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a cura della redazione di Cosa Vostra

5 MOSESi sa che nel Nordest mafie e o mafiosi investono il proprio patrimonio in attività per lo più lecite, inquinando il mercato economico e, di conseguenza, la società. Si dice anche che i mafiosi non sparano e ammazzano più come prima e di certo in questa macro regione non hanno bisogno di alzare troppo la voce. C’è un fatto molto inquietante che genera purtroppo poca preoccupazione: certi  reati contro la persona, anche violenti, non fanno clamore; neppure le minacce fisiche o gli incendi. Perché tutto questo? Collusione di parte della società civile? Complicità di alcuni professionisti? Impreparazione ad affrontare le mafie?
Sicuramente ancora si fa fatica ad accettare il concetto che le organizzazioni di stampo mafioso siano tra noi; perché ancora oggi esponenti delle principali istituzioni negano la loro presenza, non utilizzano neppure il termine “mafia” oppure la strumentalizzano per il proprio tornaconto politico; “perché solo di recente si stanno promuovendo interventi per il contrasto al crimine organizzato e, quindi, per molti anni, non si sono volute conoscere le mafie e il loro modo di agire; perché più di qualcuno, appartenente al variegato mondo dei colletti bianchi – avvocati, commercialisti, broker, funzionari pubblici, imprenditori e, in genere, faccendieri – pensa che la mafia convenga. D’altronde l’economia e, in generale, il tessuto sociale è fertile, non stantio e, soprattutto, molte inchieste dell’Autorità Giudiziaria hanno mostrato quanti individui – indagati per gravi reati di natura economica come corruzione, bancarotta fraudolenta, turbativa d’asta, ecc. – possono essere complici di altri soggetti, inquisiti per altri delitti – dall’estorsione all’usura, passando per il traffico di droga – a loro volta collegati alle mafie. In altre parole, se vogliamo comprendere le mafie, occorre saper guardare dentro un’ingarbugliata rete di delitti”.
Inoltre “esistono decine e decine di modi per “lavare” i soldi sporchi. Essi viaggiano di continuo nei circuiti finanziari, salvo poi materializzarsi per essere utilizzati nel concreto con l’acquisto di immobili (abitazioni, terreni, ecc.), di beni mobili (macchine, opere d’arte, ecc.), con la creazione o l’acquisizione di quote societarie o di intere aziende che operano nei settori più vari: dalla sanità al turismo, dagli appalti pubblici all’edilizia e ai rifiuti, dalla filiera agricola agli esercizi commerciali, da bar e ristoranti al gioco d’azzardo e alle scommesse online. Stando agli ultimi dati disponibili e consultabili, al primo semestre del 2018 in Italia ci sono state 49.376 segnalazioni di operazioni bancarie sospette, di cui 326 in Trentino Alto Adige, 832 in Friuli Venezia Giulia e 4.213 in Veneto. Proprio quest’ultima regione ha registrato una vera e propria impennata di segnalazioni passando da 6.430 del 2015 alle 8.181 del 2017”.
Ricordiamo che di recente in Veneto è scoppiato uno dei più gravi e costosi scandali di corruzione che l’Italia abbia mai avuto; riguarda il MOSE, ossia il “Modello Sperimentale Elettromeccanino”, un’opera ingegneristica che dovrebbe “salvare” Venezia dall’acqua alta. Nel giugno del 2014 sono finiti in manette 35 persone per tangenti versate dal Consorzio Venezia Nuova, la società concessionaria del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per la realizzazione dell’opera.
“Il consorzio è stato commissariato, mentre i lavori sono portati avanti faticosamente; il termine per ultimarli, prima previsto nel 2011, continua a slittare in avanti mentre I costi sono lievitati rispetto alla stima iniziale e i lavori di manutenzione per la gestione annuale dell’opera supereranno il centinaio di milioni di euro. Il giornalista Ugo Dinello commenta: «Se quanto successo per il MOSE – Presidente della Regione e assessori, consiglieri regionali, magistrati e alti ufficiali a libro paga di un “cartello” che decideva chi lavorava, a quanto e quanto dovevano costare le opere pubbliche – fosse successo a Palermo di cosa avremmo parlato? Di mafia. Perché in Veneto no?»”.
