La Madre Terra brucia e l’allarme è globale: dall’Amazzonia alla Sicilia, dalla Siberia all’Africa sub-sahariana, dalle Canarie fino alla Groenlandia. Il fuoco, nelle ultime settimane, si è divorato una parte importante della nostra riserva di ossigeno e biodiversità e quasi sempre dietro c’è la mano dell’uomo mossa dall’avidità.

LA SICILIA – Le ultime settimane sono state particolarmente sofferte per la macchia mediterranea in Sicilia. Nei primi di agosto i roghi più difficili da gestire: in soli tre giorni sono andati in fumo circa 356 ettari. La matrice è quasi sempre dolosa secondo i Vigili del Fuoco, impegnati per ore a circoscrivere le fiamme e impedire che arrivassero alle abitazioni. La collaborazione con il Corpo Forestale e la Protezione civile è stata indispensabile per porre freno alle fiamme, come riconosciuto anche da Legambiente.

Complessivamente, in quest’estate che volge al termine, in Sicilia ci sono stati 63 diversi incendi gravi. L’incendio più grosso ha colpito la zona di Monreale Petralia Soprana, nel palermitano, dove è stato necessario far evacuare per alcune ore i residenti in balia anche del vento da sud-est che alimentava i roghi.  Altre zone gravemente colpite sono state il Messinese, con turisti e residenti costretti a ricorrere alle cure degli operatori sanitari per intossicazione da fumo, Lipari, il Catanese, con un incendio in località San Giorgio, e il Trapanese, con la maggiore preoccupazione arrivata dal vasto rogo che ha coinvolto Scopello. Siamo lontani, fortunatamente, dalla disastrosa estate del 2017, quando gli incendi furono il doppio, secondo la stima fatta all’epoca dal Dipartimento della Protezione civile, ma comunque si tratta di una serie costante d’incendi dolosi, con gravi danni che hanno deturpato il panorama e l’habitat di tante specie uniche che vivono sulla nostra meravigliosa isola.

 

GIOVANI IN MARCIA – Anche per questo motivo in tanti da Palermo a Catania e da Trapani a Siracusa negli ultimi tempi hanno alzato la voce, chiedendo di tutelare maggiormente la propria terra e, più in generale, per chiedere politiche attive e consapevoli nei confronti del cambiamento climatico in corso, che in Italia vede la Sicilia in prima fila per il crescente rischio di desertificazione. In primavera infatti, erano migliaia i ragazzi siciliani che affollavano le piazze per l’emergenza climatica.

Del resto, il fronte ambientalista in tutto il mondo invoca da tempo interventi urgenti per salvare il salvabile, prima di arrivare al punto di non ritorno che potrebbe compromettere irrimediabilmente la sopravvivenza umana sul pianeta. Il riscaldamento globale è una realtà, ed esiste un consenso scientifico sul fatto che esso sia dovuto principalmente ad attività umane (in primis le emissioni di gas serra). Per questa ragione bisogna prendere al più presto misure concrete, rispettando il protocollo di Kyoto e investendo maggiormente in fonti di energia rinnovabili o che non producono CO2, come il tanto bistrattato nucleare. Un’altra misura importante è la riduzione della plastica monouso, che la UE vieterà a partire dal 2021.

Sicuramente la politica è sempre stata abbastanza refrattaria a radicali cambiamenti di tipo ecologista, sia per proteggere gli interessi delle multinazionali sia per scarsa lungimiranza. Adesso è il momento di agire e, fortunatamente, le nuove generazioni stanno prendendo l’iniziativa dando l’esempio con buone pratiche e campagne mediatiche sempre più efficaci, come la Giornata della Terra o il Friday for Future, che invitano e aiutano milioni di persone a partecipare attivamente al necessario cambiamento sociale che il nostra Pianeta ci sta chiedendo.

IL MONDO BRUCIA – Che l’emergenza sia planetaria è innegabile e c’è bisogno della collaborazione di tutte le nazioni per invertire la rotta verso il baratro. Da settimane brucia l’Amazzonia, a un ritmo di tre campi da calcio al minuto, e i numeri sono da brivido: nel 2019, nella foresta che produce un quinto dell’ossigeno globale, ci sono stati 72 mila incendi, l’84% in più rispetto all’anno scorso secondo le autorità brasiliane. Numeri per difetto, stima Greenpeace, che parla di un +145%, concentrato soprattutto tra Paraguay e Brasile, in particolare per far spazio a nuove piantagioni di foraggio e pascoli.

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