Per molti anni, a partire del secondo decennio del Duemila, varie relazioni della Dia e della Dna hanno lanciato l’allarme sulle infiltrazioni e gli interessi della criminalità organizzata in Veneto; ma senza gli arresti e e le operazioni dell’autorità giudiziaria era un po’ come fare discorsi sui massimi sistemi. Si sapeva dell’appetibilità del Nordest per ragioni squisitamente economiche eppure senza nomi e volti, senza le manette e il suono delle sirene era come se la mafia e il suo potere fosse un nemico lontano e non ancora giunto in Veneto. Tutto è cambiato (o forse non lo è affatto nelle sue cause e nelle sue conseguenze sociali) negli ultimi anni, quando Forze dell’Ordine e magistratura hanno iniziato a fermare taluni personaggi, per una serie di reati assai gravi (usura, estorsione, false fatturazioni, minacce e violenze fisiche, ecc.), ritenuti dagli inquirenti legati alle mafie o espressione di qualche associazione mafiosa. E così abbiamo potuto dare un volto e un nome – e anche più di uno –  ai mafiosi, ai loro complici, agli affaristi della peggior specie. E di colpo si è passati dall’allarme sulle infiltrazioni alla presenza sul territorio di precisi soggetti dalle indiscusse capacità criminali.
Probabilmente neanche il termine radicamento è corretto per comprendere quanto stia succedendo in Veneto; potremmo cercare di trovare nuovi termini – mescolamento, colonizzazione, camuffamento e così via – ma sarebbero comunque opinabili. Intanto, partiamo da un dato: la presenza di mafiosi (o presunti tali per gli organi investigativi) in Veneto, in particolare nelle zone di provincia, per lo più lontani dai riflettori, ben integrati nel tessuto sociale a tal punto che quando vengono arrestati il resto della società civile, a partire dagli organi istituzionali locali, pare cadere dalle nuvole; contemporaneamente, mentre si leggono le intercettazioni e le ordinanze, gli inquirenti parlano invece di climi di omertà, di complicità, del famoso “tutti sapevano” e di qualche cittadino che si è pure rivolto ai soggetti arrestati per sbrigare faccende più o meno illegali. Bel paradosso. Ma basta andare “sul campo” e dialogare con le persone per capire che sì, c’è un clima di paura, che davvero tutti conoscevano la “fama” di certi personaggi e che alcuni cittadini si sono piegati al potere del malavitoso locale ma che ci stanno anche i cittadini che non si sono piegati, che vogliono poter fare qualcosa, che hanno denunciato episodi strani ma non hanno ottenuto le risposte che si aspettavano dallo Stato e dai loro rappresentanti.
Sono stato invitato dal coordinamento di Libera Vicenza a Zimella, comune a cavallo tra le province di Verona e Vicenza. Qui abita Domenico Multari, soprannominato “Gheddafi”, accusato di sequestro di persona, omicidio colposo, ricettazione e altri gravi reati, ritenuto il “referente” della ‘Ndrangheta in Veneto, legato alla ‘ndrina cutrese dei Grande Aracri e prima ancora dei Dragone. E tra i tanti discorsi che mi hanno riferito comuni cittadini, uno è assai esplicativo: Multari lasciava i suoi tre cani di razza di grossa taglia, liberi di scorrazzare a proprio piacimento in paese. Di giorno e di notte. E c’è chi si è lamentato, ripetutamente, nel corso di questi anni. Ma la risposta, tardiva, l’ha avuta soltanto quando Multari è stato arrestato il 12 febbraio del 2019, a seguito dell’operazione “Terry”.
I cani di Zimella simboleggiano quel potere beffardo e autoritario che Multari amava ostentare in città. Lui stesso dirimeva le questioni tra compaesani: per un debito di 8.000 euro «riusciva a mettere d’accordo i due contendenti portandoli a raggiungere una soluzione pacifica».
Capita poi che un abitante nota un auto sospetta, chiama Multari che affronta il conducente dell’auto e poi lo stesso Multari si rivolge ai carabinieri per informarli che «quello è un porco, un mezzo maniaco, le ragazze in zona mi hanno chiamato in quanto hanno preso paura al punto di chiudersi in casa».
Scrivono gli inquirenti: «è evidente che con tali comportamenti viene sempre a conoscenza di ogni possibile movimento che si verifica in paese, circostanza che gli permette un costante controllo del territorio». Ma la “fama” di Multari va oltre il veronese. Si rivolge a Multari l’imprenditore veneziano Francesco Crosera, che aveva costruito uno yacht – “Terry” appunto, da cui il nome dell’operazione – per Luciano Pagotto, il quale inizia nei confronti del primo una causa legale per difetti di fabbricazione. E allora Crosera chiede a Multari di bruciare l’imbarcazione esclamando «se a me mi fanno la guerra, io rispondo con la guerra».
Eppure, quando Multari è stato arrestato, Alessia Segantini, sindaco di Zimella, ha dichiarato ai quotidiani locali: “Mi dispiace per la nostra comunità, ma anche per la sua famiglia: non credo sia una grande ‘soddisfazione’ subire un arresto e una perquisizione in casa” e poi “Saranno le indagini e i processi a fare chiarezza, certo che sono rimasta spiazzata ad avere nel mio comune fenomeni che siamo abituati a vedere solo in tv. Noi conosciamo da anni questa famiglia che è ormai integrata nel tessuto sociale, essendo arrivata oltre 30 anni fa”. Dispiacersi per la famiglia Multari – sono stati arresti anche i fratelli di Domenico, Carmine e Fortunato, il figlio Antonio, mentre l’altro figlio, Alberto, risulta solo indagato – pare quantomeno fuori luogo considerando la caratura del soggetto in questione, già conosciuto a livello locale sin dal 2013, quando gli erano stati sequestrati beni per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro. E proprio rispetto a quei beni lo stesso Multari aveva interferito sulla loro possibile vendita all’asta attraverso contratti con prestanome o minacciando anche violentemente i pubblici ufficiali preposti.
Proprio le capacità economiche del cutrese e il fatto che si sia integrato nel tessuto sociale cittadino pone un’importante questione: al di là di quanto emerso dall’operazione “Terry” e dei reati contestati o contestabili, quali rapporti ci sono stati con gli organi istituzionali? E con le imprese locali, a fronte anche della crisi economica che ha colpito la piccola imprenditoria del Nordest qualche anno fa? Quali dinamiche si sono innescate, data la presenza di Multari, tra le aziende e i lavoratori? Certo, i segnali non sono dei più positivi visto che, come si legge nell’ordinanza di arresto: «la sudditanza psicologica e il costante controllo che Domenico Multari esercita nella sua zona di residenza al punto che, in presenza di un problema che interessa i negozi della cittadina, gli stessi negozianti non si rivolgono ai carabinieri ma contattano direttamente lui».

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