Inchiesta :l’antimafia vera e quella sfruttata come risorsa politica . La fredda analisi di studiosi esteri

In questo ennesimo articolo del nostro blog che, ripetiamo, è solo dalla parte della verità  e del diritto sancito dalla Costituzione italiana, firmata dai grandi padri della Repubblica che riuscirono a dare la libertà   al nostro popolo, cerchiamo di evidenziare uno studio fatto da giornalisti esteri sull’antimafia di sistema. Quell’antimafia che non è stata sempre  lineare e che spesso si è allontanata dagli insegnamenti di Falcone e Borsellino. Quell’antimafia che è stata utilizzata diverse volte dalla politica e anche da inquirenti carrieristi .Una stagione piena di fatti gravissimi che portò certa politica a considerare lo space dell’antimafia come uno luogo dove si poteva “aggredire” la mafia ma anche chi stava sul banco del nemico di turno. Il colore politico “rosso” il salvacondotto

Nell’analisi giornalistica estera ,viene valutato, con estrema saggezza, un momento particolare nella storia dell’antimafia  siciliana. Lo studio parla degli anni 1985-1994, di cui Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, è la figura principale. Durante questo periodo storico, per la prima volta, il discorso politico dell’antimafia viene tenuto da questo giovane leader dei Democratici Cristiani. Il partito governava Palermo e l’Italia dal dopoguerra senza porre il problema della lotta alla mafia.Anzi, qualche ex DC sostenne pure  che la mafia fosse una semplice invenzione giornalistica.

Da: journals. objet edition

Dall’inizio degli anni ’80, le forze di opposizione, in particolare il Partito comunista e i sindacati,  portarono avanti la lotta contro il sistema mafio-politico degli appalti pilotati.

Con l’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della regione siciliana, poi quello di Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo, la democrazia cristiana, guidata in Sicilia dall’attuale presidente Sergio Mattarella  decide di rompere i rapporti con la mafia , in particolare con Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo. L’esperienza di Orlando è soprattutto il frutto di questa politica, e anche di uno scontro nazionale per la preminenza nel governo, tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista. Tuttavia, con la fine della “Prima Repubblica” nel 1994, l’antimafia non è più l’argomento principale dello scontro tra le forze politiche che stanno combattendo sul comune di Palermo.

Lo studio americano

Per sei mesi nel 1996 e sette estati, tra il 1987 e il 1999, gli antropologi newyorkesi Jane e Peter Schneider, si stabilirono a Palermo per condurre un’indagine sul campo sul fenomeno dell’antimafia. Non era la prima volta che i due studiosi portavano avanti simili ricerche in Sicilia.  Vent’anni prima, nel 1976, era stato pubblicato negli Stati Uniti una loro ricerca dal titolo Culture and Political Economy in Western Sicily1. Già allora la mafia non era, secondo gli Schneider, una legge universale della storia siciliana, sempre uguale a sé stessa, sempre identica e immutabile, dove, secondo la famosa sentenza dei Gattopardo, tutto cambia per non cambiare niente; al contrario mafia voleva dire cose diverse; significava cambiamento, trasformazione, mercati, evoluzione e, possibilmente, estinzione.

  • 2 J. Schneider e P. Schneider, Reversible Destiny: Mafia, Antimafia and the Struggle for Palermo, Be 

Date queste premesse non sorprendeva, per chi si non si accontentava di pensare la mafia secondo luoghi comuni e stereotipi, il titolo posto dagli Schneider alla loro ricerca: Reversible Destiny: Mafia, Antimafia and the Struggle for Palermo. La mafia non era una fatalità cinica e immutabile della Sicilia e dei siciliani, o di Palermo e dei palermitani, bensì aveva un destino reversibile, poteva fermarsi, tornare indietro e scomparire. A questa convinzione i due studiosi arrivavano percorrendo in lungo e largo la città. Intervistavano attori privilegiati: politici, giornalisti, professionisti, studiosi e, soprattutto, un vasto mondo di volontari impegnati nei quartieri difficili della città.

 Ibidem

In conclusione – scrivevano gli Scheneider – non ci illudiamo credendo che il percorso dell’antimafia sia lineare e continuo . Ciò nonostante rimaniamo convinti che gli eventi degli anni Ottanta e Novanta abbiano reso possibile una riduzione della corruzione e dell’attività predatoria della mafia. Al momento non esiste veramente la prova che la mafia più virulenta si sia ricostituita e, per la prima volta nella storia, capita il contrario, sembra che la polizia e la magistratura le abbiano frapposto ostacoli considerevoli, sufficienti perché questo non succeda. Forse è ancora più decisivo che lo sviluppo dell’antimafia abbia cambiato il modo di parlare della mafia, criminalizzando un fenomeno un tempo tollerato, quando non rispettato e sostenuto.

