IL GIORNALISTA, ATTILIO BOLZONI, ospite ieri sera a Rai news 24 era stato DAVANTI A ROSY BINDI, IL 2 FEBBRAIO, 2016 . Successivamente il 22 OTTOBRE 2019, SEMPRE DAVANTI LA COMMISSIONE ANTIMAFIA dice molte verità inquietanti
Vi proponiamo stralci del suo intervento
Le affermazioni di Bolzoni e il servizio di Rai news pesa molto su ciò che è stato il ruolo dell’antimafia di sistema nel contrasto alla mafia. Una vera logica di potere per distruggere gli avversari. “Si ti vonnu futtiri ti futtinu” con la complicità di forze dell’ordine , magistrati e giornalisti. tanto a dire che sei mafioso che ci vuole. Grave ciò che afferma Bolzoni e altri giornalisti NISSENI CHE CONOSCEVANO BENE MONTANTE.

Pezzi dello Stato che cercano la verità e contrastano la mafia davvero e altri ,che giocano a “futti cumpagnu”.
Meglio scappare dalla Sicilia fino a quando non si smetterà di fare confusione e arrestare i veri colpevoli mafiosi. A chi giova tutto questo? Se avete pazienza leggete la relazione a seguire

Il video è quello della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, presso l’Aula del V piano di Palazzo San Macuto, e riprende l’audizione del giornalista Attilio Bolzoni.

qualche anno prima… con Rosy Bindi

Questo è il resoconto stenografico, dagli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere del 2 febbraio 2016. A parlare è sempre il giornalista Bolzoni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del dottor Attilio Bolzoni, giornalista del quotidiano La Repubblica. L’audizione rientra nel filone d’inchiesta che la Commissione ha inteso aprire sul movimento civile dell’antimafia per approfondirne i tratti caratteristici, per individuarne i limiti e le contraddizioni evidenziati anche dai recenti fatti di cronaca, ma soprattutto per rilanciarne il significato e l’attività.
In tale ottica si colloca l’audizione odierna del dottor Bolzoni, che tra i primi – forse per primo – si è occupato con le sue inchieste giornalistiche del tema che affrontiamo oggi, soprattutto per quanto riguarda il caso Sicilia.
Ricordo che la seduta si svolge nelle forme dell’audizione libera e che, ove necessario, i lavori potranno proseguire in forma segreta.
Do la parola al dottor Bolzoni, ringraziandolo per la sua presenza. Farà un’introduzione, cui poi seguiranno, come al solito, le nostre domande. Prego.

