Una corposa parte dell’istruttoria dibattimentale è stata dedicata anche al fenomeno della “Falange Armata” in relazione a due diversi, più o meno esplicitati, profili.In particolare, sotto un primo profilo, la Pubblica Accusa ha fatto riferimento all’utilizzo delle rivendicazioni degli attentati ad opera della Falange Armata come forma di rafforzamento della minaccia utilizzata da “cosa nostra” nei confronti dello Stato.
Sotto un secondo profilo, invece, la Pubblica Accusa si è riferita alla Falange Armata con riguardo al concorso nel reato di minaccia da parte di terzi ignoti riconducibili all’area dei c.d. “servizi segreti deviati”.
E’ necessario, pertanto, dare conto di alcune risultanze dell’istruttoria dibattimentale compiuta ancorché della Falange Armata non vi sia alcuna traccia nel capo di imputazione di cui alla lettera a) della rubrica e la stessa istruttoria non abbia consentito di acquisire elementi di particolare utilità ai fini della ricostruzione delle responsabilità penali qui in esame.

[…]

Quanto alle acquisizioni documentali, vi sono agli atti, innanzitutto, due sentenze pronunziate nei confronti di colui che, all’esito delle indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Roma[…], venne individuato quale autore di telefonate di rivendicazione a nome della c.d. “Falange Armata”
Si tratta, in particolare, delle due sentenze di merito divenute irrevocabili.
La prima di esse è la sentenza del Tribunale di Roma Sez. 7 del 17 marzo 1999 nei confronti di Scalone Carmelo per il reato di cui ali ‘art. 416 c.p. (commesso fino al 21 ottobre 1993 per essersi associato al sodalizio denominato “Falange Armata”), nonché per i reati di cui agli art. 336 c.p. e 289 c.p., con la quale il predetto imputato venne condannato alla pena di anni 3 di reclusione.
Nella detta sentenza, tra l’altro, si legge che il 12 ottobre 1993 era stata individuata un’utenza chiamante utilizzata per alcune rivendicazioni a nome della Falange Armata risultata corrispondente ad una abitazione in Taormina nella disponibilità di Scalone Carmelo, arrestato, quindi, il25 ottobre 1993.
La prima delle dette rivendicazioni veniva fatta risalire, però, a oltre tre anni prima. L’11 aprile 1990, infatti, era stato ucciso a Milano l’educatore carcerano Umberto Mormile e alle ore 15,40 era pervenuta all’ANSA di Bologna una telefonata di rivendicazione senza indicare alcuna sigla (“Non importa chi sono, ci conoscerete in seguito”).

Nei giorni successivi, quindi, erano seguite altre telefonate di minaccia sempre senza sigla.
Il 22 maggio 1990 erano, poi, pervenute alle Carceri di San Vittore e Opera alcune telefonate nelle quali, per la prima volta, si faceva riferimento alla sigla “F.A.C. – Falangi Armate Carcerarie”.
Indi, dai primi giorni del 1991, iniziava a comparire la sigla “Falange Armata” (anziché quella di “Falangi Armate Carcerarie” prima utilizzata) con la rivendicazione dell’omicidio di tre carabinieri avvenuto a Bologna.

Si erano susseguite telefonate di minacce, tra le quali quelle nei confronti di Amato per la politica riformista all’interno delle carceri e per l’applicazione di benefici a detenuti appartenenti ad aree ideologiche diverse (telefonata del 7 aprile 1991).

Innumerevoli sono, poi, le telefonate di minaccia o rivendicazione che vennero fatte a nome della “Falange Armata” ed è opportuno ricordarne alcune citate nella sentenza In esame perché più attinenti al temi oggetto del presente processo.

Il 20/6/1991 telefonata che preannunzia l’uccisione dell’Ambasciatore Fulci da poco nominato segretario del Cesis.

Il 26/9/91 telefonata di minaccia nei confronti del Ministro della Giustizia.

Il 26/6/92 telefonata di minaccia nei confronti del Ministro dell’Interno Scotti (si ricorda l’attentato al Ministro spagnolo Carrero Bianco).

Il 13/7/92 telefonata di minaccia nei confronti di Leoluca Orlando e Giuseppe Ayala.

Il 4/9/92 telefonata di minaccia nei confronti di Antonino Caponnetto.

