Assoluzione per non aver commesso il fatto”. La corte d’appello conferma l’estraneità dell’ex ministro Calogero Mannino alla trattativa fra pezzi dello Stato e i vertici della mafia. Già in primo grado, al termine del rito abbreviato, il gup Marina Petruzzella aveva rigettato la richiesta di condanna a nove anni sollecitata dai pubblici ministeri. E, adesso, il collegio presieduto da Adriana Piras, rigetta la stessa richiesta fatta dai sostituti procuratori generali Sergio Barbiera e Giuseppe Fici. Il reato contestato era quello di “minaccia a corpo politico dello Stato”.  “Oggi parla la sentenza che conferma l’assoluzione e le assoluzioni in tutti gli altri processi in cui sono stato trascinato in questi anni”, così commenta al telefono Mannino. L’ex ministero Dc, stamattina era presente in aula poi – quando la Corte è entrata in camera di consiglio – ha scelto di non essere al palazzo di giustizia al momento della sentenza.

processo

Nella ricostruzione dell’accusa, Mannino era il primo anello della trattativa: temendo per la sua incolumità, grazie ai suoi rapporti con l’ex capo del Ros Antonio Subranni, nel ‘92, avrebbe fatto pressioni sui carabinieri perché avviassero un “dialogo” con i clan. In cambio si sarebbe adoperato per garantire un’attenuazione della normativa del carcere duro.

 
L’ex ministro si è sempre difeso negando ogni coinvolgimento nelle vicende che gli sono state contestate. Aveva scelto di essere giudicato col rito abbreviato. Intanto, sono arrivate le condanne per gli altri imputati con il rito ordinario, emesse dalla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto: dodici anni per gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, dodici anni per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno.

E poi, ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella. Assoluzione per l’ex ministro Nicola Mancino, “perché il fatto non sussiste”. Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Manca il principale imputato della “trattativa”, Totò Riina, morto nel novembre del 2017, sei mesi prima della lettura della sentenza di primo grado. Il processo d’appello è in corso.

I pentiti

Nel processo d’appello per Mannino aveva fatto capolino anche l’ultimo pentito di mafia, Filippo Bisconti, capomafia di Belmonte Mezzagno, che collabora da dicembre con la procura di Palermo. Aveva accusato l’ex ministro di essere “affiliato alla cosca del suo paese, l’ho saputo dal boss di Corleone Rosario Lo Bue”. Dichiarazione che a soorpresa aveva riaperto lo scontro fra accusa e difesa, Mannino aveva parlato di “fake news”. Nel processo d’appello, era tornato a deporre soprattutto il pentito Giovanni Brusca, che confermando il progetto di attentato nei confronti di Mannino aveva anche riferito di un tentativo di avvicinamento dell’ex ministro da parte di Riina: “Mannino era stato cercato da Riina per alcune richieste, per aiutarlo ad aggiustare qualche processo o qualche altro favore. Tra gli anni ’80 e ’90 aveva cercato un contatto con lui tramite un tale notaio Ferraro, di Castelvetrano. L’interesse in particolare riguardava il processo Basile, con imputati Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno”. Mannino era già stato però assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza ormai definitiva.
 Fonte palermo la repubblica

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