E’ opportuno, innanzitutto, dare conto delle risultanze riguardo all’approccio fatto da De Donno e Mori con la Dott.ssa Liliano Ferraro, già vice direttore generale e poi, dall’agosto 1992, direttore generale degli Affari Penali presso il Ministero della Giustizia, iniziando dalla testimonianza che quest’ultima ha reso in questo processo.
Deve premettersi, però, che qui di seguito si darà conto di tutti i temi affrontati da Liliana Ferraro nel1a sua deposizione testimoniale […], perché sin d’ora utili per formulare alcune considerazioni di carattere generale sul1e dichiarazioni nel tempo rese dalla Ferraro che non possono non suscitare, come si vedrà, forti perplessità sul1a condotta dal1a stessa tenuta nella col1aborazione richiestale per la ricostruzione processuale degli accadimenti.
La teste Liliana Ferraro, esaminata il 16 giugno 2016, in sintesi, ha riferito:
[…]
– di non avere avuto significativi rapporti con De Donno che aveva conosciuto in occasione di un viaggio col Dott. Falcone […], mentre aveva avuto modo di incontrare più spesso il Col. Mori pur non avendo con lo stesso alcuna confidenza (“P.M TARTAGLIA – Sempre con riferimento a quel
momento temporale, lei aveva invece rapporti di conoscenza, confidenza o altro con Mario Mori?; DICH. L. FERRARO – Di conoscenza sì, confidenza no […]”);
– che, dopo la morte del Dott. Falcone, De Donno si recò a trovarla al Ministero informandola che stavano tentando di contattare Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo e chiedendole di informare di ciò il Ministro Martelli, cosa che ella accettò di fare anche se riteneva che il punto di riferimento di quell’iniziativa avrebbe dovuto essere l’A.G. e, specificamente, il Dott. Borsellino (“In quei giorni dopo la morte del Dottor Falcone veniva a trovarmi al Ministero una marea di gente, da persone che venivano dall’estero a persone, collaboratori del Dottor Falcone che magari non avevo neppure mai conosciuto… .. … Uno di questi incontri… una di queste persone fu il Capitano De Donno che mi venne a salutare e che, come ho ripetuto in alcune altre occasioni, mi colpì perché piangeva, era molto commosso. Io avevo verificato in passato, l’ho ricordato prima, che era molto in confidenza con il Dottor Falcone, si davano del “tu “, mi disse che erano disperati perché non avevano punti di riferimento, ritenevano di non avere più possibilità di andare avanti,
che però avrebbero fatto di tutto per tentare di scoprire gli assassini del Dottor Falcone, che in questa ottica avevano – lui usava il plurale – avuto l’idea di… poiché in passato lui aveva incontrato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo … aveva avuto l’idea di cercare di vedere se il padre del Ciancimino, essendo stato condannato, essendo stato … oramai aut… voleva fare un salto di collaborazione, quindi poteva dare delle notizie a aiutare a trovare gli assassini del Dottor Falcone. Mi chiese in quella circostanza, il tempo è passato, so che molti ci lavorano e ci hanno lavorato sopra … mi chiese di dirlo al Ministro Martelli. E io dissi che lo avrei sicuramente informato il Ministro Martelli, come era mia abitudine, per tutta quella che era l’attività che io svolgevo, che però questa loro iniziativa, che appartiene ad una iniziativa investigativa chiaramente, però aveva un unico punto di riferimento a mio avviso, che era il punto di riferimento obbligatorio. A parte l’Autorità Giudiziaria … ma l’Autorità Giudiziaria per me era Paolo Borsellino, che era
non solo l’Autorità Giudiziaria ma era diciamo quello che … era l’erede di Giovanni Falcone, per me era automatico … “);
– che De Donno parlò al plurale, ma non specificò cosa essi avevano già fatto, ma solo che era loro intenzione raggiungere Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo […];
