Il messaggio mortale ai due carabinieri

Carabinieri uccisi in un agguatoCome si è visto prima, il Ministro Conso ebbe a mutare il suo indirizzo sulla proroga del regime del 41 bis nella dichiarata “speranziella” che ciò potesse fermare il furore stragi sta di Riina e nel timore, dunque, di ulteriori nefaste conseguenze che dalla linea della fermezza, sino ad allora mantenuta, sarebbero potuto ulteriormente derivare.
Egli, in sostanza, coltivava la speranza che il segnale di distensione nei rapporti con la mafia che si accingeva a dare non prorogando quel rilevante numero di decreti del 41 bis in scadenza a novembre del 1993 avrebbe potuto far prevalere in “cosa nostra” la linea “meno ostile” e più interessata agli affari di Bernardo Provenzano e ciò in forza delle conoscenze che gli erano state inculcate dal Dott. Di Maggio sulla base delle informazioni a sua volta ricevute dal Col. Mori.
Nel Capitolo precedente si è visto anche come la provenienza di tali informazioni dalla detta indicata originaria fonte appare confermata dalla coincidenza con le confidenze da Mori volutamente fatte ad un giornalista.
Sennonché, la speranza del Ministro Conso fu presto tradita, perché “cosa nostra”, in realtà, ancorché avesse accettato il dialogo sin dal giugno 1992 propostogli dai Carabinieri ed avesse in tale contesto, a sua volta, lanciato i suoi segnali di disponibilità alla prosecuzione della “trattativa” con le bombe del 1993, che, infatti, un acuto osservatore di grande esperienza come l ‘On. Violante non ebbe ad esitare nel definirle “bombe del dialogo” (v. sopra anche Capitoli 29 e 31), non avrebbe di certo potuto accontentarsi dell’accoglimento di una sola delle sue condizioni (l’attenuazione del rigore carcerario), peraltro, in forma ancora assolutamente limitata, e, soprattutto, perché era ancora sostanzialmente nelle mani di Salvatore Riina, che, nonostante fosse detenuto, continuava a gestire l’organizzazione mafiosa tramite i suoi luogotenenti più fidati e fedeli, primo tra tutti il cognato Leoluca Bagarella.
D’altra parte, la storia dimostra come fosse assolutamente illusorio sperare che qualche concessione alla mafia avrebbe potuto mutarne il carattere sanguinario impresso con pugno di ferro da Salvatore Riina sin dalla sua ascesa al comando dopo la C.d. seconda guerra di mafia dei primi anni ottanta.
Si è visto già sopra, invero, che già ai primi segni di cedimento dello Stato percepiti da Riina sin dagli iniziali contatti dei Carabinieri con Vito Ciancimino appena pochi giorni dopo la strage di Capaci, lo stesso Riina si era indotto ad assestare un secondo micidiale colpo, l’uccisione del Dott. Borsellino, sicuramente controproducente nell’immediato per “cosa nostra”, ma che avrebbe potuto portare, alla lunga, al cedimento definitivo dello Stato alle sue pretese e, quindi, all’ottenimento di rilevanti benefici per i mafiosi tali da superare e fare dimenticare la disfatta del “maxi processo”.
E ciò appare puntualmente dimostrato da alcuni accadi menti che, subito dopo quella pur limitata apertura dimostrata dal Ministro Conso non prorogando a novembre del 1993 i decreti del 41 bis anche per alcuni mafiosi non certo di secondo piano, si verificarono nei mesi immediatamente successivi.
