Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di SulmonaMarco Billi, ha disposto ieri la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Guido Conti, l’ex generale dei carabinieri-forestali di 58 anni trovato morto, con un colpo di pistola alla tempia, il 17 novembre del 2017 sul monte Morrone in Abruzzo. A chiedere di non archiviare l’indagine come semplice suicidio, come aveva fatto invece la procura, era stata la famiglia che aveva avanzato dubbi sulle conclusioni degli inquirenti, ritenendo il quadro psicologico ricostruito dai magistrati non compatibile con la personalità del generale.

ISTIGAZIONE
Non solo: la famiglia aveva avanzato dubbi anche sul fatto che possa essersi trattato di istigazione al suicidio, o addirittura un omicidio. Un’ipotesi che sarebbe suffragata da una serie di elementi su cui la procura non avrebbe indagato a sufficienza, lasciando troppi lati oscuri su quella sera e soprattutto sui giorni che precedettero. Il Gip ha così accolto la richiesta di riapertura delle indagini, dando un termine alla procura (entro il 30 novembre prossimo) per approfondire non solo i punti evidenziati nell’opposizione, ma anche indicando una direzione precisa su cui indagare, ascoltando cioè nuovi testimoni e battendo nuove piste. Sullo sfondo lo scenario di Tempa Rossa, il sito estrattivo della Total in Basilicata, dove Conti si era trasferito un mese prima per ricoprire un delicato incarico dirigenziale (responsabile ambiente e sicurezza) dopo aver lasciato l’Arma in anticipo. E’ sulla sua breve esperienza nella multinazionale del petrolio che in particolare si chiede di scavare, perché è da questa esperienza che emergono i punti salienti della crisi del generale. Lui che era stato sempre un paladino dell’ambiente e della legalità e che, specie sul traffico di rifiuti, aveva portato avanti inchieste importanti: dalla discarica Montedison di Bussi in Abruzzo, alle indagini sulla Thyssen in Umbria.

LA CRISI
Una crisi concretizzatasi con le sue dimissioni dalla Total, rassegnate pochi giorni prima della sua morte. Con una data spartiacque, quella dell’8 novembre 2017, quando al termine di una riunione nella questura di Potenza, Conti confidò di sentirsi abbandonato dai suoi amici in divisa, a partire dal padre di un suo compagno di corso che, da quel giorno, ebbe verso di lui un inspiegabile gelo. E poi le telefonate fatte e ricevute negli ultimi giorni di vita, non abbastanza indagate: una chiamata da un numero intestato al comando dei carabinieri-forestali di Roma che non si è mai saputo a chi fosse in uso, le litigate fatte al telefono a cui alcuni testimoni assistettero, la cancellazione dei dati dal suo computer da lui stesso voluta due giorni prima e quella lettera testamento che faceva stranamente riferimento alla tragedia di Rigopiano (dove lui ebbe un ruolo del tutto marginale), ma che nulla diceva della Total e della Basilicata. C’era un’auto, un Porsche Cayenne bianca, quella sera del 17 novembre sulla provinciale morronese chiusa al traffico dove Conti fu trovato morto. Un’auto che nessuno, neanche la procura, ha saputo dire di chi fosse e perché stesse li. Anche su questo si dovrà continuare ad indagare.

Fonte : Il Messaggero

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