Il Secondo Dopoguerra, in Italia, è stato il momento della difficile ricostruzione di un tessuto sociale, oltre che economico, lacerato da un conflitto armato e da venti anni di dittatura. Dopo aver combattuto contro il fascismo, la fame e la morte, i civili si sono ritrovati a contrastare un nemico altrettanto feroce e sicuramente più subdolo: la mafia.
Senza ancora il riconoscimento di una legge che prevedesse il reato di associazionismo mafioso – e neppure si voleva capire bene cosa fosse la “mafia” – i lavoratori hanno combattuto la criminalità organizzata solo con le proprie forze, pagando spesso con la vita il loro impegno per cambiare la società.
Solo in Sicilia si contano almeno 60 vittime di mafia tra i sindacalisti, bersaglio facile per la criminalità organizzata in un contesto assai arretrato fino agli anni Cinquanta. Prima ancora della conclusione del conflitto mondiale, però, si ipotizzava quella che sarebbe diventata qualche anno dopo la famosa “legge Gullo”, dal nome dell’allora Ministro dell’agricoltura del governo Badoglio, che avrebbe concesso sulla carta ai contadini riuniti in cooperative le terre incolte o mal coltivate degli agrari. Un provvedimento che, se per i contadini poveri e senza terre rappresentava quasi una rivoluzione, risultava certamente scomodo per i grandi proprietari terrieri, che vedevano così minati i propri possedimenti. Le cooperative contadine avviavano così le procedure per ottenere fondi incolti o mal coltivati, che restavano però prive di risposta dalle Commissioni preposte a esaminare le richieste.
Il padronato agrario, fascista e mafioso, non si limitava a negare i diritti dei contadini ostacolando il processo di acquisizione dei terreni; il 13 febbraio 1947 furono due i sindacalisti a cadere sotto i colpi della criminalità organizzata.
Vincenzo Sansone, da tutti conosciuti come Nunzio, insegnante di Lettere e militante comunista, era il fondatore e segretario della Camera del Lavoro di Villabate, in provincia di Palermo. Impegnato nella lotta per la riforma agraria, nel tentativo di riscattare i braccianti dalla miseria, con la sua attività riscuoteva consenso tra le masse: un affronto che la mafia non poteva certo tollerare. Il 13 febbraio 1947 Nunzio viene ucciso a colpi di fucile nella sua città, per aver “pestato i piedi” a qualche proprietario terriero. Lo stesso giorno, a Partinico, sempre nel palermitano, un’altra vittima si aggiunge al lungo elenco dei sindacalisti uccisi dalla mafia. Leonardo Salvia, come Nunzio, combatteva in prima fila per i diritti dei contadini e si batteva attivamente per la redistribuzione delle terre. Come Sansone, un personaggio scomodo, e perciò eliminato da una criminalità organizzata che voleva salvaguardare gli interessi del baronato agrario.
Sansone e Salvia, come molti altri prima e dopo di loro, erano lavoratori “che non si facevano i fatti propri”, che hanno pagato un prezzo troppo alto per la loro onestà e il loro coraggio. Eppure, proprio al sacrificio di questi uomini si devono conquiste importanti, come la scomparsa del latifondo, un contributo fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata che molti decenni dopo ha portato alla legge sul sequestro delle ricchezze mafiose.
Quelle di Nunzio Sansone, di Leonardo Salvia e di tutti gli altri sindacalisti uccisi dalla mafia nel tentativo di cambiare la società sono storie troppo spesso dimenticate, rimaste sepolte negli archivi giudiziari o perdute nel proseguo del tempo, senza il giusto riconoscimento.

 

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