Ci si intende riferire ad alcuni attentati – in alcuni casi riusciti ed in un caso, quello più grave, invece, per fortuna fallito – che furono progettati in danno di Carabinieri e che dimostrano ulteriormente che gli approcci del Col. Mori a mezzo di Vito Ciancimino furono percepiti dai vertici mafiosi come richiesta di apertura di dialogo e, quindi, di “trattativa” mediata dai Carabinieri, così che, nel momento in cui tale “trattativa” appariva essersi arenata per l’assenza di ulteriori contatti ormai resi impossibili attraverso il precedente canale a causa del sopravvenuto arresto dello stesso Vito Ciancimino, i mafiosi, pur tentando nel contempo di attivare altri canali (di ciò si dirà più avanti), intesero in qualche modo “richiamare” l’interesse dei Carabinieri affinché questi si facessero
nuovamente “sotto” (v. dichiarazioni Brusca a proposito di ciò che ebbe a dire Salvatore Riina quando, dopo la strage di Capaci, percepì la richiesta di dialogo che gli proveniva dalle Istituzioni).
[…]
All’udienza del 27 maggio 2016 è stato esaminato, in qualità di imputato in procedimento connesso, il collaboratore di Giustizia Consolato Villani, il quale, in sintesi, ha riferito:
[…]
– di appartenere ad una famiglia di sangue storicamente affiliata alla ‘ndrangheta
[…]
– che quando aveva commesso i reati contro i Carabinieri era ancora minorenne,
ma aveva già commesso altri reati[…];
[…]
– di avere effettivamente commesso i delitti contro i Carabinieri per i quali è
stato condannato definitivamente […];
– che il primo dei tre attentati era avvenuto il 2 dicembre 1993 (“DICH. CONSOLATO VILLANI : – Tra dicembre … La sera del 2 dicembre, se non ricordo male, o del 3, ma del 2, se non ricordo male, diciamo quando è successo il primo agguato ai Carabinieri, perché fortunatamente i primi due Carabinieri si sono salvati”);
– che alcuni giorni prima, infatti, Giuseppe Calabrò gli aveva detto che avrebbero dovuto compiere un’azione di fuoco contro lo Stato e i Carabinieri che intendevano uccidere […];
– che Calabrò non gli disse da chi proveniva quell’ordine, raccomandandogIi, anzi, di non fare domande […];
– che Calabrò parlò in generale di carabinieri […];
– che lo stesso Calabrò mise a disposizione le armi […] e scelse il luogo dell’agguato […];
[…]
– che il giorno dell’agguato avevano raggiunto la strada con l’intendimento di sparare alla prima “gazzella” dei Carabinieri che avessero incontrato […];
– che egli guidava l’autovettura con a fianco Calabrò armato […], finché non avevano avvistato una “gazzella” dei Carabinieri che avevano, quindi, prima seguito e, poi, affiancato nel momento in
cui, però, Calabrò aveva avuto un attimo di esitazione e non era riuscito a sparare, cosa che, quindi, aveva fatto successivamente quando i Carabinieri si erano posti al loro inseguimento[…];
– che successivamente erano scappati, avevano nascosto le armi e bruciato l’autovettura […];
– che dopo qualche tempo il Calabrò, che era rimasto malissimo per la mancata riuscita di quell’azione, gli disse che avrebbero dovuto preparare, questa volta nei minimi dettagli, un nuovo agguato ai Carabinieri, da eseguire, però, fuori da Reggio Calabria per sviare le indagini e non far risalire l’attentato alle cosche reggine […];
– che Calabrò gli disse di avere trovato un posto adatto per quel nuovo agguato in una piazzola di sosta dell’autostrada […];
– che questa volta avevano rubato una autovettura a Melito Porto Salvo e l’avevano custodita in un garage fino al giorno dell’agguato[…];
– che Calabrò aveva preparato le stesse anni del precedente agguato nonostante la cosca disponesse una grande quantità di anni […];
– che il 18 gennaio 1993 erano partiti da Reggio Calabria ed erano usciti a Bagnara Calabra, facendo così inversione di marcia e raggiungendo la piazzola di sosta […] ove si erano fermati finché non avevano visto transitare una “gazzella” dei Carabinieri ed avevano iniziato a seguirla […];