ATTILIO BOLZONI. Buonasera. Grazie. Innanzitutto vorrei fare una brevissima premessa per inquadrare la questione dell’antimafia dei nostri giorni.
Secondo me, è necessario distinguere con molta responsabilità – altrimenti rischiamo di fare confusione e alla fine di non riuscire a comprendere il fenomeno – la mafia che si traveste da antimafia o fenomeni criminali vicini ad ambienti mafiosi che si sono infiltrati negli ultimi anni nel mondo del movimento antimafia, dalle degenerazioni, dagli smarrimenti e dalle inadeguatezze del movimento antimafia storico. Si tratta di due livelli profondamente diversi. Se si fa confusione, questo mondo entra in corto circuito. Si tratta di due fenomeni diversi anche se in qualche vicenda si possono rintracciare punti di contatto. Questo, secondo me, è il punto dal quale dobbiamo partire se vogliamo fare un’analisi seria e non strumentale della questione che stiamo affrontando.
Per più di trent’anni mi sono occupato di mafia, soprattutto di mafia siciliana, ma a un certo punto ho capito che era l’ora di occuparmi anche di antimafia. È stato circa dieci anni fa, esattamente nel 2005, quando una mattina mi sono svegliato a Palermo e ho visto tutti i muri della città tappezzati da manifesti con una grande scritta nera e la faccia del governatore Totò Cuffaro. La scritta diceva: «La mafia fa schifo». In quel momento Cuffaro era sotto inchiesta per concorso esterno mafioso, ipotesi di reato che è poi stata trasformata in favoreggiamento alla mafia. Come sappiamo, l’ex senatore è stato poi condannato, ha scontato Pag. 4la sua pena e qualche settimana fa è tornato un uomo libero.
In quegli stessi anni, fra il 2005 e il 2007, ho assistito come cronista a processi contro mafiosi di Palermo che in aula gridavano «La mafia fa schifo» mentre venivano condannati a sette, otto, nove o dieci anni per associazione mafiosa.
Ho così capito che quello slogan, «La mafia fa schifo», era una battuta che piaceva tanto anche ai mafiosi. Erano finiti i tempi in cui quella parola, «mafia», a Palermo e in Sicilia non si pronunciava mai. Al contrario, gli uomini d’onore di cosa nostra esibivano pubblicamente la loro antimafiosità. Provavano già allora a infiltrarsi nelle associazioni antiracket, organizzavano convegni e a volte erano i primi a sponsorizzare manifestazioni contro cosa nostra.
A Villabate in quegli anni gli amici di Bernardo Provenzano premiarono, autorizzati dalla famiglia naturalmente, Raoul Bova per una sua fiction, Ultimo, il carabiniere che catturò Riina. A Palermo i capi di Sicindustria del tempo tuonavano pubblicamente contro i boss, ma erano in segreto i loro soci. Ad Altofonte un uomo d’onore molto importante aveva allestito anche una mostra di pittura dedicata a Falcone e Borsellino.
Si sa che la mafia cambia sempre, ma sempre rimanendo se stessa, e che è sempre stata pronta a ogni mutazione sociale. Cambia pelle, cambia vestito, si nasconde. Già dieci anni fa la mafia cominciava a nascondersi dietro gli slogan dei propri nemici. Già dieci anni fa la mafia aveva scoperto il valore dell’antimafia. L’antimafia era diventata già dieci anni fa un capitale per cosa nostra.
In Sicilia era nata una nuova figura già nel 2005: il mafioso antimafioso, il massimo della raffinatezza del pensiero mafioso. Ho seguito queste tracce seminando dubbi e interrogativi in qualche articolo su La Repubblica e in qualche pagina dei miei libri fin dal 2008. Poi mi sono concentrato sulla più grande impostura andata in scena in Sicilia nell’ultimo quarto di secolo: l’impostura di Confindustria siciliana.
Esattamente un anno fa ho scoperto, per esempio, che esisteva una zona franca della legalità in cui evidentemente ci sono gli abitanti più buoni e più onesti d’Italia, che hanno fortemente voluto un governatore condannato per mafia e un imprenditore che sarebbe stato qualche mese dopo indagato per mafia. La prima zona franca della legalità è nella mia città d’origine, a Caltanissetta, al centro della Sicilia. È la città dove è iniziata l’ascesa del cavaliere Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, presidente della locale camera di commercio, presidente di tutte le camere di commercio dell’isola, consigliere per la Banca d’Italia, delegato nazionale di Confindustria con delega alla legalità e designato anche un anno fa dal Ministro dell’interno Alfano membro dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Questa è l’unica carica dalla quale si è al momento autosospeso per un’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa.
In questi dieci anni in Sicilia, in nome di un’assai incerta antimafia – a mio parere – si è instaurata una sorta di dittatura degli affari, un califfato che si estende in tutta la Sicilia, ma che è nato lì, a Caltanissetta, dove commistioni e, in alcuni casi, connivenze fra imprese e politica, imprese e stampa, imprese e forze di polizia, imprese e servizi di sicurezza, imprese e magistratura hanno ammorbato l’aria e fatto calare una cappa irrespirabile prima sulla città e poi su tutta l’isola.
Questa è la storia degli ultimi dieci anni, durante i quali in Sicilia ogni affare e ogni sopruso si è consumato intorno a due parole magiche, «legalità» e «antimafia», una legalità costruita a tavolino e un’antimafia che ha coperto operazioni politiche opache e favorito solo gruppi di interesse.
Dopo la stagione iniziata con la rivolta degli imprenditori del 2007 contro il racket, un’esperienza che personalmente ho seguito all’inizio con interesse e senza alcun pregiudizio perché pensavo che potesse portare a una svolta significativa, il trasformismo ha snaturato l’iniziale esperienza e una consorteria si è impadronita Pag. 5di tutto in Sicilia. Quel gruppo di imprenditori in nome dell’antimafia ha occupato – non ci sono precedenti in Sicilia dal secondo dopoguerra – ogni carica pubblica disponibile e ogni poltrona di sottogoverno disponibile. In nome dell’antimafia la Confindustria siciliana di Montante è diventata l’unico partito che nel Governo regionale siede ininterrottamente da sette anni, prima con Lombardo e Crocetta, con un proprio rappresentante. Ancora oggi, con Montante sotto indagine per concorso esterno, c’è un suo rappresentante.
Nelle sue molteplici vesti istituzionali Montante ha spesso offerto un sostegno a mezzi di informazione e a singoli giornalisti. Questa Commissione qualche mese fa ha ultimato una relazione molto interessante sulla stampa siciliana e le sue contiguità. A mio avviso, sarebbe opportuno aggiornare lo studio e l’analisi sull’informazione siciliana e i nuovi gruppi di potere dell’isola. Ho la sensazione che rispetto al passato non si siano fatti grandi passi in avanti.
Vi voglio fornire altri due elementi di riflessione. In questi ultimi dieci anni – ritengo che questo sia un dato agli atti dell’inchiesta giudiziaria sul cavaliere Montante – Confindustria siciliana, al di là dei proclami, dei protocolli di sicurezza e delle parate, non ha espulso un solo imprenditore accusato per reati di mafia. Non risulta agli atti dell’inchiesta giudiziaria che un solo imprenditore sia stato espulso per mafia dal 2005 ad oggi.
La seconda riflessione riguarda il famoso codice etico adottato da Confindustria in Sicilia e in tutt’Italia. I primi ad averlo violato sono gli stessi rappresentanti di Confindustria che l’hanno proposto. Il codice etico prevedeva, per esempio, dimissioni in caso di indagini a carico dei propri iscritti. Ci sono rappresentanti di Confindustria indagati per mafia in Sicilia, altri a processo per truffa, altri ancora rinviati a giudizio e poi condannati per aver pilotato appalti. Tutti, proprio tutti, sono ancora nel governo di Confindustria Sicilia, quella dei codici etici, delle regole e dei proclami solenni.
