Agli atti del processo sono stati, poi, acquisiti numerosi documenti attribuiti a Vito Ciancimino che contengono riferimenti ai contatti di quest’ultimo con Mori e De Donno.
Molti di tali documenti sono stati consegnati direttamente da Massimo Ciancimino nel corso dei molteplici interrogatori resi al P.M. nella fase delle indagini preliminari, ma tra questi la Corte, come prima anticipato, non intende fare alcun uso non soltanto, ovviamente, di quelli di cui è stata accertata l’alterazione, ma neppure di quelli di cui non è certa l’attribuibilità a Vito Ciancimino o ad altri ancorché non sia stato possibile accertare la loro falsità.
L’esempio principale di tali ultimi documenti è costituito dal c.d. “papello” per il quale, pur non essendo stata riscontrata alcuna traccia di manomissione, manipolazione o altra anomalia, non è stato possibile individuare l’autore (v. deposizione dei consulenti del P.M. di cui si è già dato conto nella Parte Seconda di questa sentenza) e che, tuttavia, nel contesto dei molti documenti di cui è stata accertata con sicurezza la falsità o, quanto meno, la – anche soltanto parziale – alterazione per opera di Massimo Ciancimino non appare possibile alcuna utilizzazione in applicazione di una doverosa regola di prudenza, potendosi ritenere elevatissimo il rischio di un apposito “confezionamento” da parte dello stesso Massimo Ciancimino per supportare le sovrastrutture da lui
create sui fatti di cui ha avuto occasione di avere cognizione o (poche volte) direttamente per essersi trovato in compagnia del padre, ovvero (quasi sempre) per avere letto e sfruttato per le sue fantasiose ricostruzioni alcuni scritti del padre.
Analoga conclusione vale anche, ad ulteriore esempio, essendo documenti oggetto di particolare attenzione delle parti durante l’istruttoria dibattimentale, per i dattiloscritti indirizzati al Governatore della Banca d’Italia (dal 1993 al 2005) Fazio.
[…] Pochi sono allora i documenti consegnati da Massimo Ciancimino e contenenti riferimenti ai contatti dei Carabinieri con Vito Ciancimino che siano utilizzabili perché certamente opera di quest’ultimo.
[…] Tra gli altri documenti diversi da quelli consegnati da Massimo Ciancimino, sono, invece, certamente utili tutti quelli che sono stati sequestrati a Vito Ciancimino in data 3 giugno 1996 a seguito della perquisizione effettuata all’interno della sua cella presso il carcere di Rebibbia in Roma […].
La grafia ovvero il luogo del rinvenimento consentono, infatti, la riconducibilità di tali scritti a Vito Ciancimino. Ebbene, tra tali documenti devono ricordarsi:
– due fogli manoscritti[…];
– n. 17 fogli in parte dattiloscritti e in parte manoscritti col titolo “PARADIGMA DELLA COLLABORAZIONE”, nei quali, per le parti che qui interessano, tra l’altro si legge: dattiloscritto “Un fatto importantissimo, che da solo sta a dimostrare la mia posizione personale nei confronti del fenomeno mafioso, è quello che io ho aderito all’invito dei Carabinieri (Col. Mori e Cap. Di Donno)
di collaborare con loro. Questa collaborazione, che si stava dimostrando foriera di buoni risultati è stata interrotta dall’arresto del 19/12/1992.