– di non ricordare più se De Donno parlò di stragi (“P.M TARTAGLIA – Questo sul proposito, comunque sull’attività in corso, è molto importante anche che lei ci riferisca quello che le fu detto da De Donno sulla finalità di questa iniziativa …. .. … La domanda specifica è questa, se De Donno le disse che questa iniziativa di contatto con i Ciancimino avesse dei collegamenti con la
questione delle stragi; DICH. L. FERRARO – Guardi, ci ho pensato tantissimo, questa cosa delle stragi nasce anche da una… credo di avere anche una spiegazione del perché io ho parlato di strage, quando ho riferito questa cosa … …. …. DICH. L. FERRARO – Io non lo ricordo con precisione che cosa … chiedo scusa, ma non ricordo con precisione se mi parlò di stragi e di omicidi … sicuramente … credo che c’era stato un omicidio … a parte l’omicidio Lima c’era stato l’omicidio ad Agrigento, un tenente o un carabiniere… … . … Parlava di varie cose, può darsi che abbia usato “stragi” … non lo so con certezza; P.M TARTAGLIA – …. io le chiedo di ricordare se lei ricorda che De Donno quando le fece questo discorso parlò di esigenza connessa alla strage o allo stragismo o
ad altra espressione che eventualmente lei ricordi; D/CH. L. FERRARO – Non lo ricordo con precisione; P.M TARTAGLIA – E allora io su questo punto … faccio riferimento, Presidente e signori difensori, al verbale del 17 novembre del 2009 pomeridiano, si tratta in particolare del confronto tra la Dottoressa Liliana Ferraro e l’Onorevole Claudio Martelli, è la pagina 02 del verbale … … . …. Per quel che riguarda il contenuto del colloquio avuto col De Donno la
Dottoressa Ferraro dichiara: «È possibile che abbia utilizzato in occasione delle conversazioni telefoniche da ultimo avute col Dottor Martelli il termine “fermare lo stragismo” per indicare le finalità che il R.O.S. intendeva ottenere con la collaborazione di Ciancimino, ma intendendo comunque riferirsi all’escalation di violenza, di cui peraltro parlava sempre il Dottor Falcone dopo
l’omicidio Lima, che aveva portato proprio all’omicidio dell’Onorevole Lima ed alla strage di Capaci»; DICH. L. FERRARO – Confermo nel senso che … esattamente quelle parole”);
– che in tempi più recenti, nel 2009, Martelli le aveva telefonato per avere conferma del suo ricordo e lei lo aveva, però, corretto quanto alla interlocutrice che era stata, appunto, lei e non già la Dott.ssa Pomodoro […], parlando, poi, forse, di stragismo […];
– di ricordare, comunque, che De Donno disse che intendevano acquisire elementi di conoscenza da Ciancimino […] e che ella non chiese spiegazioni, limitandosi ad invitarlo a rivolgersi al Dott. Borsellino […];
– che, per quel che ricorda, i Carabinieri non avevano ancora parlato con il Dott. Borsellino […];
– che disse anche a De Donno che riteneva non necessario avvertire anche il Ministro, cosa che, comunque, avrebbe fatto […];
– che, in sostanza, i Carabinieri volevano un sostegno politico stante la caratura del personaggio Ciancimino […], pur non avendo approfondito tale aspetto […];
– che pur ritenendo la cosa di nessuna importanza, aveva ritenuto doveroso informare il Ministro per fargli sapere che i Carabinieri stavano facendo di tutto per scoprire gli assassini del Dott. Falcone […]; […]
– che è possibile che avesse parlato a Martelli del sostegno politico richiesto dai Carabinieri […];
– di ritenere di avere, allora, riferito dettagliatamente a Martelli il colloquio con De Donno […];
– di non ricordare quando avvenne il colloquio con De Donno, ma che dalle ricostruzioni successivamente operate questo avvenne nei giorni tra il trigesimo della strage di Capaci ed il giorno 28 giugno in cui, secondo quanto risultante da una agenda del Dott. Borsellino, aveva incontrato quest’ultimo […];