  • 4 Cfr. S. Lupo, Antipartiti: il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seco (…)

Quelli erano anni di profonda trasformazione non solo della città e dell’antimafia, ma anche della Sicilia e di tutta l’Italia. Il cambiamento del destino di Palermo era legato al nome di Leoluca Orlando.

All’età di settant’anni Orlando, nelle elezioni comunali di Palermo del 2017 veniva per la quinta volta, dal 1985, riconfermato sindaco; guidava una lista senza appartenenza di partito: «Il mio partito è Palermo – dichiarava – del resto non mi interesso». Un partito personale molto solido, che da più di trent’anni gli garantiva più di 150mila voti in città. Orlando batteva al primo turno non soltanto il suo precedente avversario delle elezioni del 2012, cioè Fabrizio Ferrandelli, a capo di una coalizione chiamata I Coraggiosi che andava da Forza Italia a vari partiti di centro-sinistra, ma anche il candidato del Movimento 5 Stelle il partito più forte in Sicilia e in Italia, Ugo Forello che era stato anche presidente della famosissima associazione antiracket «Addiopizzo». La campagna elettorale non aveva i temi dell’antimafia, perché tutti e tre i candidati avevano una lunga militanza di lotta alla mafia, ma quelli dei limiti o gli obiettivi dell’amministrazione comunale. Quasi che Palermo fosse una città come tante altre.

Il 25 febbraio del 2017, intervistato da Radio radicale, Orlando spiegava non solo che Palermo non era più capitale della mafia ma che essa, se esisteva, era un’altra cosa. Ormai si era in presenza, a suo parere, di tre tipi di mafia: quella finanziaria «fatta di soggetti in giacca e cravatta che parlano molte lingue che cercano di vivere con i proventi che hanno accumulato facendo da professionisti i prestanome dei boss mafiosi e magari le ville le comprano a Parigi piuttosto che a Saint Moritz»; poi la mafia camorrizzata: «che sostanzialmente è fatta da gruppi che un tempo controllavano un territorio mentre ora tendono a diventare bande criminali senza confini»; infine c’era la mafia ‘ndranghetizzata: «formata da vincoli di sangue che adesso vengono beccati per appalti da 50mila euro».

E se la mafia era ormai un’altra cosa, un’altra storia che poco o niente aveva a che vedere con Palermo, lo stesso ragionamento andava esteso all’antimafia che ormai non aveva più nulla da dire, sosteneva sempre Orlando.

 

Quando certi protagonisti dell’antimafia – diceva sempre nella stessa intervista – vengono raggiunti da qualche comunicazione giudiziaria qualcuno mi chiede sempre «ma non sei stupito?». La mia risposta è: meno uno, piano piano ce ne stiamo liberando. Negli anni Settanta e Ottanta erano tempi dove, per così dire, controvoglia si diventava professionisti dell’antimafia. Dopo le stragi del ‘92 e del ‘93 non abbiamo più bisogno di rappresentanti dell’antimafia. Abbiamo bisogno che chiunque, che nel proprio condominio, viva un impegno di legalità contro la mafia senza ricorrere ai cosiddetti professionisti.6

In sintesi è lo stesso Orlando che “boccia” l’antimafia e l’uso della parola mafia su tutto quello che è siciliano per avere qualche vantaggio Esaurita, l’antimafia  come risorsa politica, relegata ai capi condomini, faccendieri e arrivisti egoici. l’antimafia finiva per avere lo stesso destino della mafia:  Reversible Destiny scrivono questi attenti giornalisti esteri

 

 Cenni di storia sull’antimafia di convenienza e speculativa

La guerra democristiana e la mafia. Le carriere dei vecchi politici

Questa guerra che sa di  passato mafio-politico era iniziata nei primi anni Ottanta all’interno della stessa Democrazia cristiana, dopo l’assassinio a Palermo del presidente della Regione Piersanti Matterella e del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.