– che dopo alcuni chilometri avevano affiancato la “gazzella” e Calabrò aveva sparato ai Carabinieri (“Ci siamo andati dietro e praticamente abbiamo fatto un po’ di chilometri prima di affiancare, io guidavo e il Calabrò era sul lato passeggero, prima di affiancare la macchina dei Carabinieri abbiamo fatto, non ricordo esattamente, ma un po’ di chilometri, prima dello svincolo di Scilla,
alcuni chilometri prima, siamo usciti dall’ultima galleria. Il Calabrò mi disse accelera, affiancati, mettiti stretto, come mi aveva detto la prima volta, fai toccare lo specchietto con il suo specchietto. Arrivato a un certo punto, mi metto a fianco, Calabrò si siede in una certa maniera sul lato passeggeri di questa macchina e inizia a sparare contro i due Carabinieri. Inizia a sparare contro i
due Carabinieri, me ne accorgo che la situazione questa volta è diversa perché purtroppo… … . … perché ci sono state delle grida, addirittura Calabrò mi disse che il Carabiniere quello che era al lato guida della macchina è morto subito e l’altro Carabiniere, l’altro Carabiniere che era sul lato passeggeri mi ricordo che mi disse che cercava di usarlo come scudo, che ancora era vivo. Perché
Calabro, se non ricordo male, sparava non a raffica continua, ma ad intermittenza, se non ricordo male. Finito l’agguato, la macchina inizia a rallentare e si ferma e mi ricordo che noi andavamo piano, piano, piano quando io ho rallentato, cioè, l’ho superato perché la macchina ha iniziato a perdere velocità e abbiamo visto che la macchina ha sbattuto sul lato destro contro il guardrail. Da lì abbiamo capito che sicuramente uno era morto e sicuramente pure l’altro, perché poi non si sentiva più niente, non si vedeva più niente e siamo … “), facendo, quindi, subito rientro, a tutta velocità, a Reggio Calabria ove avevano dato fuoco alla propria autovettura […];
– che il terzo agguato era stato compiuto in una zona non lontana da quella del primo agguato […] ed era stato, anche in questo caso, preparato dal Calabrò […] che gliene aveva parlato già poco dopo i funerali dei due Carabinieri uccisi precedentemente (“Se non ricordo male, subito dopo i funerali dei due Carabinieri iniziò a parlarmi, perché prima, voglio dire, lei ce l’ha scritto sulle mie dichiarazioni, là davanti sicuramente, ci sono stati dei festeggiamenti, io le ho spiegate tutte queste cose qua. Poi inizia Calabrò di nuovo a dirmi che dovevamo uccidere ancora dei Carabinieri dopo quelli morti già il 18 gennaio”);
– che certamente Calabrò non avrebbe potuto prendere quelle gravi decisioni da solo […];
– che il 2 febbraio 1994 si erano recati sul luogo programmato con le stesse armi, ma, poi, poiché i Carabinieri non c’erano, si stavano spostando ed in questo frangente erano sopraggiunti i Carabinieri contro i quali, quindi, avevano subito sparato […];
– che anche in questo caso Calabrò aveva preteso che venissero usate ancora le stesse armi[…];
– che in occasione del terzo attentato Calabrò gli disse che quei Carabinieri stavano trasportando importanti documenti (“Sì, però vi voglio precisare una cosa sul terzo attentato, dottore, una cosa importante, che Calabrò dopo il terzo attentato, parlando mi disse che la pattuglia dei Carabinieri, la gazzella dei Carabinieri che è stata colpita, portava un plico di documenti importanti, […] però io non ho capito questa situazione, questa storia non l’ho capita anche perché non l’abbiamo mai approfondita. Anche perché ci sono state anche delle altre cose che lui ha detto in questo frangente di tempo. Ha nominato per esempio il Notaio Marrapodi, ha nominato la Uno Bianca, insomma, ci sono state una serie… Ha nominato quello che succedeva per esempio in Sicilia, che stava accadendo, ha nominato tante cose”);
– di avere egli personalmente fatto una telefonata di rivendicazione su indicazione del Calabrò […];
– di non conoscere assolutamente i Carabinieri che erano state vittime dei tre agguati […];