Dopo lo scandalo del vicepresidente nazionale Antonello Montante con delega alla legalità e la vergogna di quel Roberto Helg che faceva estorsioni da 100.000 euro – è stato condannato qualche mese fa – altre indagini hanno scoperto il doppio gioco di una cordata di imprenditori che a parole combatte la lotta legalitaria – è un’espressione coniata da loro; io non l’userei mai; parlano sempre di «lotta legalitaria» – ma che nei fatti si sta rivelando un gruppo di interesse che ha goduto scandalosamente anche di protezioni governative.
Ci sono indagini con provvedimenti giudiziari aggressivi per combine in appalti ANAS contro l’imprenditore Mimmo Costanzo, del gruppo Tecnis, imprenditore che faceva della legalità il suo fiore all’occhiello, a Catania. Ci sono indagini a Palermo sul presidente della Rete ferroviaria italiana Lo Bosco, anche lui arrestato, su un giro di tangenti e appalti. Lo Bosco è molto vicino a Montante e al Ministro dell’interno Alfano, lo stesso Ministro che aveva designato un anno fa Montante all’Agenzia dei beni confiscati.
Le inchieste giudiziarie stanno sommergendo di sospetti questa cordata, che a me sembra più opportuno chiamare rete. Loro sono sempre lì, al loro posto. Parlano di macchinazioni e di mandanti occulti, si autoassolvono e continuano a esibirsi come campioni di un’antimafia che ormai gode di una pessima reputazione. Comunque è un sistema che si è sgretolato o si sta sgretolando.
Ci sono imprenditori come Marco Venturi, presidente di Confindustria Centro Sicilia, che la scorsa estate, per paura credo – «Temo per la mia vita e per quella della mia famiglia» mi ha detto e poi si è rivolto ai magistrati – hanno deciso di raccontare cos’è il sistema Montante. Con Venturi c’è anche Alfonso Cicero, l’ex presidente dell’IRSAP, l’ente che gestisce tutti gli undici consorzi industriali della Sicilia. Consorzi industriali… affari. Credo proprio che su questo fronte ci saranno delle grandi sorprese.
Nonostante le indagini della magistratura a carico di Montante – i pubblici Pag. 6ministeri di Caltanissetta ipotizzano un rapporto continuativo con la cosa nostra siciliana dal 1990 ad oggi; stiamo parlando di ventisei anni – il presidente di Confindustria Squinzi continua a difendere Montante e lo lascia al suo posto, vicepresidente di Confindustria con delega alla legalità.
Montante è anche presidente delle camere di commercio siciliane. Non una sola presa di posizione, se non a suo favore, è arrivata in questi dodici mesi da parte di Ivan Lo Bello, presidente di Unioncamere nazionale, un altro degli imprenditori che nel 2007 erano stati promotori della cosiddetta rivolta siciliana. Unioncamere organizza convegni sulla legalità e firma protocolli di legalità in altre regioni italiane con associazioni antimafia, mentre pubblicamente non spende una sola parola sul caso siciliano.
Qui veniamo al mondo associativo e all’antimafia sociale. Da quando esiste l’antimafia moderna, ossia da circa una trentina d’anni, subito dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre 1982, l’antimafia non è mai stata così ubbidiente, cerimoniosa e attratta dal potere. Sopravvive fra liturgie e litanie e soprattutto grazie a un fiume di denaro. Tutto ciò che conquista lo status di antimafia certificata si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in contributi per vivere la neve – tra le varie cose che ho trovato c’è anche una sciata antimafia a Folgaria, mi pare; non mi ricordo a quante decine di migliaia di euro ammonti il contributo – in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio.
Si tratta di un’antimafia sottomessa alle concessioni dei PON, i Programmi Operativi Nazionali di sicurezza del Ministero dell’interno. Questi PON, secondo me, necessitano di una verifica, di un monitoraggio sui soldi che vengono spesi e su quelli che non vengono spesi e tornano in Europa. Si tratta di cifre considerevoli, che non sempre prendono, secondo me, strade virtuose.
Si tratta di un’antimafia sottomessa alla benevolenza di funzionari del Ministero dell’istruzione, che, senza bando pubblico, per anni hanno distribuito milioni e forse anche decine di milioni a scuola e che poi smistavano quelle somme ad associazioni sul territorio sulla base di legami e patti.
La conservazione o l’estinzione di un’associazione antimafia, di un circolo intitolato a un poliziotto ucciso o a un bambino vittima del crimine, di uno sportello in chiusura o un osservatorio sui casalesi o i corleonesi, di un museo della ’ndrangheta è sempre appeso a un filo o a un canale economico. Così l’antimafia è diventata docile e addomesticata. Il patto non scritto è sempre: non disturbare mai il potente del momento e prendere i soldi.
Si tratta di un’antimafia ferma, in posa perenne, conformista, sempre pronta con la retorica a ricordare e a santificare i suoi eroi, ma soprattutto a non restare con le tasche vuote.
Si tratta di un’antimafia che è diventata consociativa. Non ci sono più zone franche nell’antimafia. Nelle piccole associazioni sparse in ogni angolo d’Italia e anche nelle associazioni più grandi e più rispettabili negli ultimi anni c’è stata una mutazione del dna. Alla denuncia si è preferito l’assalto agli incarichi e alle consulenze. L’associazione antimafia a volte è diventata un trampolino di lancio per carriere politiche.
Anche qui bisogna distinguere per non confondere, bisogna procedere passo dopo passo senza generalizzare, ma credo sia abbastanza evidente, almeno a mio parere, che l’antimafia abbia perduto il suo spirito originario. Molte associazioni non rappresentano più un’altra voce. È proprio in questo momento che qui in Italia si sente il bisogno di un’altra voce più che mai. C’è un’incapacità di intercettare o interpretare le trasformazioni criminali che sono in atto nel nostro Paese da parte delle associazioni antimafia.
Su mafia capitale ci sono associazioni antimafia che hanno balbettato, salvo poi costituirsi parte civile al processo. Questo è un altro capitolo dell’antimafia contemporanea: ci sono decine, anzi centinaia di Pag. 7associazioni che chiedono di costituirsi parte civile in ogni processo di mafia, di ’ndrangheta o di camorra. Io credo sia giusto che venga posto un limite. Ha senso che un’associazione si costituisca parte civile in un processo se quel processo ha contribuito a costruirlo con denunce, attraverso il lavoro dei suoi rappresentanti, accompagnando il percorso di imprenditori taglieggiati o collaboratori di giustizia. Altrimenti tutto diventa un baraccone.
Anche la stampa ha le sue colpe. Comincio da me, che è meglio. Quanti mostri dell’antimafia abbiamo creato in questi anni, quanti casi scomodi abbiamo scansato per non andare controcorrente, quante inchieste giudiziarie che non stavano in piedi abbiamo ignorato per quieto vivere e qualche volta anche per paura ? Non vi nascondo che in questi ultimi dodici mesi, da quando ho cominciato a occuparmi di quest’antimafia, ho avuto una vita complicata come non l’avevo da una trentina d’anni, quando mi occupavo di mafia a Palermo durante la stagione dei cadaveri eccellenti, nei primi anni Ottanta.
Concludo. La retorica dell’antimafia non serve più. La retorica distorce i fatti e li sotterra.