– che De Donno non fece altri nomi, ma che ella pensò ovviamente al ROS […];
– di ricordare di avere parlato con Martelli in quella stessa settimana probabilmente prima di parlare con il Dott. Borsellino[…];
– che il Ministro Martelli si irritò molto (“P.M TARTAGLIA – Ricorda quale fu la reazione del Ministro Martelli quando lei riferì questa circostanza?; DICH. L. FERRARO – Si irritò molto… … . .. Perché lui diceva che questi si intromettevano in indagini che avrebbe dovuto fare la D.I.A. “), invitandola a parlrne con Borsellino (“«Fai benissimo a parlare con Borsellino»”);
– che l’incontro del 28 giugno 1992 col Dott. Borsellino fu concordato perché anche il predetto aveva necessità di parlarle […] e, comunque, ella non aveva ravvisato particolare urgenza di riferire quanto appreso da De Donno […];
– che l’incontro avvenne in una saletta riservata della Polizia a Fiumicino […] ed ella riferì quanto
detto da De Donno (“lo ho riferito al Dottor Paolo Borsellino esattamente quello che abbiamo detto qui, quello che all’epoca ricordavo, quello che mi aveva detto il Capitano De Donno… … . ..io ho riferito tutto al Dottor Paolo Borsellino”), anche della richiesta di sostegno politico, e Borsellino rispose che ci avrebbe pensato lui (“P.M TARTAGLIA – Riferì anche della richiesta di sostegno politico?; DICH. L. FERRARO – Assolutamente sì. E il Dottor Paolo Borsellino mi rispose … questo l’ho ricordato sempre e mi colpì … «Ci penso io»”);
– che il Dott. Borsellino non disse né le fece capire se fosse stato già informato di quei fatti […];
– che il Dott. Borsellino non le parlò di incontri avuti di recente con De Donno e Mori […], ma le chiese di ricostruire la vicenda dell’invio al Ministero, da parte della Procura di Palermo, del rapporto “mafia-appalti” (“Lui volle che io gli raccontassi nuovamente tutto il percorso che lui
aveva conosciuto attraverso quello che gli aveva detto Giovanni Falcone, dell’arrivo del rapporto al Ministero di Grazia e Giustizia. Lui sapeva che io conoscevo questo percorso perché glielo aveva detto il Dottor Falcone … cioè questo rapporto era stato inviato … era arrivato al Ministro Martelli e il Dottor Falcone era appena partito per Palermo, dalla segreteria del Ministro avevano avvertito il Dottor Falcone che c’era questo faldone che … “) e si parlò anche di colloqui investigativi in relazione a Mutolo (“P.M TARTAGLIA – Si parlò anche di colloqui investigativi?; DICH. L. FERRARO – Col Dottor Paolo Borsellino abbiamo parlato … gli ho riferito della visita di De Donno, del rapporto mafia – appalti, dei colloqui investigativi, ma con riferimento a Mutolo, perché c’era il problema di andare a sentire Mutolo. Mutolo voleva essere sentito soltanto dal Dottor Paolo Borsellino e il Procuratore della Repubblica di Palermo aveva invece delegato prima altro Magistrato da solo, la richiesta del Dottor Paolo Borsellino, ed era la ragione per la quale poi mi aveva chiamata, quindi mi ha spiegato che mi sollecitava a scendere a Palermo per questa ragione, cioè per andare a parlare anch’io con il Procuratore della Repubblica, che era il Dottor … … …. Giammanco … che era il Dottor Giammanco, per dirgli che era opportuno che il colloquio investigativo lo facesse il Dottor Paolo Borsellino, in quanto il primo contatto con Mutolo lo aveva avuto il Dottor Falcone e aveva garantito il Dottor Falcone a Mutolo che sarebbe stato affidato a persone di fiducia”);
– di essere abbastanza sicura di avere detto anche al Dott. Borsellino di avere parlato col Ministro Martelli (“lo sono abbastanza sicura di avere detto che avevo parlato col Ministro, non lo so se ho detto a Paolo Borsellino anche della reazione del Ministro Martelli. Questo non lo ricordo”);
– che quell’anno, nell’autunno, ebbe altri incontri con Mori e De Donno […], il ricordo di uno