L’arresto è stato giustificato col pericolo di fuga perché avevo chiesto il passaporto alla Questura di Roma, mentre come risulta dai verbali di interrogatorio del Dott. Caselli, Procuratore Distrettuale di Palermo il passaporto era stato chiesto alla Questura col pieno accordo dei Carabinieri, che hanno sottoscritto il verbale del Procuratore Distrettuale Caselli (repetita juvant); dattiloscritto “Ognuno di
questi episodi (mi riferisco come diciottesimo all’incontro del 21/01/1994 tra il Procuratore Distrettuale Caselli, il Col. Mori e me. Di questo incontro (21/01/ 1994) non si è redatto il vero verbale ma un altro (inutile) consensualmente per evitare che potesse influire sulla incolumità della mia famiglia, se reso pubblico. da solo dimostra la univoca determinazione di avere collaborato e di volere continuare, in maniera più incisiva e decisiva come ho detto al Dott. Caselli proprio il 21/01/1994. Alcuni di questi episodi sono di tale portata da conferire ogni beneficio di legge, presente passata e futura”, seguito, nella stessa pagina, da un appunto manoscritto di non agevole lettura (forse “Mappe mai inviate Appalti idem coop”);
manoscritto “L’episodio importantissimo che (da solo) sta a dimostrare la posizione personale di Vito Ciancimino sta nel fatto di avere aderito ali ‘invito dei Carabinieri (Col. Mori e Cap. Di Donno) di collaborare con loro, contro il fenomeno mafioso. Questa collaborazione (iniziatasi la fine di agosto del 1992) si stava dimostrando foriera di buoni risultati quando è stata bruscamente interrotta dall’arresto di Ciancimino avvenuto il 19-12-92. L’arresto è stato giustificato col pericolo di fuga perché aveva chiesto il passaporto alla Questura di Roma. Mentre dai verbali di interrogatorio del Dott. Caselli acquisiti nella sua qualità di Procuratore Distrettuale di Palermo risulta che il passaporto alla Questura era stato chiesto in pieno accordo coi Carabinieri che hanno sottoscritto lo stesso verbale della Procura”;
manoscritto “Spunto in questi articoli apparentemente slegati, nella mente di Ciancimino emerse il ricordo che la zona nella quale si sarebbe potuto trovare quei rifugi era proprio quella di Monreale. l tre articoli “fusero” nella mente di Ciancimino che il convincimento che la ricerca dei due rifugi poteva essere attuale, anche dopo l’arresto di Riina. Chiese di vedere A SOLO il Dott. Caselli ed il Col. Mori, ambedue edotti di quella ricerca iniziata prima dell’arresto: Mori per averla vissuta, Caselli per averla verbalizzata. Sono venuti caselli e Mori, soli, a Rebibbia il 21-1-94. Raccontai i
fatti, le mie valutazioni, si mostrarono oltremodo interessati e rimanemmo d’intesa che entro qualche giorno avremmo potuto, adeguatamente aiutati, riprendere quel lavoro di ricerca che ritenevano molto attuale. Non ho visto né sentito più nessuno. Solo il 2 giugno presenti stavolta il Dott. Caselli ed il Dott. lngroia si riprese l’argomento mostrando i due lo stesso interesse di prima”;
manoscritto “PLANIMETRIE Nel periodo in cui Ciancimino collaborò coi carabinieri prima dell’arresto, concordemente valutarono che sulla scorta di alcune indicazioni vaghe che poteva fornire il Ciancimino, se fossero state corroborate da planimetrie di Palermo e provincia e da utenze ENEL ed AMAP, con buona probabilità, si poteva arrivare ad individuare due rifugi attribuibili ai corleonesi nell’ambito di un determinato territorio a monte di Palermo. All’uopo i carabinieri fornirono planimetrie di Palermo e utenze Amap. Ma sia le une che le altre si mostrarono insufficienti perché non coprivano il territorio indicato da Ciancimino. Si decise di adeguarli conseguentemente; anzi si fissò addirittura il giorno, 22-12-92. Senonché 3 giorni prima il 19-12-92, come noto, Ciancimino venne raggiunto da mandato di cattura e quel lavoro passò nel
dimenticatoio. Successivamente tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994 una serie di articoli giornalistici rievocarono in Ciancimino il ricordo di quel lavoro rimasto sospeso e che non era stato sollecitato, pur essendo noto, attraverso i verbali … “;