PRESIDENTE. Grazie per quello che non si può definire un intervento reticente, se posso usare questo termine.

ATTILIO BOLZONI. Trattandosi di una Commissione parlamentare, ho il dovere di dire la verità.

PRESIDENTE. Essendo una Commissione parlamentare, sarebbe stato abbastanza singolare se ci avesse detto meno di quello che ha scritto in questi mesi, oltre che magari in questi anni. Naturalmente, ci sono alcune affermazioni che riguardano persone o altro che la nostra Commissione è abituata a non lasciare a verbale senza approfondire. Credo che questo sia il nostro compito. Se qualche volta è successo, è perché ci è sfuggito, ma non certo per la volontà.
Pertanto, credo che quest’audizione ci darà lavoro. Non abbiamo dubbi. D’altra parte, l’abbiamo invitata per questo. Sapevamo che questa era un’audizione dalla quale avremmo ricavato piste di lavoro. Credo che da questo punto di vista anche immediatamente, senza ulteriori approfondimenti, ne abbiamo già individuate alcune.
Passiamo alle domande e agli approfondimenti con l’audito. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

FRANCO MIRABELLI. Grazie, presidente. È evidente che molte delle cose che ha detto Bolzoni andranno approfondite. Alcune le sta approfondendo la magistratura. Mi pare che abbia fatto riferimento a diverse inchieste.
La prima domanda che mi viene – so che è superficiale, dopo questa illustrazione – è se esista l’antimafia. È evidente che questa illustrazione, almeno per quello che riguarda la Sicilia, descrive una situazione in cui l’antimafia con un compito reale di lotta alla criminalità organizzata avrebbe – o ha – lasciato il campo soltanto a opportunismi e a un utilizzo improprio dell’antimafia.
È una domanda seria perché il quadro che lei ci ha fatto è oggettivamente questo. Io non penso che sia esattamente così e credo che neanche lei pensi che sia esattamente così. È giusto, abbiamo chiesto a tutti i nostri interlocutori in quest’inchiesta di capire e segnalare l’uso improprio che si è fatto dell’antimafia, sapendo che l’antimafia è diventata mezzo anche di penetrazione per la mafia e scelta per autopromuovere pezzi di politica.
Tuttavia, l’antimafia è stata anche qualcosa di vero anche in Sicilia. Non penso che lei voglia demolire definitivamente esperienze importanti come quella dell’antiracket e come quella anche del momento in cui Confindustria siciliana ha scelto di mettersi in campo contro le mafie. Quelli sono due pezzi importanti della storia, che non credo vadano abbandonati.
Io credo – e su questo vorrei il suo contributo – che ci sia un problema, che abbiamo già verificato in altre audizioni. Il tema è che probabilmente c’è bisogno di Pag. 8ripensare che cos’è oggi il movimento antimafia e che cosa deve essere soprattutto, non solo cos’è.
Molte delle cose che ci ha detto comprendono anche molte cose positive, ma è evidente che il movimento antimafia nato dopo l’omicidio Dalla Chiesa e le stragi, che in quel momento ha avuto il massimo di forza, etica valoriale e mobilitazione, oggi un po’ si è perso. Di fronte a una criminalità organizzata che, sia al nord, sia al sud, predilige all’azione militare l’intervento sull’economia e la penetrazione economica, la percezione dell’opinione pubblica della presenza e della pericolosità della criminalità organizzata si è molto abbassata. Di fronte a tutto questo non siamo più in presenza di un movimento di massa, ragion per cui forse c’è bisogno di ripensare gli obiettivi.
In merito le chiedevo un contributo, stante il fatto che su alcune delle questioni che lei ha riferito ci possono essere opinioni diverse. Su molte di quelle questioni sarà poi la magistratura a dirci che cosa è vero e che cosa è falso. Se posso permettermi, su alcune cose l’ho trovata un po’ tranchant, proprio perché credo che alcune di quelle esperienze siano nate in maniera molto positiva, sull’onda di quel movimento antimafia serio. Credo che questa sia una riflessione da fare.

PRESIDENTE. Preferisce rispondere domanda per domanda ? Non siamo tantissimi.

ATTILIO BOLZONI. Penso nella mia breve relazione di aver sottolineato, quando è nato quel movimento, di averlo guardato con estremo interesse. Mi sembrava una cosa importante, che poteva segnare una svolta in Sicilia. L’ho guardato, quindi, senza alcun pregiudizio. Ho fatto esempi precisi. Per esempio, non ho parlato dell’antimafia giudiziaria o poliziesca, che in Sicilia funziona perfettamente. Per la prima volta nella storia d’Italia dopo le stragi, la repressione poliziesca…

FRANCO MIRABELLI. Scusi, stavo parlando dell’antimafia sociale. Sull’azione della magistratura e della polizia non c’è dubbio. Tuttavia, che non esista più l’antimafia sociale…

PRESIDENTE. Abbiamo avuto qualche problemino anche noi.

FRANCO MIRABELLI. Va bene, sì.

ATTILIO BOLZONI. Volevo completare il discorso. Studiando un po’ la storia delle mafie e soprattutto di cosa nostra, ho visto che solo dopo le stragi abbiamo avuto una repressione continua e non a corrente alternata su questo fronte. Ho letto qualche giorno fa l’audizione del professor Lupo, il quale diceva delle cose estremamente interessanti.
Forse, però, occorre aggiungere qualcosa. Lui dice che lo Stato ha vinto sul fronte della repressione con quella mafia. Lo Stato ha vinto per una semplice ragione: perché, mentre stiamo parlando ogni settimana – basta leggere i giornali – c’è una macchina investigativa, una macchina repressiva che continua a intervenire. C’è una rigenerazione nelle borgate di Palermo, di Catania, di Gela e nel trapanese che, se non ci fosse questa macchina imponente dello Stato – si tratta di un’antimafia giudiziaria e poliziesca che funziona, eccome se funziona – avverrebbe continuamente. Questa gente si rigenera continuamente. Mi riferivo nel mio intervento proprio a Confindustria Sicilia e a quell’esperienza, nata così bene e finita così male. Questa è la mia opinione.
Per quanto riguarda, per esempio, l’antimafia sociale, è nata in Sicilia trent’anni fa. L’antimafia è nata in Sicilia storicamente anche quando non si chiamava antimafia. Quando i contadini nel dopoguerra venivano uccisi nei campi mentre occupavano le terre, non si chiamava antimafia, ma era antimafia. È ovvio.
Nel linguaggio comune la parola «antimafia» è entrata nel 1963, con l’istituzione della Commissione parlamentare antimafia. L’antimafia moderna, come ho detto, è nata nel 1982 ed è nata a Palermo. I primi coordinamenti antimafia sono nati a Palermo dopo Dalla Chiesa, La Torre, Pag. 9Costa, Chinnici, Giuliano, dopo i carabinieri uccisi, i giornalisti uccisi, i sacerdoti uccisi. Mi riferivo solo alle cose che ho detto. Non volevo generalizzare.
L’antimafia sociale negli ultimi anni in Sicilia in generale, secondo me, non si è distinta né nel bene, né nel male. Proprio in Sicilia non si è distinta né nel bene, né nel male. Il fenomeno che ho attenzionato è quello di Confindustria siciliana, che, in nome di una presunta legalità, si è impadronita di un’isola.

