Parzialmente diversa è stata, invece, la lettura degli avvenimenti fatta da CIANCIMINO Vito, il quale, in una dichiarazione resa al G.I. il 7 luglio 1990, ha affermato (loc. cit.):
“Vero è che fino al periodo precedente le elezioni amministrative del 1975 io ero consigliere comunale D.C. di Palermo e capo gruppo consiliare, militando all’interno della corrente di maggioranza “fanfaniana”, facente capo all’On. Giovanni GIOIA.
In prossimità di quelle elezioni, il partito decise di non ricandidare più coloro che avessero già fatto tre o più consiliature, tra cui vi ero io, che ne avevo fatte quattro.
Considerato che non condividevo tale forma di rinnovamento in sede locale, al quale non seguiva un analogo rinnovamento in sede nazionale, manifestai apertamente la mia opposizione.
Di tal che nelle elezioni del 1975 presi le distanze da tutte le altre correnti della D.C. e feci eleggere (o meglio contribuii a fare eleggere) 7 consiglieri comunali, mettendo in crisi la maggioranza fino ad allora detenuta dall’On. GIOIA.
Questa mia dissidenza aperta portò alla crisi della Giunta MARCHELLO, eletta subito dopo le consultazioni del 1975, e determinò, seppure indirettamente, quella Giunta SCOMA, appoggiata da tutte le componenti D.C. ad eccezione di quelle dell’On. GIOIA e mia.
Tale dissidenza ebbe termine nel novembre 1976, esattamente il 6, a seguito di un incontro da me avuto a Palazzo Chigi con l’On. ANDREOTTI, alla presenza dell’On. LIMA, di Mario D’ACQUISTO e dell’On. Giovanni MATTA.
Tale riunione era stata preceduta da una presa di contatto verso di me dell’On. MATTA, il quale, ovviamente, era solo il “nuncius” delle volontà di LIMA, di D’ACQUISTO e dello stesso ANDREOTTI.
In effetti, io avevo in precedenza rifiutato un incontro con l’On. LIMA, nel senso non di non volerlo incontrare fisicamente poiché questo avveniva di frequente, ma nel senso che non avrei potuto “quagliare” alcunché di politicamente solido con lui in ordine ai motivi della mia dissidenza, giacché non lo ritenevo politicamente affidabile.
Egli, infatti, era colui che – a mio avviso – a pochi giorni dalle elezioni politiche del 1968, aveva rotto un patto con l’On. GIOIA, creando grossi scompensi all’interno della corrente in cui tutti noi allora militavamo.
Pertanto, accettai l’incontro con l’On. ANDREOTTI (allora – tra l’altro – Presidente del Consiglio), in quanto l’ho sempre ritenuto affidabile e tale mio giudizio, anche in quella occasione, era stato condiviso dall’On. Nino GULLOTTI, al quale avevo parlato della proposta d’incontro, persona con la quale ho sempre avuto rapporti estremamente franchi anche se talora divergenti sul piano politico.
Come detto, in esito a tale incontro, la mia dissidenza sul piano locale cessò e ve ne è prova per il fatto che, nei giorni immediatamente successivi, un mio compagno di corrente, il Dott. Francesco ABBATE, su indicazione del mio gruppo, entrò a fare parte della Giunta provinciale di Palermo.
A livello comunale, viceversa, il mio gruppo espresse degli assessori, esattamente due, solo dopo circa un anno (nel c.d. monocolore SCOMA della fine del 1977), in quanto dopo l’incontro con ANDREOTTI rifiutai – per questione di stile politico – di accettare la proposta dell’On. LIMA di sostituire con due miei compagni di corrente gli assessori repubblicani”.

In sostanza, il CIANCIMINO cercava di minimizzare il significato del cambio di maggioranza all’interno della D.C., culminato nella formazione della Giunta SCOMA e nella elezione di REINA Michele alla Segreteria Provinciale, sottolineando l’unanimità presto ricomposta nel partito con l’adesione alla maggioranza del suo gruppo e di quello che faceva capo all’On. GIOIA.
Si deve però osservare, in proposito, che (a prescindere dalla reale portata dell’incontro con l’On. ANDREOTTI – che, secondo l’On. LIMA, fu «un normale incontro politico, volto a raggiungere una pacificazione generale a Palermo, dato che anche l’On. GIOIA aveva dato il suo consenso a questa nuova stagione politica», mentre «la versione datane dal CIANCIMINO è nettamente enfatizzata per la parte che lo riguarda») dalle altre testimonianze acquisite agli atti è risultato chiaramente che l’adesione delle correnti “GIOIA” e “CIANCIMINO” alla maggioranza aveva solo un significato di “accordo tattico”, mentre permanevano i contrasti di fondo sulla linea politica.
Questo è ben esplicitato dall’On. GORGONE, che ad esempio ha fatto notare che (loc. cit.):
“Vero è che al congresso provinciale del 1977 il REINA venne riconfermato all’unanimità.
