Come si è già visto sopra a proposito dell’origine della strategia mafiosa scaturita dal volere, soprattutto, di Salvatore Riina tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, non v’è alcun dubbio che, sin dall’inizio, nel programma “a grandi linee” delineato e ratificato dai vertici di “cosa nostra” vi fosse anche l’omicidio del Dott. Borsellino in quanto simbolo, insieme al Dott. Falcone, della nuova stagione, iniziata nei primi anni ottanta, di incessante contrasto al fenomeno mafioso e di rifiuto di qualsiasi indulgenza anche verso quei settori della società e del mondo politico e imprenditoriale che ne avevano consentito, in qualche modo, lo sviluppo, sino a permeare pericolosamente molte, se non tutte, le attività pubbliche e private spesso anche oltre gli stretti ambiti territoriali siciliani.
Tuttavia, l’omicidio del Dott. Borsellino, a soli cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, nel momento di maggiore indignazione della società civile verso il fenomeno mafioso e di conseguente reazione dello Stato anche sul fronte legislativo estrinsecatasi con il D.L. dell’8 giugno 1992 n. 306 che introduceva, sì, tra l’altro, il regime del 41 bis, ma che era stato seguito dal
plateale dissenso di ampi settori del Parlamento e di giuristi che prospettavano un inammissibile superamento dei limiti delle garanzie che, comunque, uno stato di diritto democratico deve assicurare, è apparso, sia dai primi momenti, ai più, come del tutto controproducente per gli interessi dell’organizzazione mafiosa, se non altro, perché, come di fatto poi è avvenuto, anche da parte di coloro che agivano in perfetta buona fede e per profonde convinzioni ideali, non sarebbe
stato possibile opporre alcuna resistenza a coloro che propugnavano la necessità di un definitivo “giro di vite” nella più dura repressione del fenomeno mafioso.
Ed infatti, unanimemente, tutti i testi “politici” esaminati in questo dibattimento, non hanno mostrato alcun dubbio nel ritenere e riferire che la strage di via D’Amelio e le conseguenti reazioni della società civile, furono determinanti per stroncare i dissensi da tanti manifestati (in buona o in cattiva fede) e per giungere alla conversione in legge, senza che ne fosse snaturato l’intento
fortemente repressivo del fenomeno mafioso, del decreto legge prima ricordato, col quale si ponevano le basi per l’applicazione ai mafiosi, per la prima volta, di un regime detentivo particolarmente duro e tale da impedire loro quei collegamenti con i sodali liberi che, sino ad allora, erano stati uno dei punti di forza del perpetuarsi del potere mafioso nonostante gli arresti delle sue leve di comando ed i duri colpi inferti con il maxi processo (senza dimenticare, poi, altre misure non meno importanti ai fini del contrasto alle mafie pure contenute in quel decreto legge).
Ed in effetti, può ritenersi certamente provato, all’esito dell’istruttoria dibattimentale compiuta, che il generico e generale progetto di uccidere il Dott. Borsellino (nell’ambito di quel programma che riguardava molti altri soggetti e che, però, per le più svariate ragioni, non per tutti è stato, poi, attuato) ha subito una improvvisa accelerazione ed esecuzione, ancora una volta per volere di
Salvatore Riina, proprio nei giorni immediatamente precedenti quello in cui, poi,
avvenne la strage di via D’Amelio.
Un primo significativo elemento di prova si trae dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca.
Quest’ultimo, invero, pur affermando espressamente di non essere a conoscenza di una eventuale accelerazione del progetto omicidiario in danno del Dott. Borsellino (”No, io non ho mai saputo di accelerazioni su questo fatto”), ha, tuttavia, riferito che, dopo la strage di Capaci, lo stesso Riina gli aveva dato incarico di organizzare l’uccisione dell’On. Mannino e che, tuttavia, pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, quell’incarico gli era stato revocato senza dargli alcuna spiegazione, anche se egli, però, poi, aveva ricollegato quell’improvvisa revoca proprio alla sopravvenuta esecuzione di quella strage (” … dopo la strage di Capaci mi aveva dato il mandato per uccidere l’onorevole Mannino, come ho detto poco fa. A un dato punto, tramite Biondino, mi revoca
il mandato ed io provvedo per fare altre cose, però non mi dice … … …. il mandato me lo dà, credo, nel secondo… primo o secondo incontro dopo Capaci…. … .. . .i1 mandato, siamo sempre là, intorno ai quindici, dieci giorni, otto giorni, venti giorni prima della strage di via D’Amelio. Biondino,
attraverso Nino Gioè che neanche io lo vedo, mi dice di fermare per quanto riguarda l’attentato ai danni… … .. … E non saprò mai per quale motivo mi revoca questo mandato … […]).
Un primo riscontro alle propalazioni sul punto rese da Brusca si rinviene, già nelle dichiarazioni rese da Salvatore Cancemi in occasione del suo esame dibattimentale avvenuto nelle udienze del 17, 23, 24 e 29 giugno 1999 nell’ambito del processo per la strage di via D’Amelio (v. trascrizioni acquisite agli atti).