dei quali le fu sollecitato ancora da Martelli […] e che potrebbe essere certamente quello annotato nell’agenda del Gen. Mori alla data del 21 ottobre 1992 […] ed anche in questo caso sicuramente sollecitato dallo stesso Mori (“P.M TARTAGLIA – Lei è in grado di ricordare innanzitutto se questo incontro fu cercato da Mori, fu cercato da altri o fu cercato da lei?; DICH. L. FERRARO – Da me sicuramente no. Sicuramente fu cercato o da Mori o … cioè fu cercato da loro”);
– che a tale incontro era probabilmente presente anche De Donno e si parlò della richiesta di Vito Ciancimino per il rilascio del passaporto […];
– che anche tale incontro, come il precedente, avvenne nel suo ufficio[…];
– di non ricordare in dettaglio tale richiesta, ma di avere, comunque, invitato i Carabinieri a rivolgersi alla A.G. […];
– di non ricordare se chiese ai Carabinieri perché si rivolgessero a lei […];
– che anche in questo caso percepì la singolarità di quella richiesta, tanto da riferirla al Ministro, anche se probabilmente i Carabinieri non la informarono che a carico di Ciancimino vi era un processo pendente […];
– di non avere saputo nulla di quanto era avvenuto dopo l’incontro di De Donno del giugno precedente riguardo a Ciancimino, tanto che poi si stupì della richiesta di colloquio investigativo che il ROS avanzò pochi giorni dopo l’arresto di Riina (”Non ho mai saputo niente, tant’è vero che ho anche dichiarato che mi stupii anche quando dopo la cattura di Riina mi arrivò una richiesta dei R.O.S., sei giorni dopo o sette giorni dopo, di un colloquio investigativo e io mi domandai per quale ragione facessero questa cosa”);
– che con Mori e De Donno si parò anche di colloqui investigativi per il fatto che essi sollecitavano che questi potessero essere estesi anche ad altri non appartenenti ai reparti specializzati del ROS, dello SCO e del GICO […];[…]
– che ella era titolare della delega del Ministro per i colloqui investigativi (“Ebbi l’incarico del Ministro di dare i colloqui investigativi, la delega del Ministro per la concessione del colloquio investigativo”) e, per tale ragione, ricevette il 20 gennaio 1993 la richiesta del ROS, a firma Subranni, di un colloquio investigativo con Vito Ciancimino […];
– che rimase stupita da tale richiesta (“Ho già detto che mi sono stupita molto … … …. ho detto che mi stupì moltissimo …. … …. Perché era otto giorni dopo la cattura… … . .. cinque giorni dopo la cattura di Riina, l’ho vissuta come la conferma che non avevano concluso niente … … …. Parliamo di Ciancimino, Pubblico Ministero, non parliamo della cattura di Riina. La cattura di Riina era
avvenuta per quello che io avevo appreso attraverso un’operazione fatta dai Carabinieri con Di Caprio e tutto il gruppo che aveva lavorato giù a Palermo. Questo io ho saputo”);
– che non era infrequente che le questioni carcerane passassero anche dall’ufficio deli Affari Penali e che, per tale ragione, espresse, nella qualità di Direttore del detto Ufficio, il 12 agosto 1992, un parere contrario alla proposta del Direttore del DAP Amato di applicazione generalizzata in alcune carceri del regime del 41 bis comma l […];
– che probabilmente apprese già all’epoca della mancata proroga dei provvedimenti di 41 bis del novembre 1993, per quel che ricorda, attribuita all’intendimento di allentare la tensione carceraria, cui ella manifestò contrarietà […];
– di avere conosciuto il dotto Di Maggio dopo la morte del Dott. Falcone, anche se questi, in precedenza, gli aveva prospettato di chiamarlo a collaborare con lui alla Direzione Affari Penali del Ministero, cosa che l’aveva stupita essendo a conoscenza dei trascorsi rapporti non buoni tra gli stessi […];
– che dopo la morte del Dott. Falcone, quindi, Di Maggio si recò a trovarla al Ministero per proporsi ancora agli Affari Penali […];