Il 9/9/92 telefonata di minaccia nei confronti del Ministro dell’Interno Mancino,

di Achille Serra (direttore SCO) e Antonio Manganelli (vice di Serra).

Il 19/11/92 telefonata di minaccia nei confronti di Andreotti, Mancino e il capo della Polizia Parisi.

Il 14/1/93 telefonata di minaccia nei confronti del Seno Spadolini.

L’1/4/93 telefonata di minaccia con la quale si indicano come obbiettivi della Falange Armata il Presidente della Repubblica Scalfaro e gli Ono Mancino e Spadolini.

Il 10/4/93 telefonata di minaccia nei confronti di Martelli.

Il 21/4/93 telefonata di minaccia nei confronti di Martelli, Parisi, Spadolini e Mancino.

Il 14/6/93 telefonata con la quale “la Falange Armata manifesta la sua soddisfazione per la nomina alla Direzione Generale Istituti pena di Alberto Capriotti in luogo di Nicolò Amato, considerando la sostituzione di quest’ultimo come una vittoria della Falange stessa” (v. pago 16 della sentenza citata).

Il 16/6/93 telefonata di minaccia nei confronti di Parisi e Mancino.

Il 16/9/93 telefonata di minaccia nei confronti di Capriotti e Di Maggio.

Il 18/9/93 telefonata con la quale si smentisce l’ipotesi del coinvolgimento nella Falange Annata di ufficiali del SISMI o altro personale di questo servizio.

Il 19/9/93 telefonata di minaccia nei confronti del Presidente della Repubblica Scalfaro.

Il 21/9/93 telefonata di minaccia nei confronti del Presidente della Repubblica Scalfaro.

Il 7/10/93 telefonata di minaccia nei confronti di Capriotti e Di Maggio.

Tuttavia, nel giudizio di secondo grado, la predetta sentenza fu riformata e Cannelo Scalone fu assolto per non avere commesso il fatto.

Da tale sentenza della Corte di Appello di Roma del 20 novembre 200 l risulta, infatti, che a seguito dell’acquisizione di una perizia fonica effettuata nell’ambito di un procedimento svolto si a Firenze su telefonate giunte all’ANSA di Firenze, la cui paternità era stata attribuita a Scalone e che aveva, invece, concluso che la voce del parlatore (anche per una telefonata proveniente dall’utenza sita nella casa di Taormina dell’imputato) non era quella di Scalone, venne disposta una nuova perizia tecnica.
Ebbene, ancora secondo le risultanze di tale sentenza, all’esito degli ulteriori accertamenti tecnici, il Perito incaricato Raffaele Pisani, innanzi tutto, riferì che “risulta tecnicamente impossibile stabilire l’utenza dalla quale provengono le telefonate registrate dal R.O.S. presso l’Agenzia ADNKRONOS … ” e che la comparazione fonica escludeva che le telefonate fossero state fatte da Scalone (in particolare, veniva esclusa la corrispondenza per tutte e tre le telefonate registrate, nelle quali, peraltro, il telefonista era stata sempre persona diversa, infatti indicata come ignoto A, B e C).
Tra gli altri documenti acquisiti riguardo alla “Falange Annata”, a parte gli innumerevoli dispacci di agenzia e articoli di stampa concernenti le telefonate nel tempo effettuate con la predetta sigla, oltre che l’elenco dei comunicati (con relativo testo) consegnato dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione alla difesa degli imputati Subranni e Mori (v. nota dell’II dicembre 2014 in atti) ed acquisito con ordinanza del 29 giugno 2017, possono, poi, ricordarsi:

l) l’annotazione riportata sull’agenda del Presidente del Consiglio Ciampi alla pagina del giorno 28 settembre 1993 all’esito di un colloquio avuto con il Presidente della Commissione Stragi: “a) richiama attenzione su Falange Armata (a suo dire sottovalutata) b) fra qualche giorno la

Commissione ascolterà Pippo Calò “;

2) la Cartella intestata “SENATO DELLA REPUBBLICA” intitolata con dicitura manoscritta “Bloc-Notes Riflessioni vacanze natalizie ’92-’93” contenente un documento dattiloscritto composto da 23 fogli avente il titolo “BLOC NOTES RIFLESSIONI SUL PERIODO NATALEEPIFANIA