Il Cancemi, infatti, ha riferito di una riunione, avvenuta dopo la strage di Capaci, nella quale il Riina, assumendosene la responsabilità, aveva manifestato l’improvvisa urgenza di uccidere anche il Dott. Borsellino (“Poi mi ricordo che un ‘altra riunione c’è stata credo giugno … comunque dopo la strage del dottore Falcone, sicuramente dopo, ci … pure nella casa di Guddo c’è stata un ‘altra … un’altra riunione dove il Riina si era appartato così, sempre nello stesso appartamento, nello stesso … dove eravamo noi con Ganci Raffaele, che si sono detti delle cose e io c ‘ho sentito dire: “La responsabilità è mia”. Il riferimento era pure quello là. Poi, quando io … ce ne siamo andati, mi ricordo che me ne sono andato con Ganci Raffaele e mi disse, dice: “Questo ci vuole rovinare a tutti”, questo riferen. .. parlando per Riina … …. ….. io in quella riunione mi ricordo che i presenti eravamo io, Biondino, Biondino Salvatore, Ganci Raffaele … Ganci Raffaele, il Riina e credo anche La Barbera Michelangelo. […] Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci. Ganci mi disse: “Questo ci… ci vuole rovinare a tutti”. quindi la cosa era … il riferimento era per il dottor Borsellino .. … …. mi ricordo, sforzando i miei ricordi, perché, ripeto, magari prima qualche cosa uno non la ricorda e la ricorda più avanti, mi ricordo, si, che si è fatto anche in quella data il nome del dottor Borsellino … … .. .Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa … di una cosa veloce, aveva … io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva … la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. Questa è l’impressione che io ho avuto … …. …. io ho capito che c’era qualcosa che Riina aveva… che questa cosa la doveva portare subito a compimento, […]come se lui aveva un impegno preso che doveva fare questa strage del dottor Borsellino .. “).
Per completezza, però, va detto che tali dichiarazioni di Cancemi seguono precedenti dichiarazioni con le quali il predetto aveva affermato di non sapere nulla della uccisione del Dott. Borsellino e che, conseguentemente, gli sono state puntualmente contestate dai difensori degli imputati di quel processo […].
Il Cancemi, a propria giustificazione, ha allora addotto la difficoltà e complessità del percorso che lo aveva infine indotto ad aprirsi ad una piena collaborazione con la Giustizia (” … scusatemi l’espressione, mi dovete capire. La mia collaborazione, Signor Presidente, non è stata una passeggiata, la mia collaborazione è stata una cosa incredibile; non è stato come quelli che sono
arrivati dopo che hanno trovato tutto in un piatto d’argento. La mia collaborazione è stato quello che io dovevo andare ammettere delle cose così gravi, così terribili davanti a Voi, che per me era come se io l’avessi rifatto di nuovo, come se io li stavo commettendo davanti a Voi. A me mi succedeva
questo qua, quindi, io ho avuto di bisogno del tempo di superare tutte queste cose, non è stato perché io volevo sfuggire alla Giustizia, perché se io volevo sfuggire alla Giustizia, Signor Presidente, io mi pigliavo i soldi che avevo e me ne andavo con la mia famiglia, lo me ne andavo in un altro angolo del mondo. invece no, non l’ho fatto questo, Signor Presidente, io ho voluto dare una mano alla Giustizia per distruggere questo male; però ho avuto di bisogno del tempo, perché i travagli … lo so io quello che ho avuto nella mia persona. […]”).
Ora, per la valutazione della attendibilità generica di Salvatore Cancemi si rimanda a quanto osservato nella Parte Prima di paragrafo 4.5. questa sentenza, Capitolo 4, ma, a prescindere dalle criticità della collaborazione del Cancemi ivi evidenziate, così come delle criticità della collaborazione di Brusca (v. Parte Prima di questa sentenza, Capitolo 4, paragrafo 4.4), qui deve dirsi che le predette risultanze probatorie ricavate dai racconti di Brusca e Cancemi, hanno trovato un inaspettato straordinario riscontro nelle parole dello stesso Salvatore Riina, allorché questi, come si vedrà meglio più avanti in un apposito Capitolo che approfondirà tale risultanza, è stato intercettato all’interno del carcere ove era detenuto.
Invero, rinviando al preannunciato approfondimento, può qui, però, già ricordarsi che effettivamente da quelle intercettazioni si ricava che, mentre l’esecuzione della strage di Capaci è stata pianificata, studiata ed organizzata con largo anticipo, la strage di via D’Amelio è stata eseguita a seguito di una improvvisa accelerazione maturata soltanto nei giorni immediatamente
precedenti […].
Lo stesso Riina, dunque, ha confermato che l’attentato di via D’Amelio è stato “…studiato alla giornata…” e deciso (ovviamente nella sua concreta attuazione, perché la “condanna a morte” del Dott. Borsellino era risalente nel tempo […]) solo qualche giorno prima […].
Non solo, ma dalla medesima intercettazione si ricava, altresì, la – anche in questo caso straordinaria – conferma delle dichiarazioni del Brusca nella parte in cui questi ha riferito che dopo la strage di Capaci non era prevista nell’immediato l’uccisione del Dott. Borsellino.