Episodi che chiudevano il rapporto tra il partito e la mafia con l’emarginazione del suo uomo politico più chiacchierato: l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, vero e proprio padrino mafioso. Originario di Corleone, amico dei compaesani e sanguinari boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, politico di lungo corso, prima uomo del gruppo dirigente legato al segretario Amintore Fanfani e poi passato al gruppo di Giulio Andreotti9. Il discorso sull’antimafia portava a far esplodere un profondo conflitto tra le correnti del partito, specie tra la destra legata ad Giulio Andreotti e la sinistra. Significativa era stata a tal proposito, la decisione di un altro discusso leader democristiano, Salvo Lima, anche lui ex sindaco, fanfaniano e poi andreottiano, di candidarsi nel 1979 al parlamento europeo, con il singolare slogan «Un amico a Strasburgo» che gli consegnò più di 300mila preferenze, per portarsi dietro le quinte del palcoscenico politico. La decisione sanciva anche il distacco tra lui e Ciancimino e il definitivo isolamento dell’ex amico. La decisione di Lima avveniva anche a seguito dell’assassinio mafioso, nel marzo del 1979, del suo braccio destro Michele Reina, segretario provinciale del partito e uomo che aveva auspicato un’apertura, a livello regionale e amministrativo, verso il Pci.

  • Nell’agosto del 1980 a Castelvetrano, viene ucciso il sindaco Vito Lipari, leader democristiano in ascesa e amico della famiglia Salvo di Salemi. Ancora oggi,  molti punti rimangono oscuri sul perchè Lipari fu ucciso. Non è  mai stato chiaro il movente.
  • Dall’uccisione di Piersanti Mattarella diversi democristiani rimasero  vittime di attentati mafiosi .Perchè ? Perchè vengono uccisi diversi politici della Dc proprio in quegli anni? 

Nel 1982 ad Agrigento si teneva uno dei rarissimi congressi regionali della Dc, la spinta a questo appuntamento era voluta dal nuovo segretario nazionale del partito Ciriaco De Mita e aveva come obiettivo di cambiare il partito ed isolare i suoi elementi più compromessi con il passato. Il nuovo gruppo dirigente del partito, con Sergio Mattarella , (figlio dell’ex ministro democristiano Bernardo) Calogero Mannino e Rosario Nicoletti, non solò riusciva a ridimensionare il ruolo di Lima, ma escludeva Ciancimino dagli organi dirigenti della Dc; tre anni dopo, nel 1985, Ciancimino veniva arrestato con l’accusa di associazione mafiosa.

Nessuno, neanche Lima, al congresso della Dc, volle i voti di Vito Ciancimino, eppure egli offriva ben 45mila voti, un 3,7 per cento che avrebbe potuto rivelarsi l’ago della bilancia in un’assise nella quale il partito siciliano, sei mesi dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cercava di cambiar volto. Alla fine nella Dc dell’isola vinse il rinnovamento. Giuseppe Campione, area Zaccagnini, veniva eletto alla segreteria regionale, un volto nuovo che apriva la strada a inedite esperienze politiche locali, tra le quali la più importante era quella di Palermo. Così dalla metà degli anni Ottanta cresceva l’esperienza politica della «primavera di Palermo». Il partito affidava al giovane consigliere comunale Orlando l’esigenza di rinnovamento nominandolo sindaco nel 1985 e giovandosi anche dell’appoggio esterno del Pci, partito che solo all’inizio del 1989 entrava a far parte della maggioranza.

Orlando aveva un retroterra culturale e sociale di tutto rispetto: figlio di un famoso avvocato che era anche un grande latifondista e notabile democristiano, docente universitario, come lo era suo padre, da giovanissimo aveva già ricoperto rilevanti incarichi di partito presso la segreteria di Piersanti Mattarella e poi a fianco del fratello Sergio. Questo astro nascente della sinistra Dc veniva scelto come sindaco per tentare di continuare l’opera di rinnovamento del partito e dell’amministrazione comunale già avviata dai suoi predecessori, provenienti dalle correnti avverse fanfaniane e andreottiane, come Elda Pucci e Giuseppe Insalaco.

Il 16 ottobre del 1984 all’ex sindaco Insalaco rubavano e bruciavano l’automobile sotto casa in pieno mezzogiorno, gli fu chiesto chi potesse minacciarlo ed «avvertirlo» con quel classico sistema mafioso:

 

Non lo so con esattezza – rispose. Capisco, comunque, d’aver dato fastidio bloccando alcuni pagamenti per gli appalti pubblici di manutenzione di luce, strade e fogne; di aver dato fastidio volendo introdurre per questi appalti il principio della licitazione privata; di aver dato fastidio per aver cercato di rompere incrostazioni negli uffici comunali, di mettere ordine nell’organizzazione dei mercati.