1992-1993”, acquisita il 29 ottobre 2015 in Firenze presso la “Fondazione Spadolini Nuova Antologia” e, in questo processo, con ordinanza del 14 dicembre 2017. Nel dattiloscritto prima indicato, il Seno Spadolini fa riferimento alle minacce ricevute dalla Falange Armata

nell’anno 1993: “…Questa volta – era il venerdì 18 dicembre, stavo offrendo il consueto pranzo di Natale agli amici più stretti della cerchia storica – fui informato dal comando del corpo Carabinieri del palazzo che c’era stata una comunicazione di morte da parte della Falange Armata presso la redazione dell’ANSA di Genova. Detti la notizia, con la imperturbabilità di sempre, ai miei amici ricordando che un’analoga vicenda mi aveva colpito al pranzo in una casa esterna a Castiglioncello la sera del 20 e 22 agosto …. …. ….. La mano assassina che si levava ancora una volta con i consueti comunicati della Falange Armata veniva attribuita a quella persistente vena terroristica di cui la P2 è stata interprete in Italia. Furono i giorni, tra il 22 e il 29 di agosto, che passai a Castiglioncelio in mezzo ad uno schieramento eccezionale di forze di copertura, durante i quali mantenni un viaggio a Livorno … …….. Tornai poi a Roma a fine agosto …. … …. Quella sera improvvisamente a Palazzo Giustiniani sentii che si tornava sulla stessa lunghezza d’onda. In una delle numerose conversazioni televisive fatta nella prima quindicina di dicembre, e tale da rilanciare molto il mio nome e la mia immagine nella gente, avevo anche accennato alla P2 proprio a riguardo delle nuove rivelazioni circa l’assassinio di Calvi …. … …. E di nuovo anche nella mia mente la connessione P2-attentati e l’istintivo tornare su quell’accenno perentorio alle collusioni fra mafia e P2 che da agosto hanno ricevuto tante conferme e tante ulteriori prove, e non mettere la questione un po’ da parte senza esagerare in nessun modo la portata. Se non che il mattino dopo, e questa volta semplicemente attraverso la mia scorta, mi giungeva notizia di un secondo manifesto della Falange Armata e Bologna, e più tardi quella di una comunicazione della Falange Armata a Napoli al giornale 11 Mattino, che risuonava esattamente come quella di agosto: “Avvertite Spadolini è suonata la sua ora”. […]”;

3) l’altra Cartella intestata “SENATO DELLA REPUBBLICA” intitolata con dicitura manoscritta “Minacce”, pure come sopra rinvenuta ed acquisita, contenente una missiva manoscritta dell’On. Spadolini datata 7 aprile 1993 che inizia con le parole “Caro Presidente” cui sono allegati cui

sono allegati tre dispacci relativi a segnalazioni di minacce di morte e, in particolare, la prima relativa ad una telefonata anonima ricevuta dall’Agenzia ANSA il 6 aprile 1993 (“Numero di codice 181432. 11 Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il Presidente del Senato Giovanni Spadolini e il Ministro dell’Interno Nicola Mancino sono nel mirino politico e militare della Falange Armata. Non ci resta altro che attendere”); la seconda relativa da una telefonata del 2 aprile 1993 ricevuta dalla redazione del Corriere della Sera (”Verrà fatto un attentato al Capo dello Stato Scalfaro e a Spadolini”); la terza relativa ad una telefonata ricevuta dalla Agenzia ANSA il l aprile 1993 (“Certa parte anche importante del potere giudiziario non più a lungo, possiamo assicurare, riuscirà a nascondere all’opinione pubblica ad usare impunemente come insostituibili strumenti di servizio e di controllo Scalfaro, Spadolini, Mancino. L’azione verrà forzata quando non decideremo non unificante prima. La bomba istituzionale è innescata. L’operazione militare è ineluttabile. […] l’organizzazione è in grado di eseguire in qualsiasi momento lo decida. 181432 Falange Armata”);

4) il verbale del Comitato Nazionale Ordine e Sicurezza Pubblica del 30 luglio 1993 (prodotto dalla difesa degli imputati Subranni, Mori e De Donno all’udienza dell’8 ottobre 2015 e sopra già citato), dal quale risulta il riferimento che anche in quella sede il Capo della Polizia Parisi ebbe a fare al fenomeno della “Falange Armata […];