manoscritto “Mappe topografiche per individuare (possibilmente) 2 abitazioni nell ‘hinterland di Palermo. Questa richiesta ritenuta interessante per mia espressa volontà .. è stata fatta solo al Dott. Caselli e al Col. Mori il 21-1- 1994 ed avevano origine (e continuazione) nel l’apporto iniziale dei carabinieri avvenuto dal 25/8-92 … (continuazione del periodo non leggibile nella copia del
documento prodotta agli atti);
– foglio manoscritto avente il seguente contenuto “indipendentemente dalle valutazioni «PONDERALl» di Caselli[…];
– foglio manoscritto avente il seguente contenuto “Se Cangemi facesse parte della Cupola doveva sapere della trattativa condotta da con la Cupola (come membro autorevole della Cupola) d ‘accordo coi Carabinieri. I Volta condizione possibile II Volta condizione da considerare che non si è considerata (cfr. VERBALE)”;
– foglio manoscritto nella cui parte iniziale si legge “Mafioso secondo Marchese 18-11-1992. Se avessi fatto parte di una associazione mafiosa non avrei potuto ipotizzare quella collaborazione fatta coi carabinieri (nome uomo politico PAROLA INCOMPRENSIBILE) perché sarei stato costretto a dire il nome, come ho detto durante la trattativa sia al Col. Mori che al Cap. De Danno” e che poi continua con altri appunti non rilevanti;
– foglio manoscritto avente il seguente contenuto “Lei nel verbale ha scritto che la collaborazione coi carabinieri è stata priva di effetto pratico. Ma la colpa dei mancati effetti di chi è?: a) le carte richieste per tentare di individuare le possibili dimore del boss, mi sono state portate incomplete e dovevano essere integrate. AI capitano avevo fatto notare le lacune ed eravamo rimasti d’accordo che mi avrebbe fornito le carte integrative, ma ha ritardato ed intanto è intervenuto l’arresto b) Per quanto riguarda il piano “cosiddetto politico “, io di intesa coi carabinieri, sono partito per Palermo il 17-12-92 per quel contatto concordato e sono ritornato il 19 ed il 19 stesso ho avuto, alle 17,30, un incontro col capitano e lo informai che non avevo avuto il contatto e che la risposta la avrei avuto il Martedì successivo. Rimanemmo d’accordo col capitano di rivederci Martedì sia perché lui mi fornisse le carte mancanti, sia per dargli la risposta. Era il 19-12-92 il capitano se ne è andato ed io mezz’ora dopo venivo arrestato. Fatta questa premessa si può imputare a me”.
[…] CONCLUSIONI SULLE DICHIARAZIONI E GLI SCRITTI DI VITO CIANCIMINO
Orbene, come si vede, le dichiarazioni e gli scritti di Vito Ciancimino appaiono di scarso aiuto ai fini della ricostruzione più dettagliata possibile degli accadimenti, poiché il predetto, conformemente peraltro al suo noto stile ed al suo carattere riferiti da più testi anche in questo processo, ne ha raccontato sempre in modo alquanto sommario e con evidenti (volute?) imprecisioni e contraddizioni, sia sotto il profilo temporale che contenutistico, che, non infrequentemente, rendono criptici alcuni riferimenti almeno apparentemente finalizzati, anziché a spiegare e fare conoscere, a lanciare, piuttosto, per proprio tornaconto personale, messaggi comprensibili soltanto ad alcuni degli interlocutori da lui prefigurati.
Emblematiche appaiono, in proposito, anche alcune delle dichiarazioni rese da Vito Ciancimino.
Invero, sotto il profilo temporale, ad esempio, basti evidenziare che egli colloca la prima visita a casa sua del Cap. De Donno dopo la strage di via D’Amelio (v. le dichiarazioni, più vicine temporalmente ai fatti, del 17 marzo 1993: “Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento) cambiai idea e ricevetti nella mia casa di Roma il predetto capitano”) e, nelle
dichiarazioni più recenti, addirittura alla fine di agosto 1992, in particolare il giorno 25 o 26 […] e poi, quindi, il secondo incontro con lo stesso De Donno, questa volta però insieme a Mori, l’ l settembre 1992 […].