[…] Dalle parole di Riina sopra ricordate si ha la conferma che effettivamente sino a pochi giorni prima della strage di via D’Amelio (fatto che conferma anche la dichiarazione di Brusca nella parte in cui questi ha riferito che conseguentemente gli fu revocato l’incarico di uccidere l’On. Mannino solo tre giorni prima della detta strage) non era stata decisa l’attuazione del progetto omicidiario nei confronti del Dott. Borsellino, tanto che il Riina racconta, da un lato, di avere, quindi, prospettato ad un certo punto ad un suo ignoto interlocutore la necessità di operare immediatamente (“.. Arriva chidu. .. ma subitu … subitu”) e, dall’altro, la sorpresa manifestata da quel medesimo suo interlocutore per quella improvvisa decisione di uccidere in quel momento anche il “secondo” e cioè il Dott. Borsellino dopo che il “primo”, il Dott. Falcone, era stato ucciso poco tempo prima (“Eh.. . Ma rici… macara u secunnu?”), ribadendo, poi, in una successiva intercettazione di avere autorizzato (“Fai … fa (inc).”) l’esecuzione della strage di via D’Amelio appena due giorni prima del
giorno in cui questa avvenne ( …. “dopudumani … ” dici …).
Alla stregua anche di tali straordinari riscontri deve totalmente disattendersi il tentativo della difesa degli imputati Subranni e Mori di contestare le dichiarazioni rese da Brusca Giovanni con riferimento alla preparazione di un attentato ai danni dell’On. Mannino prima della strage di via D’Amelio (v. trascrizione della discussione ali ‘udienza del 2 marzo 2018).
Secondo la difesa, infatti, le dette dichiarazioni sarebbero smentite, sotto il profilo temporale, soprattutto dalle dichiarazioni di Gioacchino La Barbera, oltre che da quelle di Siino.
Orbene, rileva la Corte che, in realtà, non v’è alcuna incompatibilità tra le dichiarazioni di Brusca relative all’attentato ai danni dell’On. Mannino che egli, su incarico di Riina, aveva iniziato a studiare prima di sospenderlo su richiesta dello stesso Riina pochi giorni prima della strage di via D’Amelio e le dichiarazioni di La Barbera che, invece, riferiscono, come si vedrà, della ulteriore preparazione del medesimo attentato di cui egli ebbe ad occuparsi nei mesi successivi.
Si tratta, infatti, di due episodi diversi che si collocano in due diverse fasi temporali, la prima quella già ampiamente descritta sopra, la seconda quella che, come si vedrà più avanti, ebbe ad aprirsi nell’autunno del 1992 in continuità con gli incontri tra i Carabinieri e Vito Ciancimino (oltre che con la vicenda Bellini di cui pure si tratterà più avanti) e nella quale si progettò la ripresa degli
attentati, non soltanto nei confronti dell’On. Mannino, ma anche del Dott. Pietro Grasso e di altri.
[…] L’accertata diversità dei due episodi cui si sono rispettivamente riferiti Brusca e La Barbera e della loro compatibilità e coerenza temporale anche in relazione agli sviluppi di tutti gli accadimenti di cui si darà conto a partire dal successivo Capitolo, rende superfluo esaminare in proposito le propalazioni di Siino, citate dalla difesa degli imputati Subranni e Mori a sostegno delle dichiarazioni di La Barbera e per smentire quelle di Brusca, in quanto si riferiscono evidentemente,
per il profilo temporale che se ne ricava, semmai confermandolo, al secondo episodio relativo alla ripresa del progetto di attentato in danno dell’On. Mannino, dopo che, nel precedente mese di luglio, il medesimo progetto, in quel caso affidato a Brusca, era stato sospeso.
Alla stregua delle suddette risultanze che comprovano l’improvvisa accelerazione della decisione di uccidere il Dott. Borsellino in quel momento non ancora in fase di attuazione, deve necessariamente concludersi, per ineludibile deduzione logica, che effettivamente nei giorni precedenti la strage
di via D’Amelio ebbe a verificarsi un qualche accadimento che ha indotto il Riina a soprassedere all’omicidio dell’On. Mannino ed a concentrarsi, invece, con immediatezza, nella uccisione del Dott. Borsellino, nonostante questa non fosse, in quel momento, all’ordine del giorno per i prevedibili effetti controproducenti di cui si è detto (certamente ben più dirompenti di quelli che sarebbero derivati, invece, dalla programmata uccisione dell’On. Mannino, dato di fatto, che, in via obiettiva, può ricavarsi col parallelo confronto tra le reazioni all’omicidio dell’On. Lima e quelle all’uccisione del Dott. Falcone).
Ed allora, è opportuno esaminare anche due aspetti della complessa attività istruttoria dibattimentale compiuta che appaiono in qualche modo connessi con il tema affrontato in questo capitolo, aggiungendo, infine, anche alcune considerazioni su un ulteriore tema particolarmente caro alle difese degli imputati Subranni, Mori e De Donno ancorché a questa Corte ne sia sfuggita appieno la rilevanza.

 

http://mafie.blogautore.repubblica.it/

Rispondi