FRANCESCO MOLINARI. Naturalmente la ringrazio perché continua a dimostrare quel coraggio che, come ci ha ricordato, le è riconosciuto per le battaglie che fece con i suoi articoli quando la mafia, quella militare, era veramente dominante in ampi settori certamente della Sicilia e non solo, una battaglia di coraggio che continua a dimostrare anche con questo tentativo di squarciare questo velo di ipocrisia che si è costruito intorno alla cosiddetta antimafia.
Credo che questa Commissione abbia avuto il coraggio di affrontare quest’argomento abbastanza scomodo e non facile, perché i confini in cui c’è il tentativo anche di delegittimazione di un determinata antimafia sono sempre in agguato. Credo anche, però, che il valore della trasparenza sia il valore in assoluto su cui si può costruire e che la democrazia ha come unico baluardo nei confronti dei poteri occulti che continuamente cercano di attaccarla da tutti i punti di vista.
La domanda che le faccio, al di là di queste chiacchiere, è nel mondo dell’informazione che tipo di rapporto ha lei e che scontri ha con chi, per esempio, su quest’antimafia si è costruito un nome e una rispettabilità e ha dimenticato il ruolo fondamentale, che è quello di essere continuamente lì a incalzare in continuazione il «potere» che cerca di occupare gli spazi che lasciano altri.
Mi interessa molto sapere che cosa ha vissuto lei in Sicilia, visto che è un campione di quella originaria, e come si è trovato a confrontarsi nel mondo dell’informazione in questo momento.

ATTILIO BOLZONI. Mi sono trovato abbastanza isolato, perché intorno a tutte queste vicende, se si esclude l’intervento di questa Commissione parlamentare nel marzo scorso, quando la presidente ha annunciato che la Commissione parlamentare antimafia avrebbe aperto un’indagine sull’antimafia – sembra paradossale, ma ci ritroviamo tutti qui un anno dopo – l’informazione sia locale, anzi soprattutto locale, sia nazionale… L’informazione nazionale è stata molto distratta per lungo tempo. L’informazione locale non posso definirla distratta perché ci sono anche delle indagini in corso su commistioni tra quel gruppo cui facevo riferimento e rappresentanti della stampa che hanno ricevuto contributi sostanziosi. Sono documenti ufficiali, quindi non svelo nulla di segreto.
Il dato più evidente è quello che hanno scritto nel corso di quest’anno: nulla. È molto interessante leggere alcuni giornali locali in Sicilia. Chi è allenato a leggere quei giornali sa che alcune volte sono pieni di notizie, ma non sono le notizie che ci sono, sono le notizie che non ci sono le più importanti. Se uno è allenato a decifrare un determinato linguaggio, riesce a capire che tipo di informazione si fa.
Per esempio, l’altro giorno c’è stata l’inaugurazione dell’anno giudiziario. La mattina presto leggo tutti i giornali locali siciliani e ho visto che ci sono dei giornali locali siciliani che non hanno dedicato uno spazio adeguato alla relazione del presidente della corte di appello di Caltanissetta che affrontava la vicenda che stiamo affrontando noi questa sera in quest’Aula. Non hanno riportato le notizie con il dovuto risalto, come sarebbe stato giusto. Questo è un esempio.

SALVATORE TORRISI. Do atto al dottor Bolzoni del rigore intellettuale, della forza e della novità delle argomentazioni messe in campo, che sono importanti per questa Commissione. Mi ponevo rispetto alle sue valutazioni, che rappresentano un punto importante, come ha segnalato il presidente, alcune riflessioni. Forse lei qualcosa l’ha già detto. Il rischio qual è ? Pag. 10È che attorno a questa polemica, o meglio a questi giusti rilievi sull’antimafia, il messaggio che passi è che, invece, sulla lotta alla mafia ci sia un arretramento.
Lei ha una valutazione sul fronte della lotta alla mafia nella sua interezza, anche attraverso gli organi di polizia giudiziaria cui faceva riferimento ? Ci sono passi in avanti ? Qual è la sua valutazione ? Noi abbiamo raccolto su questo punto le posizioni autorevoli del procuratore della Repubblica e del procuratore nazionale antimafia. Mi interessava capire da lei qual è il punto sul fronte della lotta alla mafia.
Sulla questione, invece, della crisi dell’antimafia – penso di un pezzo di antimafia – volevo capire una cosa. Lei ha segnalato alcune criticità, che riguardano soltanto alcuni punti. Volevo che ci desse anche una valutazione più generale sul fronte dell’antimafia e delle sue criticità. Ho apprezzato molto – non la conoscevo, ma leggo i suoi articoli con molto interesse – il suo rigore e, poiché la considero persona intellettualmente molto rigorosa e onestissima, così come lei ha illustrato i punti negativi dell’antimafia e le sue debolezze, le chiederei quali sono, invece, gli aspetti positivi dell’antimafia, soprattutto siciliana.
Sulle criticità che ha indicato mi chiedevo se, secondo lei, questa vicenda è stata organizzata. C’è stata proprio una strategia dell’infiltrazione ? Questo sarebbe di una gravità… ci metterebbe grandissima preoccupazione. Oppure si tratta di comportamenti dei singoli, che hanno occupato posizioni e poi da quelle posizioni hanno mantenuto i rapporti che avevano prima e hanno continuato a mantenerli ? Non ho nulla a che spartire con Confindustria Sicilia, ma, poiché lei parla di Confindustria Sicilia…

ATTILIO BOLZONI. Dei suoi vertici.