– che dopo molto tempo, nel 1993, Di Maggio tornò, dicendole, però, che si erano create le condizioni per la sua destinazione al DAP […];
– che, per quel che ricorda, Di Maggio disse che aveva parlato col Ministro Conso […]e che, però, anche il Presidente Scalfaro era informato […];
– che in quel primo colloquio Di Maggio si era riferito genericamente al settore carcerario senza riferimenti al ruolo di direttore o vice direttore del DAP di cui parlò successivamente […]; […]
– che Di Maggio le chiese conferma della sua mancanza di titoli, o per meglio dire di anzianità, per ricoprire il ruolo di vice direttore del DAP e le chiese come ovviare […];
– che Di Maggio le chiese di aiutarlo a preparare una bozza del provvedimento di nomina da sottoporre, poi, al Consiglio dei Ministri […];
– che tale bozza fu, quindi, preparata nel suo ufficio con l’aiuto anche del Dott. Loris D’Ambrosio […];
– che non vi sarebbe stato bisogno di alcunché, invece, se Di Maggio fosse andato alla Direzione degli Affari Penali o all’Ufficio Detenuti […];
– che D’Ambrosio non le aveva mai esternato le perplessità sul provvedimento di nomina di Di Maggio cui aveva fatto cenno nella intercettazione del colloquio avuto il 25 novembre 2011 con Mancino […];
– di avere ritenuto che fu Di Maggio a chiedere di andare al DAP poiché non v’era più Falcone agli Affari Penali […];
– che la predisposizione della bozza del decreto di nomina le fu sollecitata soltanto da Di Maggio come favore personale […] per il quale ella non informò alcuno […] anche perché Di Maggio le
aveva detto che aveva concordato con Conso quel trasferimento e che il Presidente Scalfaro era informato […];
[…]
– che dopo la mancata proroga dei 41 bis del novembre 1993 aveva, quindi, chiesto spiegazioni a Di Maggio e questi le aveva detto che gli “avevano preso la mano” […];
– che Di Maggio non specificò a chi si riferisse, ma aggiunse che erano “uno peggio dell’altro” […];
– di essere a conoscenza che Di Maggio aveva rapporti con ufficiali già del ROS quali Bonaventura e con lo stesso Mori col quale andava a cena […];
[…]
– che quando era stata sentita il 25 gennaio 2012 non ricordava nulla della vicenda della nomina di Di Maggio che aveva potuto ricostruire soltanto successivamente quando era divenuta pubblica e, quindi, nota, nel giugno 2012, l’intercettazione della conversazione D’Ambrosio-Mancino […];
– di non sapere spiegare perché, dopo avere elaborato il ricordo, non si fosse spontaneamente ripresentata alla A.G. per rettificare le precedenti dichiarazioni […];
– che quando arrivò al Ministero il plico contenente il rapporto “mafia-appalti” trasmesso dalla Procura di Palermo il Dott. Falcone la pregò di esaminarlo per riferirgli […], ma poi la richiamò dicendole che non era più necessario perché aveva saputo di cosa si trattava e che occorreva, quindi, preparare una lettera del Ministro per restituire il plico alla Procura di Palermo […];
– di avere riferito dell’incontro con De Donno soltanto nel 2009 perché aveva dimenticato quell’episodio, anche se precedentemente ne aveva parlato anche col Dott. Chelazzi in occasione di una testimonianza pur se in tale occasione ciò non era stato verbalizzato […];
– che, infatti, quando il 10 maggio 2002 il Dott. Chelazzi le aveva fatto domande sulla questione carceraria, poi, il verbale era stato redatto soltanto in modo parziale e, quindi, era stato interrotto per un impegno dello stesso Dott. Chelazzi che si era, quindi, ripromesso di richiamarla un’altra volta […];
– di non ricordare se riferì al Dott. Chelazzi anche della richiesta del passaporto per Ciancimino […];
– che il verbale riassuntivo fu fatto subito senza alcun cenno alla vicenda De Donno per mancanza di tempo […];
