro, diede a marzo 2017, al mafioso Vincenzo Santangelo, le trascrizioni di un dialogo tra due indagati intercettati nell’ambito delle ricerche del padrino trapanese. E’ quanto ipotizzato nella nuova inchiesta sulla fuga di notizie nelle indagini alla ricerca della primula rossa

Vaccarino, che ha già scontato una condanna per traffico di droga, protagonista per anni di una corrispondenza con Messina Denaro (i due usavano i nomi in codice di Svetonio e Alessio), è stato arrestato oggi con l’accusa di favoreggiamento. Nella conversazione intercettata fatta filtrare si facevano commenti su Santangelo e si parlava del possibile nascondiglio del capomafia.

Non è stato accertato se al mafioso sia stata passata tutta la trascrizione, compreso il dialogo sul covo, o solo quello che lo riguardava. Vaccarino è entrato in possesso dell’intercettazione grazie all’ufficiale della Dia Marco Zappalà, arrestato stamattina dal Ros con l’accusa di rivelazione di notizie riservate, mentre stava per recarsi all’aeroporto di Catania. In cella anche l’appuntato Giuseppe Barcellona incaricato dai magistrati di ascoltare e trascrivere le intercettazioni sul latitante.

E’ stato lui, che risponde di accesso abusivo al sistema informatico, a passare le “carte” a Zappalà. La rete di talpe è stata scoperta dalla Procura di Palermo: l’inchiesta è stata coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Piero Padova. Non è la prima volta che i pm del capoluogo svelano l’esistenza di “spie” tra gli investigatori: nel novembre del 2003 la Procura accertò il ruolo di alcuni investigatori che davano informazioni sulle ricerche del boss Bernardo Provenzano. Ne nacque un’inchiesta che poi portò anche alla condanna per favoreggiamento alla mafia dell’ex governatore siciliano Totò Cuffaro.
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Fonte Blog Sicilia
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