SALVATORE TORRISI. Lo dico proprio rispettando la sua onestà: forse dovremmo – lo dico anche per la mia professionalità – distinguere le responsabilità sul piano personale. Se facciamo di tutta l’erba un fascio, il rischio è che delegittimiamo interi settori, che tra l’altro sono settori importanti della nostra Sicilia. Se diciamo che tutta Confindustria ha partecipato a una strategia di questo tipo… Sono fuori da quel mondo, non ho alcun tipo di rapporto. Mi interessava capire. Probabilmente lei ha più elementi di noi, ma a me sembra che le responsabilità siano sempre personali.
Proprio seguendo il ragionamento che fa lei, che è molto rigoroso, volevo capire se, a suo giudizio, c’è un sistema, oppure se siamo in presenza di responsabilità personali che hanno avuto poi magari connivenze con i silenzi di altri imprenditori, considerato che non ci sono state prese di posizioni di differenziazione.
Probabilmente dovremmo fare anche una differenza tra chi, esponenti di queste realtà e di questi mondi che ha citato, è indagato per collusione con la mafia e chi, invece, è indagato per reati contro la pubblica amministrazione. Siamo in presenza di fatti molto diversi.
Grazie.

ATTILIO BOLZONI. Grazie a lei. Prima accennavo all’azione repressiva dello Stato dal 1992 a oggi come un unicum nella storia d’Italia. Non è mai accaduto che prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio lo Stato reagisse in maniera così decisa, forte e importante. Non ha mai smesso un secondo in ventiquattro anni, mai – si tratta di un risultato, secondo me, straordinario – e continua a non farlo. Ritengo che la macchina investigativa in Italia sia la migliore del mondo. Su questo fronte possiamo solo essere veramente molto contenti e soddisfatti.
Per quanto riguarda, invece, le indagini e le analisi sul fenomeno delle mafie negli ultimi anni – penso alle mafie non intese nella loro struttura militare sul territorio – credo che negli ultimi anni ci siano state delle gravi deficienze, molte pigrizie investigative e molte analisi precipitose.
In questi giorni ho letto l’ultimo rapporto semestrale della DIA. Oggi ne ho scritto qualcosa sul giornale, su La Repubblica. Ho trovato una bella sorpresa: Pag. 11ho trovato finalmente l’odore di qualcosa di nuovo, uno sforzo che, secondo me, rappresenta una svolta importante. Finalmente non siamo più fermi al 1992, ai Riina, ai Ganci, ai Bagarella, ai Sandokan, ai Peppe Tiradritto, a tutte quelle facce sconce e quei nomi impronunciabili che ci siamo sentiti ripetere per vent’anni. Credo che da un po’ di tempo ci sia un’attenzione diversa e che si stia muovendo qualcosa di estremamente positivo per intercettare queste evoluzioni del fenomeno mafioso.
Quella mafia delle stragi – anche noi giornalisti, naturalmente, andiamo per luoghi comuni – è una mafia che non è mai esistita, nel senso che la mafia è quella che c’era prima e quella che c’è oggi. La stagione dei corleonesi è un’anomalia di soli diciotto anni nella storia della mafia. La mafia ha una storia di quasi 160 anni. La sua storia coincide con l’unità d’Italia. La stagione delle stragi è un’assoluta anomalia. Tutti i protagonisti di quella stagione, tranne uno, sono con i loro figli, nipoti, fratelli e padri a marcire nei bracci del 41-bis e saranno marchiati come i cavalli per sette generazioni. Quella è una mafia ormai persa, che non esiste più.
Ecco perché ritengo che ci siano dei segnali importanti. Per esempio, questo rapporto che ho letto in questi giorni sta cercando qualcosa di nuovo ed è un segnale in controtendenza rispetto a quanto è accaduto negli ultimi anni, quando, ripeto, ci sono state, secondo me, delle pigrizie investigative molto forti. C’è, quindi, qualcosa che funziona. C’è sempre qualcosa che funziona nello Stato.
Per quanto riguarda che cosa funziona dell’antimafia, in questi giorni ho sentito tanto parlare sui giornali di Libera. I giornali vanno spesso a ruota libera. Per esempio, ho sentito parlare di holding di beni confiscati e di questa potenza strepitosa che è Libera. È venuto qui Ciotti e ha spiegato – lo so perché conosco la materia – che non è una holding. Per me è un esempio virtuosissimo quello dei beni confiscati. È unico al mondo. Non so se siano sei od otto le cooperative che non ha Libera, ma che accompagna – forse sono undici, ma comunque sono poche – ma sono un esempio virtuosissimo, che è stato costruito in diciotto anni di storia.
Un altro esempio per me importante è tutto l’aspetto che riguarda la memoria. Libera ha raccolto questa cosa fin dall’inizio, fin dalla sua fondazione. Questo non significa che Libera non abbia problemi. Ha le sue criticità, che sono anche, secondo me, criticità importanti, ma non sono quelle. Riguardano sempre l’incapacità di leggere la realtà.
Libera ha smarrito un po’ la decisione che aveva all’inizio. Ha un gruppo dirigente alla ricerca di incarichi e di consulenze più che di cercare di capire. In alcuni casi non rappresenta un buon esempio per le tante realtà di Libera molto vive e interessanti sparse sul territorio italiano.
Quando mi chiede se c’è qualcosa che funziona, certo che c’è qualcosa che funziona. Anche nelle grandi associazioni dove c’è tanto che funziona, però, c’è qualcosa da rivedere.
La terza domanda non me la ricordo, mi perdoni.
PRESIDENTE. Se posso sintetizzare, è stata una strategia o si tratta degli errori di qualcuno ?

ATTILIO BOLZONI. Io sono abituato a scrivere e a parlare con elementi di fatto. Tutte le cose che dico posso dimostrarle. Non so se si tratti di una strategia o se casualmente la bellissima esperienza del 2007 si sia trasformata in un’altra cosa.
Quando le parlo di Confindustria Sicilia, le parlo di Confindustria Sicilia perché è tutto un blocco che ha fatto blocco intorno al suo presidente. Non parlo certo degli imprenditori siciliani. Me ne guarderei bene. Parlo di un blocco granitico che ha fatto blocco intorno al suo presidente.