5) il resoconto dell’audizione dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia in data Il ottobre 1995 del Dott. Saviotti, magistrato della Procura della Repubblica di Roma che si era occupato delle indagini sulla “Falange Armata” (documento prodotto dalla difesa degli imputati Subranni, Mori e De Donno all’udienza dell’8 ottobre 2015). Nel corso di tale audizione vengono ricostruite almeno in parte le indagini effettuate da quell’Ufficio e vengono sviluppate alcune analisi che qui possono omettersi in quanto confluite, poi, nelle sentenze sopra già ricordate;

6) l’articolo di stampa pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 30 dicembre 1992 contenente un’intervista a Nicola Mancino dal titolo: “Era pagato per sporcarsi, ci dicano presto se ha sbagliato” (documento prodotto dalla difesa degli imputati Subranni, Mori e De Donno all’udienza dell’8 ottobre 2015), nel quale il medesimo Mancino dice a proposito della Falange Armata: “Le cito quel che risulta dall’ultimo rapporto ricevuto. E’ definita istituzione fantomatica. Si inserisce in attività violente tentando di far credere di esserne partecipe. E’ una centrale di intelligence: che pratica orari di ufficio (mai rivendicazioni o comunicati di notte o di mattina presto) o simula una struttura burocratica. A volte ha rivendicato delitti mai avvenuti…”);

7) l’informativa della Direzione Investigativa Antimafia sottoscritta in data 4 marzo 1994 dal Capo Reparto Investigazioni Giudiziarie Dott. Pippo Micalizio (documento prodotto dal P.M. all’udienza del 26 settembre 2013 e sopra già ricordato) che contiene un’ampia ricostruzione delle indagini svolte sulle stragi degli anni 1992-1993 e sui collegamenti dell’organizzazione mafiosa “cosa nostra” con altre organizzazioni criminali, sia di stampo mafioso, sia di stampo terroristico con un

riferimento anche al fenomeno della Falange Armata ove si legge: ”Altro elemento di inquinamento e di disinformazione è lo stillicidio di minacce e rivendicazioni della “Falange Armata”, organizzazione terroristica nota solo per i suoi comunicati ed atti intimidatori, che sembra essere solo una sigla usata da diverse componenti. Da parte dell’organizzazione in argomento sono state rivendicati, mediante telefonate ad agenzie d’informazione di varie città, l’omicidio di Salvo Lima, le stragi di Capaci e di via d’Amelio, gli attentati di via Fauro a Roma, di via dei Georgofili a Firenze, di San Giovanni in Laterano e via del Velabro a Roma e di via Palestro a Milano”;

8) il resoconto della seduta del 20 luglio 1992 dinanzi la Camera dei Deputati (documento prodotto all’udienza del 19 giugno 2014 dalla difesa di Nicola Mancino e, poi, sull’accordo delle parti, acquisito alla successiva udienza del 26 giugno 2014) contenente l’intervento del Ministro dell’Interno Mancino nel corso del quale quest’ultimo ebbe a riferirsi anche alla rivendicazione della strage di via D’Amelio da parte della Falange Armata: ” […] « Siamo la Falange Armata … … … la Falange Armata rivendica la responsabilità politica nonché la paternità di quanto accaduto a Palermo dove è stato ucciso il giudice Borsellino» “;

9) il resoconto della seduta del 18 maggIO 1993 dinanzi la Camera dei Deputati (documento prodotto e acquisito come sopra) contenente le risposte del Ministro dell’Interno Mancino ad alcune interrogazioni sull’attentato di via Fauro a Roma in occasione delle quali il predetto ebbe a riferire, tra l’altro, di rivendicazioni dell’attentato pervenute anche da parte della Falange Armata, definite “a prima vista inattendibili, forse tentativi devianti, forse espressione di quelle nuove forme di destabilizzazione occulta che agiscono attraverso sofisticati sistemi di intimidazione, di indebita ingerenza e di disorientamento della pubblica opinione… … … Gli analisti concordano nel ritenere estremamente improbabile che l’evento possa ricollegarsi in qualche modo al terrorismo internazionale o interno .. … … La prima ricostruzione dei fatti rende d’altra parte ragionevolmente ipotizzabile che l’azione criminosa abbia avuto quale obiettivo il giornalista Maurizio Costanzo … … … Se l’ipotesi è attendibile .. … … diventa anche più chiara la matrice mafiosa dell’attentato …. … … Questa strategia eversiva della mafia è ancora lontana dall’esaurimento. Ne avevamo percezione precisa … …… Lo stragismo poteva costituire un monito sinistro, un folle e crudele tentativo di intimidazione. come la scelta dello scontro aperto contro uomini ed istituzioni dello Stato fosse determinata dalla difficoltà. sempre maggiore, di stabilizzare pratiche collusive, mediazioni continue, contati costanti con pezzi consistenti della pubblica amministrazione”.