Questo, però, non significava che i dissensi di linea politica tra le varie componenti erano spariti, ma solo che si era trovato un momento di accordo, forse occasionato anche dalla volontà dell’On. GIOIA di non continuare le ostilità interne.
Taluni definiscono questo atteggiamento come arrendevolezza, la verità però – come qualche anno dopo potè verificarsi – è che l’On. GIOIA forse già covava quel male che poi lo condusse a morte” (il deputato decederà, infatti, per un tumore il 26.11.1981: N.D.R.).
Pure l’On. PURPURA ribadiva che «anche la corrente dell’On. GIOIA e di Vito CIANCIMINO finirono con confluire in questa gestione politica nuova, seppure a livello semplicemente formale, in quanto permanevano le ragioni politiche di fondo da loro sempre sostenute».
In questo senso, una ulteriore conferma veniva dalle dichiarazioni dell’On. Nino MANNINO, a quel tempo segretario provinciale del P.C.I. e poi componente della Commissione Parlamentare Antimafia, il quale affermava, in data 28.6.1990 (loc. cit.):
«Vero è che tra la prima e la seconda sindacatura di Carmelo SCOMA vi fu un ritorno nell’area della maggioranza interna della D.C. sia dei “fanfaniani” che dei “Cianciminiani”.
Ricordo di aver parlato di ciò, in termini preoccupati, sia con REINA sia con NICOLETTI, minacciando di ritirare l’appoggio programmatico del P.C.I.
Essi mi risposero però che se il P.C.I. avesse fatto ciò, avrebbe lasciato sola quella parte della D.C. che voleva un rinnovamento della vita politica comunale e regionale a Palermo e in Sicilia.
Fu per questo che il P.C.I. continuò, se pure per pochi mesi ancora, a mantenere aperto il dialogo con l’intera D.C.L1.
In sostanza, dal complesso di tutte le dichiarazioni acquisite agli atti (alle quali si rinvia per 1’aspetto particolare della posizione delle diverse Giunte Comunali sul problema del c.d. “risanamento del centro storico”), emerge l’importanza – per gli equilibri politici della città di Palermo e dell’intera regione – del cambio di alleanze e di maggioranze, all’interno della D.C., che ebbe luogo negli anni 1975/76.
Ed invero, fino a quella data, la corrente “fanfaniana” che faceva capo all’On. GIOIA, con l’appoggio dei gruppi di CIANCIMINO Vito, di Bernardo e – poi – di Piersanti MATTARELLA, nonché dei “dorotei”, pur nella chiara diversità di apporti e di caratteristiche, aveva goduto di una pressoché totale egemonia all’interno del partito e, conseguentemente, anche nel governo della città, mantenuto grazie alla costante alleanza con il P.R.I. e con il P.S.D.I.
Secondo il contributo ultimo dell’on. Sergio MATTARELLA (17.12.1990), tuttavia, la scelta politica di Piersanti – in favore dell’on. GIOIA (e di CIANCIMINO) – trovò giustificazione “strategica” nella valutazione (poi rivelatasi errata) che il GIOIA garantisse alle “minoranze” interne maggiore spazio di quello che avrebbe lasciato loro la corrente dell’on. LIMA.
Questa posizione politica egemone era stata, quindi, caratterizzata da una netta contrapposizione – all’esterno del partito – con il P.C.I. e il. P.S.I. e, all’interno, da violenti scontri con le minoranze, facenti capo agli “andreottiani” dell’On. LIMA, all’On. NICOLETTI e all’area vicina alla CISL.
Esempio importante di questi scontri è il c.d. “manifesto dei 12” del 17 novembre 1970, in cui alcuni esponenti della minoranza (NICOLETTI, AVELLONE, BONANNO, REINA, BRANDALEONE, BRUNO e PURPURA) si rivolgevano al dirigente organizzativo centrale della D.C., On. Oscar Luigi SCALFARO, per formulare pesantissime critiche, sulla situazione palermitana, non solo sul piano della linea politica ma anche del rispetto delle regole della vita di partito (tesseramenti fantasma ed altro).
Il tutto contro la maggioranza di allora e per essa – emblematicamente – contro il CIANCIMINO, a quell’epoca sindaco della città (seppure solo dall’ottobre 1970 all’aprile 1971, quando fu costretto a dimettersi per le pressioni politiche rivolte da molti nei suoi confronti).
Va detto che, se pure negli anni fino al 1975 talune di queste minoranze entrarono a far parte delle giunte presiedute da Giacomo MARCHELLO (espressione dell’on. GIOIA), questo non significò cessazione dell’opposizione, ma soltanto dimostrazione di quella “flessibilità” tattica – tipica delle correnti D.C. – di cui hanno efficacemente parlato l’on. GORGONE e l’on. PURPURA.