– che forse, in occasione del terzo agguato, Calabrò era già informato prima del trasporto dei documenti, ma non gli aveva detto che aspettava proprio quei Carabinieri […];
– che quegli attentati non avevano avuto altro seguito poiché il 24 febbraio 1994 era stato trovato un arsenale ed era stato arrestato anche il padre del dichiarante […], anche se Calabrò aveva intenzione di riprendere con quegli attentati […];
– che Calabrò, sia pure in modo generico, collegava le azioni compiute contro i Carabinieri all’azione delle cosche siciliane […], collegamento che, però, gli era stato personalmente confermato da Nino Lo Giudice molti anni dopo quando egli, raggiunto il grado di “santista”, aveva avuto accesso alla conoscenza di fatti segreti per i semplici appartenenti alla ‘ndrangheta […];
[…]
– di avere saputo di collegamenti tra le cosche calabresi e quelle siciliane anche riguardo all’approvvigionamento di armi ed esplosivi ed in particolare di forniture di esplosivo prelevato da una nave affondata al largo delle coste calabresi e che sarebbe stato utilizzato per le stragi siciliane […] secondo quanto appreso da Nino Lo Giudice e da altri (“Tra questi Nino Lo Giudice, Giovanni Ghilà, Giuseppe (PAROLA INCOMPRENSIBILE), suo cognato, diciamo anche i miei
familiari”); […].

Nel corso dell’esame del dichiarante Villani è emerso che le dichiarazioni che più attengono al presente processo, quelle relative agli attentati commessi in danno di Carabinieri il 2 dicembre 1993, il 18 gennaio 1994 ed 1’1 febbraio 1994, sono state rese dal predetto per la prima volta alla fine del 2012 e, quindi, oltre il termine di centottanta giorni previsto per la redazione del verbale
informativo dei contenuti della collaborazione, nel quale, infatti, il dichiarante aveva, si, ammesso la propria responsabilità nei fatti di omicidio e di tentato omicidio in questione, ma nulla aveva aggiunto rispetto alla ricostruzione operata dal correo già precedentemente “pentito” Giuseppe Calabrò, il quale aveva riferito, in sostanza, seppur fornendo nel tempo diverse e contrastanti
versioni (v. sentenze della Corte di Assise di Reggio Calabria del 3 febbraio 1997 e della Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria del 28 luglio 1998 acquisite all’udienza del 14 dicembre 2017) che si era trattato di occasionali e non programmati scontri a fuoco con Militari dell’Arma.
E’ necessario, pertanto, innanzitutto, premettere che il superamento del detto termine dei centottanta giorni non è d’ostacolo all’utilizzabilità delle dichiarazioni oggi rese davanti al giudice del dibattimento del presente diverso processo […].
Il ritardo delle dichiarazioni, tuttavia, rileva sotto il profilo della progressione di queste, elemento che deve essere valutato in relazione a quel giudizio di intrinseca attendibilità che deve essere preliminarmente formulato dal giudice che si accinge ad esaminare le dichiarazioni di un collaboratore di Giustizia.
Orbene, in relazione a quest’ultimo profilo, occorre osservare preliminarmente che, sin dall’inizio della sua collaborazione, il Villani non ha omesso di ammettere le sue responsabilità nei tre gravi fatti delittuosi commessi in danno dei Carabinieri e ciò prima che fosse definitivamente accertata la sua responsabilità penale con sentenza passata in cosa giudicata.
Le successive dichiarazioni del 2012, dunque, si pongono soprattutto come completamento ed integrazione delle precedenti che non determinano, di per sé, l’inattendibilità delle stesse, ma richiedono soltanto un particolare rigore nell’esaminare le ragioni della tardiva integrazione […].
[…] Appare del tutto evidente, invero, sotto il profilo delle responsabilità individuali, sia morali che penali, l’enorme divario che v’è tra la ricostruzione dei fatti come accadimenti meramente casuali e quella come fatti programmati, cercati e intensamente voluti.