– di non sapere spiegare come mai non ebbe subito a ricordarsi della vicenda De Donno-Mori quando, durante la registrazione, il Dott. Chelazzi le fece una domanda specifica proprio sulle frequentazioni ministeriali di Mori […];
– che nell ‘incontro del 28 giugno 1992 il Dott. Borsellino le aveva fatto molte domande sulla vicenda dell ‘arrivo del plico con il rapporto “mafia-appalti” al Ministero […];
– che nella stessa occasione aveva telefonato al Procuratore Giammanco per avvertirlo che voleva incontrarlo per parlargli dei colloqui investigativi […];
– che il giorno dopo rappresentò a Giammanco l’opportunità che fosse delegato al Dott. Borsellino l’interrogatorio di Mutolo, ma Giammanco si mostrò in disaccordo, anche se, poi, aveva accettato di delegare Borsellino insieme, al Dott. Aliquò […];
– che la notte successiva alla strage di via D’Amelio il Direttore del DAP Amato le disse che non condivideva il provvedimento di trasferimento dei detenuti nelle carceri e che non spettava a lui predisporre il decreto, tanto che dovette ella predisporre quel decreto e farlo firmare al Ministro all’aeroporto di Palermo […];
– di avere percepito una modifica della linea tracciata dal Dott. Falcone già subito all’arrivo del Ministro Conso […];
– che la decisione del trasferimento dei detenuti nella notte successiva alla strage di via D’Amelio fu presa con l’accordo di tutti i Ministri presenti […];
– che soltanto Nicolò Amato espresse contrarietà […] anche parlando personalmente col Ministro Martelli […];
[…]
– che il tentativo di agganciare Vito Ciancimino era funzionale alla cattura degli assassini del Dott. Falcone […];
– di non ricordare la data in cui avvenne l’incontro con i Carabinieri per la questione del passaporto di Ciancimino[…];
– che Mori in sostanza le chiese quale fosse la procedura attraverso la quale Ciancimino avrebbe potuto ottenere il passaporto […];
– che anche se giudicò il colloquio con Mori relativo al passaporto di Ciancimino di nessuna rilevanza, ritenne, comunque, di riferirlo a Martelli perché la questione riguardava Palermo […];
[…]
LA VALUTAZIONE DELLA TESTIMONIANZA DI LILIANA FERRARO
Prima di esaminare le risultanze delle dichiarazioni rese da Liliana Ferraro nella parte qui rilevante relativa ai due incontri del giugno e dell’autunno 1992 che ella ebbe con De Donno e Mori, rinviando, invece, al prosieguo l’esame di altre controverse questioni pur rilevanti ai fini della complessiva ricostruzione degli accadimenti, succedutisi tra il 1992 e il 1993, che è necessaria in relazione alla specifica formulazione dell’imputazione di cui al capo A) della rubrica di cui in
epigrafe (tra le quali anche quello della nomina del Dott. Di Maggio quale vice direttore del D.A.P. di cui pure si tratterà approfonditamente), è opportuno formulare sin d’ora alcune considerazioni di carattere generale sulla predetta deposizione della teste Ferraro, che, per certi versi, è apparsa sorprendente soprattutto per il rapporto “storico” dalla stessa intrattenuto con il Dott. Falcone
e che avrebbe dovuto portarla a fornire, tempestivamente e in modo assolutamente spontaneo, informazioni, che, quale che possa essere la loro considerazione, comunque, nell’intento degli investigatori che se ne occupavano (o le ricercavano), erano dirette a meglio ricostruire quei contesto che ha preceduto e seguito le stragi di Capaci e di via D’Amelio, oltre che le successive
stragi dei 1993.
Ed invece è emerso dalle contestazioni effettuate dal P.M. all’udienza del 16 giugno 2016 di cui prima si è dato conto che la Dott.ssa Ferraro soltanto il 14 novembre 2009, per la prima volta e soltanto dopo che ne aveva riferito Claudio Martelli (v. testimonianza di questi prima pure riportata), ritenne di dovere riferire gli incontri avuti con i Carabinieri del ROS nel corso dei quali si parlò di contatti con Vito Ciancimino.