  • 15 Si veda la ricostruzione di B. Stancanelli, La città marcia: racconto siciliano di potere e di maf ia

Era stato proprio l’ex sindaco a spedire alla procura della Repubblica dei voluminosi dossier sugli appalti a Palermo, specialmente su due affari che avevano condizionato pesantemente la vita amministrativa della città dagli inizi degli anni Ottanta, da quando cioè sono scaduti i contratti che legavano il Comune all’ Icem (la società che ha gestito per 14 anni la manutenzione dell’illuminazione pubblica) e alla Lesca (strade e fognature). Insalaco non si limitò a chiamare in causa la procura della Repubblica ma denunciò tutto all’alto commissario antimafia De Francesco, al ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro e alla Commissione antimafia, parlando del ruolo «inquinante» avuto da Vito Ciancimino, delle pressioni per rinnovare l’affidamento dei due servizi e della ricorrente pratica delle tangenti.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 26 gennaio 1987, con il titolo Contro la mafia, in nome della legge era Leonardo Sciascia a ricordare che «il Comune di Palermo si è costituito per la prima volta parte civile, in un processo di mafia, nell’ottobre del 1983, sindaco Elda Pucci». Primario di pediatria presso l’università di Palermo, prima donna a presiedere l’ordine dei medici siciliani, democristiana dell’area di Fanfani, veniva eletta sindaco nei drammatici primi anni Ottanta. Nell’aprile del 1985 la sua casa di campagna veniva fatta esplodere dalla mafia con una potentissima carica di tritolo.

  •  G. Cesara, È stato un avvertimento alla Sicilia onesta, «La Repubblica», 23/04/1985.

Io comunque non mi lascio intimidire – dichiarava la Pucci ai giornali – il comitato di affari ha colpito ancora, informandomi che rappresento un serio ostacolo ai loro giochi poco puliti. Non mi vogliono più a Palazzo delle Aquile (sede del comune di Palermo, ndr), ma non sanno che questi fatti terrificanti non servono né ad isolare né a disgregare. Anzi, hanno l’effetto contrario e dimostrano che in Sicilia c’è chi nonostante tutto sta combattendo una nuova battaglia di resistenza per liberare l’isola da presenze condizionanti ed eversive.

 

  • 18 A. Bolzoni, Scoppia a Palermo il caso Elda Pucci, «La Repubblica», 15/07/1985.

E Sergio Mattarella commentava: «È più che un avvertimento. È un gravissimo gesto di intimidazione politica»

 Molti mettevano in relazione l’attentato alla dura lotta portata avanti dalla Pucci contro Ciancimino e la scelta di denunciare, anche lei come Insalaco, alla magistratura il sistema di appalti comunali gestiti dalla ditta Cassino e da altre, tutte ruotanti intorno all’ex sindaco Ciancimino. Alla elezioni comunali del 1985, la Puccio pur ricevendo decine di migliaia di voti, non veniva scelta come sindaco dal suo partito. A Roma e a Palermo, il suo partito e i suoi alleati, specie il partito socialista, preferivano la candidatura di altri due giovani esponenti dell’area della sinistra della Dc: Vito Riggio e Leoluca Orlando18.

  •  A. Mastropaolo, Machine politics e dinamiche plebiscitarie a Palermo: epilogo di una rivolta falli
  • 20 La biografia di Orlando è di M. CiminoM. Perriera, Orlando: intervista al sindaco di Palermo
  • La scelta, per il ritiro di Riggio, cadde su Orlando il quale per i primi anni guidava un’amministrazione che rispecchiava le alleanze nazionali, chiamate «pentapartito», cioè: Democrazia cristiana, partito socialista, partito socialdemocratico, partito liberale e partito repubblicano. L’anno di svolta dell’esperienza Orlando era il 1987, quando il partito socialista decideva di sfidare questa alleanza, tanto a livello centrale che locale. Le vicende della successiva sindacatura Orlando si inserivano, quindi, in un quadro politico più complesso. Partita come frutto periferico della ricerca di un nuovo compromesso storico voluto da De Mita, in chiave critica nei confronti dell’alleato partito socialista, la giunta di Palermo si trasformava infatti in un caso nazionale di formula politica alternativa, la «giunta anomala». Dal 1988 Orlando andava oltre tutti i suoi predecessori, grazie a continue denunce e prese di posizione contro la mafia, acquistava una grande popolarità in tutta Italia.Inizia l’era dell’antimafia politica

continua

 

il circolaccio

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