Tanto più che, come si è detto, quando il Calabrò iniziò a collaborare il processo non era neppure iniziato e quando, poi, dopo molti anni, anche il Villani si era deciso a collaborare non era ancora intervenuta la sentenza definitiva sui fatti in questione (v. quanto espressamente sottolineato in proposito dal Villani: ” .. perché il mio processo era in dirittura d’arrivo, ma perché dietro c’erano
altre cose che io effettivamente avevo il timore e la paura e il dubbio che potesse succedermi qualcosa … … … il 29 settembre 2010 già ero quasi arrivato alla Cassazione per il definitivo della condanna e io lì, diciamo, confermai la tesi che Calabrò aveva dichiarato in tutti questi anni questa tesi … “), così che può trovare giustificazione il timore di aggravare eccessivamente la propria posizione personale, poi, invece, venuto meno dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna per quei fatti (v. ancora le dichiarazioni del Villani già sopra riportate: “Dopo che è successo? Che io ho avuto confermati, diciamo … Il processo è andato definitivo, la condanna di trenta anni è stata confermata e arrivato ad un certo punto, facendo degli interrogatori, ho deciso
di dire il motivo vero di questi, diciamo, agguati dei Carabinieri”).
Sotto tale profilo, dunque, per quel che è emerso in questa sede nel dibattimento, non v’è ragione di formulare una pregiudiziale valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni del Villani, al quale, peraltro, in altri successivi processi, così come riferito dallo stesso, è stata già riconosciuta la
speciale attenuante della collaborazione dopo avere positivamente vagliato le sue dichiarazioni.
E neppure gli altri elementi addotti dalle difese appaiono idonei a condurre ad una valutazione di pregiudiziale inattendibilità.
[…]
In proposito occorre, peraltro, subito osservare che il Villani non ha di certo reso le sue dichiarazioni sulla deliberata volontà di uccidere alcuni Carabinieri con la volontà di “agganciare” un processo particolarmente importante quale quello sulla c.d. “trattativa Stato-mafia” e così beneficiare di utilità personali o anche di notorietà: il Villani, invero, ha reso le sue dichiarazioni ad AA.GG. diverse da quella di Palermo e dal momento in cui ha reso quelle dichiarazioni, alla fine del 2012, nulla ha fatto per sollecitare un incontro con i P.M. di Palermo, i quali, infatti, soltanto nel 2016 (dunque, dopo quattro anni) ed occasionalmente, sono venuti a conoscenza di quelle dichiarazioni, tanto che precedentemente, non avevano neppure indicato il Villani tra i soggetti da esaminare in questo dibattimento.
Valutando, quindi, in concreto, le dichiarazioni del Villani, va osservato che appare veramente scarsamente credibile che, come sostenuto originariamente dal Calabrò […], in un
breve lasso di tempo (due mesi) gli stessi uomini (Calabrò e Villani) e con la stessa arma (un mitra Ml2 affine a quello utilizzato dalle Forze dell’Ordine: […]) particolarmente micidiale e che, anche per il suo ingombro, non viene abitualmente portata da criminali per semplici ragioni di difesa (o per quelle ugualmente non verosimili riferite dal Calabrò ed, infatti, disattese dalla Corte di Assise di Reggio Calabria che ne ha rilevato tutte le incongruenze), ma solo per l’esecuzione di gravi fatti omicidiari, si siano imbattuti sempre e soltanto casualmente con tre “gazzelle” dei Carabinieri ed abbiano avuto con questi ben tre altrettanto casuali scontri a fuoco.
Si tratta di una versione dei fatti assolutamente non credibile e ciò a prescindere dalla telefonata di rivendicazione che il Villani ha riferito di avere fatto col rischio di essere smentito ove avesse fatto una dichiarazione non vera.
L’effettiva casualità dei tre accadimenti avrebbe richiesto, sotto il profilo della giustificabilità razionale, di evitare che, con quella telefonata di rivendicazione, gli investigatori potessero ricollegare tra loro quegli episodi e, soprattutto, che già dopo il primo episodio o, ancor più, dopo il duplice omicidio del 18 gennaio 1994, gli autori si disfacessero immediatamente dell’arma utilizzata, appunto, per evitare che i fatti potessero essere collegati tra loro e che ne derivasse un
inevitabile aggravamento delle proprie responsabilità nel caso in cui fossero stati sorpresi in possesso di quell’arma.