Né può sostenersi che quegli episodi fossero per lei privi di rilevanza e che, quindi, li avesse totalmente dimenticati sino ad allora (e, d’altra parte, che, invece, fossero ben presenti nella sua mente è dimostrato anche dal fatto che, sebbene colta alla sprovvista in strada con una telefonata, non ebbe alcuna esitazione a ricordarli, correggendo anzi il diverso ricordo di Martelli, quando
questi la chiamò per avere, appunto conferma del suo ricordo: v. testimonianza Martelli sul punto già prima riportata), perché la stessa Ferraro ha riferito che le sovvennero già spontaneamente nel 2002 allorché era stata esaminata dal Dott. Chelazzi proprio su vicende evidentemente connesse.
Ed occorre dire che la ricostruzione operata dalla Ferraro quando era nota soltanto la verbalizzazione riassuntiva di tale atto investigativo compiuto dinanzi al Dott. Chelazzi (secondo la quale ella ebbe, in realtà, a riferire quegli episodi a quest’ultimo ancorché gli stessi non vennero verbalizzati per mancanza di tempo) appare veramente poco credibile: dalla trascrizione della registrazione integrale ora acquisita dal P.M. e, quindi, contestata alla teste nella predetta udienza del 16 giugno 2016, emerge che già nel corso di quell’esame il Dott. Chelazzi ebbe a fare alla Ferraro dirette e specifiche domande, in generale, sulle “frequentazioni ministeriali” di Mori nel 1992 e, più specificamente, sulla visita di Mori in data 21 ottobre 1992 […], ottenendo, a registratore acceso, una risposta assolutamente evasiva (“«Adesso io non ricordo perché venne, però io conoscevo il Colonnello Mori, tra l’altro avevo la delega per i colloqui investigativi anche, quindi può essere stato per una qualsiasi cosa, ma anche per una chiacchierata»”), così che appare inverosimile che soltanto dopo la conclusione tanto della registrazione quanto della successiva verbalizzazione riassuntiva la Ferraro, come ella ora afferma, si sia ricordata delle dette frequentazioni e le abbia riferite al Dott. Chelazzi.
D’altra parte, a riprova di tale inverosimiglianza, v’è la circostanza che il Dott. Chelazzi, il cui scrupolo investigativo aveva pochi pari e che attribuiva a quelle frequentazioni ed ai contatti Mori-Ciancimino particolare importanza nel contesto delle sue indagini, non richiamò più la Ferraro per verbalizzare quelle dichiarazioni, da questa asseritamente rese in modo informale, nei molti mesi
che ancora trascorsero prima del suo improvviso decesso e nonostante ancora nei giorni antecedenti a tale infausto evento si stesse occupando a tempo pieno della C.d. “trattativa” e di Mori (v., sul punto, anche le dichiarazioni del teste Alfonso Sabella).
Ma ancora più eclatanti appaiono le “dimenticanze” della Ferraro quando venne esaminata dal P.M. il25 gennaio 2012.
Anche in questo caso il P.M. ebbe a farle domande dirette e specifiche stavolta sulla nomina di Di Maggio a vice direttore del DAP nonostante non avesse l’anzianità professionale (essendo ancora “magistrato di tribunale”) per ricoprire tale ruolo e ciò sulla base di quanto precedentemente riferito da altro teste, il magistrato Calabria, in sede di Commissione Parlamentare Antimafia (di questa
vicenda, come anticipato, si parlerà ampiamente nel prosieguo).