Peraltro, la ricostruzione temporale di Vito Ciancimino risulta smentita persino dal suo difensore di allora, l’Avv. Giorgio Ghiron […], il quale personalmente vide il Cap. De Donno uscire dalla abitazione romana del Ciancimino tra la fine di maggio e i primi del mese giugno 1992 […], ma, comunque, certamente entro il mese di giugno 1992, fatto di cui si è detto certo perché, successivamente, prima di allontanarsi da Roma per le vacanze, come di consueto, intorno al 20 luglio 1992, aveva incontrato Vito Ciancimino […], e gli aveva chiesto chiarimenti su quella precedente visita del Cap. De Donno, ricavando, inoltre, in quell’occasione, dalla risposta datagli, l’impressione che Vito Ciancimino avesse già incontrato anche il Col. Mori […].
E, seppure si tratta di un elemento di prova utilizzabile soltanto nei confronti degli imputati Subranni, Mori e De Donno […], v’è da rilevare che dalla testimonianza resa dal figlio Giovanni Ciancimino in data 20 febbraio 2011 dinanzi al Tribunale di Palermo Sezione Quarta Penale, si ricava che Vito Ciancimino ebbe a parlare col detto figlio di incontri con importanti personaggi altolocati che lo avevano incaricato di contattare l’“altra sponda”, con ciò riferendosi ai mafiosi, dopo circa venti o venticinque giorni dalla strage di Capaci e, comunque, sicuramente prima della strage di via D’Amelio.
[…] Ora, riguardo a tale testimonianza, va detto, oltre che per Giovanni Ciancimino non valgono le criticità che hanno già condotto sopra a disattendere totalmente le dichiarazioni del fratello Massimo (anche perché Giovanni Ciancimino, così come tutti gli altri familiari, si è sempre dissociato dalle iniziative del fratello Massimo e non ha mai fatto nulla per supportarne le propalazioni, tanto che anche nel presente processo, potendo farlo a differenza che nel processo Mori-Obinu, si è avvalso della facoltà di non rispondere), che non può essere dubbio che, ancorché a Giovanni Ciancimino non ne siano stati fatti i nomi, gli “importanti personaggi altolocati” fossero i Carabinieri che si erano presentati a Vito Ciancimino anche facendogli credere di operare per conto delle Istituzioni politiche, così come si ricava sia dalle ragioni degli incontri riferite al figlio da Vito Ciancimino perfettamente coincidenti con la ricostruzione emersa aliunde, sia dalle parallele dichiarazioni dell’altro figlio di Vito Ciancimino, Roberto, che, sentito, invece, nel corso di questo dibattimento, pur non potendo collocare nel tempo quegli incontri perché egli ne ebbe conoscenza soltanto successivamente alla strage di via D’Amelio, ha, però, riferito che il padre gli fece in proposito i nomi del Col. Mori e del Cap. De Donno […].