E, invece, ancora il 2 febbraio 1994 Calabrò e Villani portano con sé le medesime armi (pur avendo disponibilità di interi arsenali soltanto successivamente rinvenuti e sequestrati) e ciò soltanto, se fosse vero quanto dichiarato da Calabrò, per incontrare soggetti che avrebbero dovuto vendere loro
altre armi, ovvero, addirittura, soltanto per compiere un danneggiamento ad una concessionaria di autovetture (tesi accreditata dalla difesa degli imputati Subranni e Mori in sede di discussione all’udienza del 16 marzo 2018).
Non v’è chi non veda l’assoluta inverosimiglianza di tali spiegazioni (al di là delle conclusioni raggiunte con le sentenze definitive acquisite che ovviamente non si sono potute giovare anche dell’apporto collaborativo del Villani) che non possono giustificare in alcun modo, ad esempio, il possesso e il porto di mitra mentre ci si reca a compiere un semplice danneggiamento ovvero l’utilizzo di una autovettura rubata per il trasferimento di armi (per il rischio di essere più facilmente individuati proprio per l’uso del mezzo rubato, mentre nessun “vantaggio”, nel senso dell’elusione di indagini, ne sarebbe derivato nel caso di occasionale controllo), mentre l’utilizzo delle medesime armi nei tre episodi trova chiaro ed agevole chiarimento nella volontà di esplicitare agli investigatori il collegamento tra gli stessi, così da inquadrarli in un ‘unica strategia e mandare a chi poteva comprendere quel messaggio che la strategia ideata in Sicilia dai “corleonesi” intendeva, appunto, inviare, per riallacciare la “trattativa” di fatto interrotta dopo l’arresto di Vito Ciancimino e di Salvatore Riina e, quindi, sfruttando il segnale di cedimento dello Stato conseguente alla mancata proroga dei decreti del 41 bis, per piegare definitivamente la volontà degli interlocutori istituzionali su tutte le richieste che erano state avanzate quali condizioni per la cessazione delle stragi.
Ed è assolutamente significativo che per ben tre volte non sia stato individuato un qualsiasi appartenente alle Forze dell’Ordine, ma sempre e soltanto alcuni Carabinieri, poiché erano stati questi a farsi avanti dopo la strage di Capaci ed a lanciare quell’offerta di dialogo subito raccolta e sfruttata da Salvatore Riina e si voleva, pertanto, che questi, essendo gli unici che potevano raccogliere il messaggio per la conoscenza dei pregressi contatti conseguenti ali ‘iniziativa del
Col. Mori, si facessero nuovamente avanti per riprendere il dialogo interrotto.
Tale conclusione è confortata, d’altra parte, in modo inequivocabile dalla percezione che del delitto del 1 febbraio 1994 ebbe il Comandante Generale dei Carabinieri Gen. Federici secondo quanto ebbe a riferire nell’immediatezza al Presidente del Consiglio Ciampi che ne fece conseguente annotazione nella sua agenda (alcune parti della quale, rilevanti per i fatti oggetto del presente processo, sono state acquisite agli atti come si è già detto sopra a proposito di altre annotazioni già esaminate).
Alla pagina del 2 febbraio 1994 di detta agenda v’è, infatti, la seguente annotazione del Presidente Ciampi relativa ad un colloquio avuto quello stesso giorno con il Generale Federici: “riferisce su ferimento avvenuto ieri notte di due carabinieri a Reggio C. e a decisione presa da comitato sicurezza di rafforzamento presenza militare in loco. F. ritiene che si tratti di tentativi della ‘ndrangheta di recente colpita da forze ordine, di dimostrare sua forza colpendo i carabinieri”.