Ebbene, a fronte di tale richiesta specifica e precisa del P.M. (“Pubblico Ministero: «E questo problema di Di Maggio come venne superato?»”), la Ferraro, che, come ha poi dichiarato, era stata direttamente investita della questione dallo stesso Di Maggio ed aveva avuto un ruolo diretto e di primo piano nella sua risoluzione, addirittura ha riferito di avere appreso di come era stato superato quel problema soltanto leggendo informazioni su internet (“Ferraro: «Con … ecco, però, ripeto, questo l’ho visto su internet»”), ribadendo di non ricordare altro nonostante le fosse stato poi chiesto se in qualche modo ella era stata coinvolta in quella vicenda (“Pubblico Ministero: «E lei ebbe in
quel momento in relazione a quella soluzione di nomina del Dottor Di Maggio … …. … Venne coinvolto in qualche modo?» Ferraro: «Che io ricordi no. Tra l’altro, ripeto, non ricordavo neppure… non ricordo, ecco, non ricordo neppure … non ricordavo neppure e non ricordo che c’era questa perdita delle funzioni giudiziarie”).
Orbene, anche in questo caso appare assolutamente incredibile che, a fronte di quelle specifiche ed inequivoche sollecitazioni, la Ferraro potesse non ricordare che, invece, come detto, era stata la principale artefice della soluzione trovata, essendo stata direttamente e personalmente investita della questione proprio da Di Maggio, e che addirittura nel suo ufficio era stata predisposta la bozza del
decreto poi sottoposto alla approvazione del Consiglio dei Ministri e che, però, poi, si sia ricordata di quanto accaduto soltanto pochi mesi dopo quando era emerso che il fatto era ormai noto per averne parlato Loris D’Ambrosio in una conversazione intercettata ed a quel punto resa pubblica.
D’altra parte, è significativo che la Ferraro, magistrato, che pure aveva decisamente negato il proprio coinvolgimento in quella vicenda in una testimonianza resa alla A.G. nell’ambito di importanti indagini, non si sia, a quel punto, spontaneamente presentata alla medesima o ad altra A.G. per rettificare le erronee informazioni precedentemente rese.
Ora, si è ritenuto opportuno formulare le suddette considerazioni perché, pur senza volere ritenere che, come adombrato dal P.M. attraverso alcune domande, quelle reticenti dichiarazioni possano essere conseguenza del rapporto in qualche modo instaurato dalla Ferraro con i Servizi di Sicurezza di questo Paese quale consulente del competente Dipartimento presso la Presidenza del
Consiglio diretto dal Sottosegretario Gianni Letta, non v’è dubbio che traspare dalla testimonianza della Ferraro un atteggiamento complessivamente ambiguo che fa il paio con l’evidente tentativo di minimizzare gli approcci del ROS con Vito Ciancimino.
Basti qui considerare, In proposito, ma di ciò si darà conto più approfonditamente più avanti, di quanto riferito riguardo alle motivazioni sia della prima sollecitazione di De Donno del giugno 1992 (far sapere al Ministro Martelli che il ROS si stava prodigando per scoprire gli assassini di Falcone,
come se qualcuno potesse dubitare che, in quel momento, tutte le Forze dell’Ordine stessero profondendo il massimo impegno per raggiungere quell’obiettivo), sia, ancor più, della seconda visita fatta da Mori in cui si parlò del passaporto per Ciancimino, quasi, a sentir la Ferraro, soltanto a livello conoscitivo dell’iter della pratica necessaria e non già, come non pare possa
dubitarsi perché non vi sarebbe altrimenti alcuna logica spiegazione, per sollecitare in qualche modo un intervento al fine di agevolare quel risultato.
D’altra parte, se i termini dei colloqui poi riferiti dalla Ferraro a Martelli fossero stati quelli oggi raccontati e minimizzati, pur se si volesse prescindere da quanto diversamente dichiarato dallo stesso Martelli (v. sopra), non si comprenderebbe l’estrema irritazione di quest’ultimo raccontata dalla medesima Ferraro, irritazione ben comprensibile, invece, se il primo colloquio avesse avuto ad
oggetto, come appunto riferito da Martelli, la richiesta di una “copertura politica” e il secondo il rilascio di un passaporto in favore di Vito Ciancimino.
Ma di ciò, come detto di parlerà più diffusamente esaminando il complesso delle
risultanze probatorie.

 

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