Sotto il profilo contenutistico, basti, invece, evidenziare che Vito Ciancimino ha ripetutamente sottolineato la risposta negativa – e persino sdegnosa – del suo interlocutore (il Dott. Cinà) che aveva sempre rifiutato di aprire alcun dialogo con i Carabinieri invitando il Ciancimino medesimo, semmai, a utilizzare quel contatto con i Carabinieri per risolvere i suoi problemi giudiziari personali; e, tuttavia, poi, in un passo delle sue dichiarazioni, forse inconsapevolmente (o forse
no, tenuto conto della diabolicità e deI sarcasmo del personaggio che emerge persino dalle dichiarazioni dei suoi stessi familiari), ha fatto cenno, nelle dichiarazioni più vicine ai fatti del 17 marzo 1993, alla volontà ad un certo momento manifestata dai vertici mafiosi attraverso il Dott. Cinà di accettare la trattativa con i Carabinieri attraverso il Ciancimino, cui, quindi, conferirono
espressa delega in tal senso (v. dich. citate: ” …. Ci fu poi un ritorno di fiamma delle persone delle quali ho sopra detto le quali mi diedero piena delega a trattare”), ribadendo, peraltro, poi successivamente, nelle dichiarazioni più recenti degli anni successivi, ancora di avere ricevuto, sì, quella “delega”, ma aggiungendo anche che tale “delega” prima concerneva il Cap. De Donno e poi
era stata estesa più in generale ai Carabinieri (“Ci fu poi un ritorno di fiamma delle persone delle quali ho sopra detto le quali mi diedero piena delega a trattare oltre al Capitano poi pure carabinieri … ), così confermando indirettamente che i vertici mafiosi erano stati informati sin dai primi contatti con il solo De Donno e li avevano autorizzati se è vero che avevano a tal fine già
“delegato” Vito Ciancimino, per poi, successivamente, estendere quella delega ai Carabinieri (più in generale) evidentemente quando era subentrato anche il Col. Mori.
Una chiara conferma di tale conclusione, peraltro, si ricava dalle dichiarazioni di Antonino Giuffrè di cui si dirà più avanti nel Capitolo 9.
D’altra parte, la negazione di una “trattativa” concretizzatasi per suo tramite tra i Carabinieri e i vertici mafiosi che appare trasparire in più passi degli scritti di Vito Ciancimino è contraddetta palesemente da altri scritti, quale, ad esempio, quello da lui manoscritto nel quale commenta che il noto Salvatore Cancemi, ove, come da questi asserito dopo avere iniziato la collaborazione con la Giustizia, avesse fatto parte dell’organismo di vertice di “cosa nostra”, avrebbe dovuto sapere della
“trattativa” da questa portata avanti (v. foglio manoscritto nel quale si legge: “Se Cangemi facesse parte della Cupola doveva sapere della trattativa condotta da con la Cupola (come membro autorevole della Cupola) d’accordo coi Carabinieri”).
V’è, poi, ad ulteriore riprova di quanto appena osservato, anche quel foglio manoscritto nella cui parte iniziale Vito Ciancimino fa cenno, anche in questo caso senza alcuna vera spiegazione, ad un uomo politico ed a ciò che aveva detto a Mori e De Donno, appunto, durante la “trattativa” (v. manoscritto nel quale si legge “Mafioso secondo Marchese 18-11-1992. Se avessi fatto parte di
una associazione mafiosa non avrei potuto ipotizzare quella collaborazione fatta coi carabinieri (nome uomo politico PAROLA INCOMPRENSIBILE) perché sarei stato costretto a dire il nome. come ho detto durante la trattativa sia al Col. Mori che al Cap. De Donno”).
Traspare, in conclusione, una chiara reticenza di Vito Ciancimino che, al di là di alcuni passaggi certi (quali, ad esempio, quelli dei ripetuti incontri con Mori e De Donno per la finalità di instaurare un contatto con i vertici mafiosi e quello conseguente dell’interlocuzione con Cinà di cui si dirà meglio più avanti esaminando anche altre risultanze) non consente di ricostruire adeguatamente, né
sotto il profilo dei tempi, né sotto il profilo del contenuto, quei contatti che, comunque, tanto Mori e De Donno nelle loro prime esternazioni, quanto lo stesso Vito Ciancimino, concordemente ed esplicitamente hanno ricondotto in modo esplicito ad una “trattativa”.
Per meglio ricostruire tale “trattativa”, pertanto, sarà necessario ricorrere ad altre risultanze, relative, da un lato, all’operato in quella fase di Subranni, Mori e De Donno e, dall’altro, all’operato dei vertici mafiosi dell’epoca, di cui si darà conto nei capitoli successivi.

 

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