Infine “occorre comprendere come si muovono le organizzazioni mafiose e utilizzare una chiave di lettura per determinati fatti, partendo dal presupposto che la mafia viene trovata solo se la si sa e la si vuole cercare. Essa non è un soggetto avulso ed esterno alle dinamiche illegali del Triveneto. È parte integrante di un sistema di malaffare diffuso. Non dobbiamo solo chiederci dove sono le mafie ma anche come operano. Sempre il giornalista Ugo Dinello, a proposito del Veneto, ci dice: «Cosa nostra è concentrata principalmente e sempre di più nell’area di Venezia, dove da tempo gestisce enormi capitali nel settore turistico, grazie anche al proficuo lavoro che ha sviluppato con la Mafia del Brenta, nella sua parte ancora attiva e mai toccata dalle indagini, cioè quella imprenditoriale. La Sacra Corona Unita è attiva a Chioggia, ma anche in questo caso non vi sono inchieste in corso. Varie famiglie camorriste sono attive a Padova, Treviso e nel Veneto orientale, specie per quanto riguarda la criminalità finanziaria, le grandi opere e la gestione dei rifiuti. La ‘Ndrangheta è invece operativa principalmente a Verona, con le ‘ndrine attive in Lombardia ed Emilia, specie nel settore costruzioni, grandi opere, logistica e movimento terra»”.
Ma come siamo arrivati a tutto questo? Per comprenderlo nel libro abbiamo analizzato alcune indagini potendo osservare come sono cambiate le infiltrazioni mafiose nel corso del tempo. A metà degli anni Novanta si scoprì che l’hotel “San Martino” nella zona del Nevegal (Belluno) era riconducibile a Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana e che attorno ad essa gravitavano personaggi assai discutibili, come il faccendiere Flavio Carboni. Quasi quindici anni dopo, nel novembre 2007 sono stati catturati a Palermo Salvatore Lo Piccolo, latitante da 25 anni, e suo figlio Sandro, esponenti di peso di Cosa Nostra. Si è scoperto attraverso alcune intercettazioni che i mafiosi, tramite l’avvocato Marcello Trapani, arrestato anche lui nel 2008, sarebbero stati interessati a investire denaro sporco in Veneto. E per farlo avrebbero voluto servirsi di un imprenditore edile di Piove di Sacco.  Nel gennaio 2015 nell’ambito dell’inchiesta “Aemilia”, tra le decine e decine di arrestati, otto erano residenti in Veneto e qui svolgevano le proprie attività imprenditoriali. “Soffermiamoci, però, su un personaggio che compare nel processo “Aemilia”, Paolo Signifredi, coinvolto in altre due inchieste – quella “Pesci” a Brescia e quella “Kyterion” a Crotone – oggi collaboratore di giustizia, sedicente commercialista di Parma, legato alla ‘Ndrangheta. Signifredi, in contatto con Nicolino Grande Aracri, a capo dell’omonima ‘ndrina, per conto dell’organizzazione mafiosa calabrese, aveva il compito di rilevare le quote di società in liquidazione per poterne acquisire l’intero patrimonio”.
Possiamo osservare che rispetto a vent’anni fa qualcosa è cambiato. Si è evoluta l’operatività delle organizzazioni mafiose nel Nordest e sono aumentate anche le inchieste giudiziarie. Ma se “prima si pensava, erroneamente, a sporadici tentativi di infiltrazione nel tessuto sociale del Triveneto – comunque già allora non impermeabile visto quanto successo con la Mafia del Brenta – per ripulire il denaro sporco, talvolta mediante qualche intermediario o qualche imprenditore oppure un colletto bianco. Oggi assistiamo a un vero e proprio mescolamento, con la presenza in loco di affiliati o di elementi comunque contigui al crimine organizzato anche se formalmente non inseriti in esso. E così oggi nel Nordest molte operazioni antimafia coinvolgono soggetti locali, società e aziende che qui sono attive”.

[Tratto da “Mafia come M. La criminalità organizzata nel Nordest spiegata ai ragazzi

Fonte mafie blog autore

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