FRANCESCO D’UVA. Grazie, dottor Bolzoni, per essere qui. È un piacere. Sulla situazione antimafia in parte ha già risposto. Di fatto stiamo dicendo che l’associazionismo Pag. 12antimafia in qualche modo ha perso un po’ il suo senso di esistere, almeno con riferimento ad alcuni tipi di associazionismo antimafia.
Abbiamo già parlato di Libera. A questo punto, giusto per parità, le altre associazioni antimafia o antiracket, quelle più grandi… Io sono di origine orlandina e sono cresciuto con il mito dell’ACIO. Effettivamente mi piace tantissimo. Mi chiedo, giustamente, come funziona, per esempio, questo.
Confindustria ha provato in qualche modo – abbiamo detto che provava ad avvicinarsi alle associazioni antimafia – ad avvicinarsi ad Addiopizzo, al FAI, all’ACIO, ad AGISA, o a Libera stessa ? Mi chiedevo che legami intercorressero tra questi soggetti.
Riguardo ai contributi ai giornali, se vuole dirci quali sono questi giornali… Sono tutti scritti, ma, se vogliamo dirlo anche qui, perché a me sfuggono…

ATTILIO BOLZONI. I giornali di Palermo e di Catania, soprattutto quello di Palermo.

FRANCESCO D’UVA. Grazie. Qual è la situazione, volendo fare un paragone tra la Confindustria siciliana e quella calabrese ? In qualche modo, a questo punto, dobbiamo anche rivedere quella che è stata una specie di primavera della Confindustria siciliana. Dobbiamo rivederla. Penso a quella calabrese, che non ha avuto nemmeno quella primavera.
Che lei sappia, invece, qual è la differenza tra i due tipi di Confindustria ? Noi abbiamo fatto la missione in Calabria, la prima che abbiamo svolto in questa legislatura, a Reggio Calabria. Effettivamente non mi ricordo un impegno uguale in Calabria rispetto a quello siciliano, ma magari ricordo male. Sa se ci sono giornali calabresi che hanno contributi da Confindustria calabrese ? Ne è al corrente ?
Lei è siciliano come me. È di Caltanissetta, mentre io sono di Messina. Si tratta di due città che vivono un problema serissimo. Lei non è del settore, ma che ne pensa dell’accorpamento delle corti d’appello, che dovrebbero – sono pronto a correggermi, nel caso – portare via con sé anche DDA, tribunale minorile e avvocatura di Stato ? Quello che mi preme di più, però, è l’accorpamento anche della DDA. Quanto ritiene che possa essere dannoso questo accorpamento sia a Caltanissetta, sia a Messina ?
Grazie.

ATTILIO BOLZONI. Innanzitutto mi ero dimenticato di dire una cosa a proposito di tutte le associazioni antimafia: Libera è l’unica che ha il suo bilancio pubblico, il che già non è poco. Addiopizzo non lo so. Anche Addiopizzo ?

PRESIDENTE. A noi risulta anche il FAI.

ATTILIO BOLZONI. Anche il FAI ? Fino all’anno scorso no. Sono un po’ fermo, allora.

PRESIDENTE. Quelli che sono stati forniti a noi non credo fossero documenti segreti.

ATTILIO BOLZONI. Leggo sul sito web quelli di Libera.

PRESIDENTE. A noi sembrava che fosse così. Se mi sbaglio…

ATTILIO BOLZONI. Aprendo i vari siti, Libera presenta subito il suo.

PRESIDENTE. Non è per togliere i meriti di Libera.

ATTILIO BOLZONI. Io ho scritto il primo articolo su Confindustria Sicilia e su Montante il 9 febbraio 2015. Uno dei primi attestati di stima e solidarietà esterni è venuto dal FAI, dalla Federazione antiracket. Un altro è venuto dal sindaco di Catania, con varie sfumature, un altro dalla Legacoop e altri a seguire. Mi ricordo questi tre. Credo che i rapporti ci siano stati. Firmano protocolli di Pag. 13legalità in varie regioni e in varie province d’Italia, ma questo non significa niente.

FRANCESCO D’UVA. A Montante ?

ATTILIO BOLZONI. A Montante, sì. È successo il giorno in cui per la prima volta abbiamo pubblicato che era sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Poi le solidarietà sono svanite ed è rimasta quella di Squinzi.
Il problema è che, se sono associazioni antiracket e associazioni antimafia, dovrebbero avere la sensibilità, il «naso», per capire se ci sono delle situazioni in cui si può stare insieme o non stare insieme. Facevo l’esempio prima di Unioncamere che fa protocolli di legalità. Mi risulta che li faccia in Lombardia e che adesso li sta facendo in Abruzzo con Libera. Nello stesso tempo, però, Unioncamere è rappresentata da Montante in Sicilia. Credo che anche questo contribuisca a creare confusione e corto circuito.
Quando parlavo, all’inizio della mia relazione, di punti di contatto anche indiretti, questo non significa che Libera abbia nulla a che spartire con quella Confindustria, per carità. So che la situazione di Confindustria Calabria ha una storia profondamente diversa da quella di Confindustria Sicilia. Non c’è stata quella primavera e so che gli stessi rappresentanti di Confindustria, in particolare il presidente Lo Bello, hanno avuto degli scontri violentissimi diversi anni fa con i rappresentanti di Confindustria Calabria.
La Calabria, signori, è un altro mondo rispetto alla Sicilia. Le divide uno stretto di un chilometro e 200 metri, ma stiamo parlando di due continenti diversi. Non è che il sud sia tutto uguale. La Sicilia è un altro mondo. La Sicilia poi è fatta di tante Sicilie. Per esempio, Trapani è un altro mondo rispetto a Palermo. A Trapani ci sono le forme più sofisticate di mafia di tutta la Sicilia.
Sto facendo un’indagine su alcuni personaggi che vent’anni fa si occupavano di sanità. Gli stessi personaggi dopo dieci anni si sono occupati di rifiuti e oggi si occupano di accoglienza. Sono le stesse persone, non gli stessi gruppi. Ogni tanto vengono pizzicati, qualcuno patteggia, riescono dalla galera e ritornano. Trapani è un osservatorio molto particolare per capire che cosa accadrà poi nelle altre province siciliane.
Dicevo che non so dei rapporti tra la stampa calabrese e Confindustria. Non so niente. So dei rapporti tra Confindustria Sicilia e i giornali e i giornalisti siciliani perché in alcune camere di commercio hanno pubblicato tutti i contributi offerti, semplicemente per questo.
Per quanto riguarda quello delle corti d’appello, certo è un problema. Penso soprattutto a Caltanissetta, che è una piccola grande capitale giudiziaria, come lei sa, da sempre, perché si occupa di tutte le vicende che riguardano i magistrati dell’altro distretto, quello di Palermo. La soppressione della corte d’appello e, quindi, poi della DDA e di tutto sarebbe un disastro.
Di Messina, onestamente, non so granché.