[…]

Iniziando dal primo profilo rilevante con riferimento al fenomeno della Falange Armata, quello dell’utilizzazione di tale sigla, da parte di “cosa nostra”, in funzione di rafforzamento della minaccia al Governo della Repubblica, va osservato, innanzi tutto, che non v’è alcun riscontro diretto riguardo alla dichiarazione del collaboratore di Giustizia Filippo Malvagna sul fatto che lo stesso Salvatore Riina, in occasione di una riunione della “commissione regionale” di “cosa nostra” ebbe ad ordinare di rivendicare tutti gli attentati che l’organizzazione si accingeva a compiere con la sigla della “Falange Armata”.
Nessun altro collaboratore è stato in grado di raccontare ciò di cui si parlò in quella medesima riunione cui si è riferito il Malvagna e deve, per contro, escludersi, in ogni caso, che un’analoga indicazione possa essere stata data da Riina in sede di “commissione provinciale” di Palermo, poiché di essa nulla hanno saputo due degli abituali partecipanti dell’epoca, Giovanni Brusca e

Antonino Giuffré.

Ma, quale che fosse la fonte (Riina in quell’occasione o altri) della decisione di rivendicare gli attentati con la sigla della Falange Armata, è riscontrato, in ogni caso, anche per effetto delle dichiarazioni convergenti di Maurizio A vola, che effettivamente, da un certo momento, dopo la strage di Capaci, le cosche catanesi iniziarono ad utilizzare quella sigla per minacciare o rivendicare attentati.
Ed in proposito, va ricordato che in occasione dell’esame, all’udienza del 24 settembre 2015, del teste Ernesto Cusimano, sostituto commissario presso il Centro Operativo D.I.A. di Palermo, sull’accordo delle parti, è stata acquisita anche una informativa con relativi allegati redatta dalla D.I.A. Centro Operativo di Caltanissetta il 20 maggio 2011 sulla scorta di accertamenti effettuati dal
predetto teste unitamente al Luogotenente Rosario Merenda.
Ebbene, in tale informativa si dà conto, tra l’altro, della notizia dell’Agenzia Ansa del 9 giugno 1992 riportante lo stralcio di una telefonata anonima da parte di un uomo con accento catanese (si sottolinea perché la difesa degli imputati Subranni e Mori si è molto soffermata, in sede di discussione all’udienza del 2 marzo 2018, su altre rivendicazioni fatte da un soggetto con accento tedesco – peraltro verosimilmente contraffatto – utilizzate per smentire i collaboranti, ma ha del tutto tralasciato la telefonata di rivendicazione in questione) che, rifacendosi a quanto era stato chiesto ed ottenuto dalla Falange Armata, pur senza indicare la propria appartenenza, contestava l’inasprimento del regime carcerario deciso dal Governo appena il giorno precedente (“Quelli della Falange Armata, i politici, hanno ottenuto quello che volevano, noi no … … … certe cose non sono state rispettate per ciò noi non rispetteremo più i loro interessi”).
V’è, poi, il riscontro che si ricava dal fatto che vi fu effettivamente la rivendicazione della collocazione del proiettile inesploso nel Giardino dei Boboli a Firenze da parte del catanese Santo Mazzei, così come riferito tanto da Giuseppe Di Giacomo, quanto, soprattutto, da Giovanni Brusca che ne ebbe pressoché immediata notizia dallo stesso Mazzei.
Ma v’è, poi, la prova certa che, quanto meno per le stragi di Milano e Roma del 27-28 luglio 1993, “cosa nostra” ha utilizzato la sigla della “Falange Armata” per rivendicare quegli attentati.
Di ciò ha riferito il collaboratore di Giustizia Gaspare Spatuzza che, su incarico di Fifetto Cannella, il quale a sua volta era stato incaricato da Giuseppe Graviano, ebbe a ricevere le lettere di rivendicazione da spedire la sera prima di quegli attentati ed ebbe personalmente ad occuparsi della detta spedizione a Roma ed a incaricare a sua volta Lo Nigro per la spedizione da effettuarsi a Milano in contemporanea.
