Nel libro “Mafia come M”, abbiamo ricordato una delle principali inchieste passate in giudicato che ha svelato le capacità criminali di un’organizzazione mafiosa creata da cittadini campani e veneti e situata nel padovano. Nel 2011 si è svolta l’operazione “Serpe”: più di venti persone sono finite in carcere con la pesante accusa di associazione di stampo mafioso e altri gravi reati come usura ed estorsione. Nel 2012 il Tribunale ha condannato ventidue incriminati per 416bis; tale sentenza è diventata definitiva nel 2015. Contro chi si è abbattuta l’operazione “Serpe”? Contro …un aspide!
“Aspide è un serpente della famiglia delle vipere, molto diffuso in Europa e famoso per essere stato lo “strumento” con cui la regina Cleopatra si sarebbe tolta la vita. Aspide, però, è anche il nome di una società finanziaria al centro dell’operazione “Serpe” – l’Autorità Giudiziaria sa essere molto ironica – che ha svelato come in realtà dietro questa impresa si celasse una vera e propria organizzazione mafiosa dedita in Veneto principalmente all’usura e all’estorsione.
“Aspide s.r.l.”, con sede a Selvazzano (Padova), era capeggiata da Mario Crisci, soprannominato “O’ Dottò”, insieme ad Antonio e Ciro Parisi, di Napoli, Massimo Covino di Secondigliano, sempre in Campania, Christian Tavino, ex poliziotto, e Johnny Giuriatti, entrambi di Padova. Tavino ha spiegato quest’unione: “Ci voleva gente del Veneto per metterci la faccia. I veneti si fidano poco di chi ha l’accento campano”.
L’azienda agiva nell’apparente normalità, tanto da agganciare inizialmente gli imprenditori attraverso campagne pubblicitarie sul proprio sito e sui giornali; sarebbe stato poi il passaparola un altro metodo per rintracciare nuovi clienti. “Aspide s.r.l.”, però, non si limitava a offrire prestiti a tassi usurai, ma anche altri servizi finanziari illegali, come frodi e fallimenti societari pilotati, e la riscossione violenta dei crediti non pagati”.
Durante un suo interrogatorio, Crisci ha dichiarato: “Molti, grazie a me, hanno mandato i capitali all’estero, e poi lavoravano in nero, la pratica della fatturazione fasulla per abbassare i costi era costante”. E ha aggiunto poi: “Quando con la mia società, la Aspide, prestavo i soldi spiegavo a tutti quale era il tasso d’interesse, non è vero che lo scoprivano dopo, sapevano e accettavano con l’avallo dei loro professionisti, che erano presenti alle trattative”.
“Nella rete di Crisci, in effetti, erano finiti ben 115 imprenditori operanti nel Nordest ma soltanto uno ha avuto inizialmente il coraggio di denunciare gli estorsori e, per giunta, la persona in questione è di origine campane. Capita anche questo nel Veneto che si professa avulso dalla criminalità organizzata…
Nel successivo processo, che ha portato alla condanna dello stesso Crisci e dei suoi soci, è stata riconosciuta al gruppo criminale il reato di associazione di stampo mafioso.
Tale gruppo non era in collegamento con il Clan dei Casalesi, ma non per questo era “meno mafioso”; anzi era capace comunque di incutere timore e intimidire con mezzi violenti, solo alludendo ad una presunta contiguità con la Camorra. Questa è un’altra particolarità del gruppo: Crisci, infatti, per ottenere quanto voleva da chi non pagava, sfruttava la sua provenienza per spaventare i debitori, facendo del marketing criminale non solo il suo biglietto da visita ma anche il suo metodo mafioso, presentandosi di fatto come un camorrista e venendo accettato come tale.
Interessante, poi, la visione del Nordest da parte del mafioso. Al magistrato che gli chiedeva come avesse fatto a creare la propria rete criminale, Crisci rispondeva: “Perché qui so’ più disonesti di noi”.

[Tratto da “Mafia come M. La criminalità organizzata nel Nordest spiegata ai ragazzi” – Linea Edizioni, 2019]

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