PRESIDENTE. La Commissione vigilerà sulle corti d’appello. L’abbiamo promesso.

  CELESTE COSTANTINO. Ho ascoltato con molta attenzione la sua relazione e, purtroppo, condivido con profonda preoccupazione molti giudizi che ha espresso. Penso che la crisi che ci ha raccontato di questo pezzo di mondo dell’antimafia sociale – mi è capitato di dirlo spesso in questa Commissione – sia sicuramente per buona parte legata alla responsabilità che ha avuto la politica nel delegare alcune delle proprie funzioni al mondo dell’antimafia sociale, un po’ per comodità, un po’ per credibilità e un po’ per incapacità.
Vorrei parlare un po’ delle responsabilità che ha la sua categoria, il giornalismo. Lei giustamente diceva che c’è un’antimafia in qualche modo ormai accreditata. La sensazione che si ha è che il giornalismo si occupi esattamente solo ed esclusivamente dell’antimafia ricca e certificata. È, quindi, un cane che si morde la coda. Se poi sono quelle associazioni Pag. 14ad avere sempre accesso ai soldi è perché ormai c’è questo riconoscimento pubblico, sociale e politico che viene loro affidato.
Pensavo anche ad alcuni esempi che ha fatto rispetto a mafia capitale. Sicuramente in una città che all’improvviso si scopre mafiosa – anche adesso, in realtà, non si ha neanche il coraggio di dirlo fino in fondo – probabilmente alcune piccole realtà hanno cercato di denunciare queste cose anche in tempi non sospetti, ma non hanno avuto alcun tipo di credibilità. Questo perché c’è un giornalismo che non è interessato a raccontare queste piccole esperienze, ma che ha bisogno di fare sempre riferimento o a grandi associazioni o a grandi nomi, tra cui magistrati, scrittori e figure già accreditate in questo mondo.
Forse questo in misura diversa vale anche per la Calabria, che un racconto così forte non l’ha avuto, perché indubbiamente non viene dalla stessa esperienza siciliana. Anche quando si è provato a fare dei piccoli passi in avanti, non c’è stato nessuno che avesse la capacità da un punto di vista nazionale di raccontare quelle esperienze.
Le volevo chiedere un giudizio non sul giornalismo antimafia, ma forse semplicemente sul giornalismo d’inchiesta in relazione alla capacità di stare di più sui territori e di raccontare effettivamente queste storie.
Vorrei sapere se c’è un’oligarchia o un monopolio dell’antimafia in questo Paese e se forse oggi non sia il caso di incominciare a bandire all’interno degli statuti delle associazioni la parola «antimafia». Forse siamo a un punto tale che fare antimafia sociale si può senza dare questo tipo di connotazione. Forse siamo arrivati al punto che riconosciamo quali sono i guasti che vengono prodotti e dobbiamo provare a fare un ragionamento che non è di settore, ma che abbraccia l’esistente con uno sguardo antimafia come elemento di precondizione e non come obiettivo e finalità dell’azione politica associativa che si mette in campo.

  ATTILIO BOLZONI. C’è una bellissima esperienza proprio in Calabria che va nella direzione che lei auspica, che è «Reggio Non Tace». Non so se lei conosce questo movimento di questo padre gesuita. Li ho conosciuti da poco tempo, da qualche mese. Mi riprometto di ritornare a Reggio. È un’esperienza molto forte. Credo che loro vadano in quella direzione.
Sono stato due giorni con loro e non mi hanno mai parlato… La parola «antimafia» non l’ho sentita. Mi hanno fatto vedere le cose che facevano nei quartieri, mi hanno portato in giro, mi hanno spiegato come lavorano e soprattutto la cosa che mi è piaciuta molto è che erano tutti volontari. Non si parlava di soldi. Ho scoperto, con colpevole ritardo, questa realtà tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo gennaio.
Quanto alla stampa, noi giornalisti non siamo granché, alcune volte. Raccontare la mafia è più facile che raccontare l’antimafia, o, meglio, raccontare la mafia era facile negli anni Ottanta con i morti a terra, o negli anni Novanta con le stragi. Era facile negli anni Ottanta, quando i boss erano chiusi nei bunker e nelle gabbie all’Ucciardone o a Poggioreale.
Raccontare la mafia di oggi è difficilissimo. Ho un’amica che è una grandissima fotografa, che si chiama Letizia Battaglia. Ha appena compiuto ottant’anni. Ogni volta che la vedo a Palermo con la sua Nikon a tracolla mi dice: «Come la fotografo la mafia ?». Sorridendo, le rispondo: «Guarda, l’intelligenza collettiva è in quel palazzo là. È il palazzo della regione siciliana – scusate, è una battuta che faccio sempre quella sull’intelligenza collettiva di cosa nostra – oppure vai a Milano davanti alla Borsa, ma non puoi fare sempre la stessa fotografia. O vai in alcuni supermercati dove riciclano i soldi».
Non è facile raccontare la mafia. Raccontare l’antimafia è ancora più difficile. Si può raccontare, per esempio, nei campi di Libera, una volta. Uno va nei campi. Come la racconti, però, l’antimafia ? È veramente difficile.Pag. 15
È vero, però, che i riferimenti sono sempre gli stessi. Infatti, dopo aver conosciuto questa esperienza calabrese, ho pensato in queste settimane a come posso andare a raccontare loro a Reggio Calabria e trasformare la loro esperienza in un buon racconto per il mio giornale. Non è facile.

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