Ebbene, come risulta dalla contestazione effettuata dal P.M. in sede di esame dello Spatuzza […], è stato effettivamente riscontrato l’invio delle lettere di rivendicazione degli attentati […], fatto assolutamente inusuale nell’ordinario operare dell’associazione mafiosa “cosa nostra”, che, storicamente, mai ha rivendicato gli innumerevoli omicidi, anche eclatanti, compiuti.
Senza volere affermare, dunque, ovviamente, che il fenomeno della Falange Armata sia riconducibile ad associazione mafiose, dal momento che si è piuttosto trattato di un sigla utilizzata da “diverse componenti” (v. informativa D.I.A. del 4 marzo 1994 acquisita in atti e sopra già richiamata), tuttavia, può ritenersi raggiunta la prova che “cosa nostra” abbia voluto rafforzare la minaccia, allora in corso, diretta al Governo con le rivendicazioni in esame, nelle quali si prospettavano, infatti, ulteriori bombe dirette a provocare, questa volta, centinaia di vittime (ed in proposito, allora, il pensiero non può non andare all’attentato che sarebbe stato organizzato qualche mese dopo allo stadio Olimpico di Roma con l’intendimento di provocare, appunto, come si è già visto sopra, un centinaio di vittime tra i Carabinieri li in servizio).
E ciò conferma ulteriormente quanto si è già concluso riguardo alla minaccia di “cosa nostra” ed a quelle che furono definite “bombe del dialogo” (v. sopra), perché è del tutto evidente che in quel frangente la strategia di “cosa nostra” non era più quella della contrapposizione frontale che aveva condotto alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, bensì quella sopravvenuta con la quale si intendeva trarre benefici dalle aperture al dialogo ed alla trattativa che erano giunte ai vertici di “cosa nostra” attraverso l’iniziativa dei Carabinieri con Vito Ciancimino.
Passando, dunque, al secondo profilo concernente il fenomeno della “Falange Armata”, quello del possibile concorso nei fatti delittuosi qui in esame da parte di esponenti dei C.d. “servizi segreti deviati”, va detto che gli indizi, che pure sono ravvisabili, non appaiono idonei ad assurgere al rango di prova.
V’è, innanzitutto, il fatto che con la sigla della “Falange Armata” sono stati minacciati e rivendicati in quegli anni innumerevoli attentati nei confronti di altrettanto innumerevoli esponenti delle Istituzioni ed è certo che l’utilizzo di tale sigla non è riconducibile (solo) ad un preciso gruppo di soggetti (si è visto sopra il sostanziale fallimento del processo penale nel quale si era ritenuto di avere individuato uno dei responsabili).
Certo, è forte il sospetto che il fenomeno della “Falange Armata” abbia potuto avere origine nell’ambito di servizi di sicurezza dello Stato (in tal senso si sono espressi pressoché unanimemente tutti gli esponenti delle Istituzioni chiamati a testimoniare in questo processo: v. sopra testimonianze riportate).
Ed appare, nel contempo, veramente improbabile che un mafioso “rozzo” come Riina abbia potuto autonomamente pensare di utilizzare la sigla della “Falange Armata” per rivendicare gli attentati di “cosa nostra”.
Ma all’interno di quest’ultima, come emerso in questo ed in molteplici altri processi già definitivamente conclusi, v’erano sicuramente altri soggetti meno “rozzi” e adusi anche a rapporti con esponenti degli apparati di sicurezza che avrebbero potuto instillare o, quanto meno, in qualche modo provocare, quell’idea di rivendicare gli attentati con la sigla della “Falange Armata”.Si tratta, però, come si vede, di mere ipotesi che, per quanto altamente plausibili, non possono supportare, in termini di prova processuale, alcuna conclusione sull’effettivo concorso di esponenti degli apparati di sicurezza dello Stato nei fatti di minaccia che sono oggetto del presente processo.

 

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