Dunque, come si vede, già a poche ore dal fatto, il Comandante Generale dell’ Arma aveva ben percepito che non si era trattato di un episodio occasionai e, ma di un “messaggio” – sotto forma, quanto meno della dimostrazione di forza – della criminalità organizzata mafiosa del luogo indirizzato proprio ai Carabinieri.
D’altra parte, vi sono anche altri elementi a conforto delle dichiarazioni sul punto rese dal Villani.
In particolare, devono richiamarsi, da un lato, gli acclarati collegamenti tra le cosche mafiose siciliane e quelle della ‘ndrangheta calabrese (basti, qui, ricordare, per tutti, quelli emersi a proposito dell’omicidio del Sostituto Procuratore Generale della Cassazione Antonino Scopelliti ucciso il 9 agosto 1991 in Calabria a Villa San Giovanni perché destinato a sostenere la Pubblica
Accusa nel “maxi processo” contro la mafia siciliana); e, dall’altro, soprattutto, le molteplici e concordanti dichiarazioni rese da più collaboranti di provata attendibilità riguardo alla sopra ricordata strategia mafiosa che intendeva colpire con attentati indiscriminati proprio i Carabinieri e proprio nel periodo tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994 nel quale sono stati commessi i tre attentati di cui ha specificamente riferito il Villani (e, per i quali, si ricorda, lo stesso è stato
definitivamente condannato).
Tra tali dichiarazioni basti qui ricordare, ad esempio, perché nelle stesse, come si dirà più avanti, possono ravvisarsi i necessari riscontri richiesti dall’art. 192 comma 3 c.p.p., le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza (che di seguito saranno esaminate più compiutamente ed estesamente in questo stesso Capitolo), il quale, infatti, ha raccontato che Giuseppe Graviano, nel momento in cui era in
corso la preparazione dell’attentato allo stadio Olimpico di Roma, che, se fosse riuscito, avrebbe provocato la morte di un rilevantissimo numero di Carabinieri (e di cui pure si dirà più diffusamente nel successivo paragrafo), fece espresso riferimento alla uccisione di due Carabinieri avvenuta in quegli stessi giorni in Calabria (si tratta proprio del duplice omicidio commesso da Villani e Calabrò il 18 gennaio 1994 in pregiudizio degli Appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo) nell’ambito delle iniziative intraprese dalle cosche calabresi in accordo con quelle siciliane (v. dich. Spatuzza: “…lui mi comunica che erano stati uccisi due Carabinieri, si erano mossi i calabresi che avevano ucciso due Carabinieri… “).
Dunque, alla stregua delle predette considerazioni e di quanto emerso rispetto al temporalmente contestuale progetto di attentato in danno di un rilevante numero di Carabinieri in servizio presso lo Stadio Olimpico di Roma di cui si dirà nel paragrafo che segue, non resta che concludere che, sul punto, la dichiarazione del Villani appare assolutamente attendibile e riscontrata dall’accertato contesto dei rapporti tra “cosa nostra” e la ‘ndrangheta e delle comune strategie attuate per contrastare la repressione dello Stato ed ottenere benefici per i detenuti e che, pertanto, la stessa costituisce un non secondario tassello della ricostruzione probatoria degli accadimenti verificati si dopo che il Governo aveva mostrato di recepire la minaccia delle cosche mafiose siciliane, lasciando decadere, nel novembre 1993, moltissimi provvedimenti applicativi del regime del 41 bis.
“Cosa nostra” aveva immediatamente percepito e raccolto quel segnale di cedimento dello Stato rispetto alla linea della fermezza propugnata e ritenuto, conseguentemente, che l’accettazione del dialogo sollecitato dai Carabinieri stesse producendo i suoi frutti e che sarebbe stato utile, per la stessa “cosa nostra”, costringere i Carabinieri a riallacciare le fila di quel dialogo interrottosi con l’arresto di Vito Ciancimino.
Da qui la necessità di lanciare un messaggio che coloro che tra i Carabinieri erano a conoscenza dei pregressi fatti ed approcci avrebbero potuto ben percepire.

Fonte mafie blog autore repubblica

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