Dopo il 1975/76, invece, in coincidenza anche con i nuovi rapporti tra i partiti che stavano maturando a livello nazionale con i governi di “solidarietà nazionale”, vi fu – come si è visto – un ribaltamento della situazione anche a Palermo.
Questo fu determinato, peraltro, proprio dal passaggio della corrente “morotea” di Piersanti MATTARELLA e di quella “dorotea” all’alleanza con i gruppi degli On. LIMA, GULLOTTI e NICOLETTI e dell’area CISL (AVELLONE, D’ANTONI), che mise in minoranza la corrente dell’on. GIOIA (proprio in quei mesi abbandonato anche dal CIANCIMINO).
E – inevitabilmente – la nuova maggioranza, ispirata dal gruppo “andreottiano” dell’on. LIMA, non poteva non assumere una posizione di apertura e collaborazione con i partiti della sinistra, sia per rispecchiare la linea nazionale sia per diminuire il peso dell’ancor forte opposizione interna dell’on. GIOIA.
In questa chiave, ed in questo quadro complessivo, vanno quindi visti la nomina di Michele REINA alla Segreteria provinciale della D.C. e l’elezione di Piersanti MATTARELLA alla Presidenza della Regione.
In altri termini, essendo cessata all’interno della D.C. palermitana l’egemonia di una sola corrente, l’area della maggioranza (seppur con la prevalente partecipazione della corrente “andreottiana” dell’on. LIMA) era divenuta composita.
Questa circostanza nuova, unita al fatto che vi era l’appoggio (interno ed esterno) da parte dei partiti di sinistra fece sì che l’esponente di un gruppo – come il rappresentativo di una piccola frangia della D.C. (circa il 10%), potè divenire – per il proprio “peso” personale – Presidente della Regione, in quanto espressione di una larga coalizione.
La ricostruzione fin qui effettuata ha trovato sostanziale conferma anche nelle dichiarazioni rese, da ultimo in data 17.12.1990, dall’On. Sergio MATTARELLA (loc. cit.):
“Vero è che nel 1968 vi fu una spaccatura tra l’On. LIMA e l’On GIOIA, che prima militavano all’interno della stessa corrente fanfaniana.
Sento di precisare, però, che il rapporto fra i due non divenne di contrasto, ma che essi passarono da una fase collaborativa ad una fase concorrenziale sempre però all’interno del sistema di guida e controllo della vita amministrativa della città e della Provincia di Palermo.
Questo è tanto vero che uno dei due gruppi esprimeva il sindaco e l’altro il Presidente della Provincia.
In questo passaggio politico si inserì, a cavallo del 1970, la necessità di scegliere – per i gruppi minori della D.C. provinciale, tra cui quello di mio fratello Piersanti – tra LIMA e GIOIA al momento dell’elezione a sindaco di Vito CIANCIMINO o meglio tale necessità si era già posta per l’elezione degli organismi provinciali del partito nel 1968.
La scelta fu in favore di GIOIA in quanto si ritenne che egli avrebbe “compresso” meno i gruppi minori ed anche perché la persona da lui indicata come candidato alla Segreteria, l’On. Giacomo MURATORE, veniva ritenuta molto equilibrata.
Altro motivo della scelta di GIOIA fu quello relativo alla vicinanza tra l’On. LIMA e gli esattori SALVO, ritenuta estremamente imbarazzante in sé ed anche perché questi ultimi negli anni precedenti avevano fortemente contribuito ad interrompere l’esperienza positiva dell’On. Giuseppe D’ANGELO, quale Presidente della Regione.
Questa scelta operata nel 1968 comportò, come logica conseguenza, l’appoggio alla scelta della maggioranza fanfaniana in favore di Vito CIANCIMINO quale sindaco di Palermo.
Che quest’ultima scelta del gruppetto moroteo fosse legata a quella fatta nel 1968 mi pare dimostrato anche dal fatto che, all’indomani dell’elezione del CIANCIMINO, mio fratello Piersanti, unitamente all’On. RUFFINI (doroteo), altro esponente della maggioranza interna alla D.C. palermitana, fecero una dichiarazione con la quale invitavano il partito a riesaminare la situazione complessiva.
Dopo alcuni anni di questa esperienza di maggioranza con “fanfaniani” (anche se i “morotei” erano solo due su quarantadue), Piersanti si rese conto che, nel concreto, le aspettative che aveva nutrito sull’On. GIOIA, soprattutto in tema di democrazia interna e di rispetto dei gruppi minori, erano infondate o meglio si erano progressivamente vanificate.
Pertanto, soprattutto per i motivi politici che di seguito indicherò, nel 1976 contribuì a quel rinnovamento della D.C. palermitana, che vide Michele REINA come Segretario Provinciale e Carmelo SCOMA quale sindaco di Palermo.
Il contributo del gruppetto moroteo (divenuto di 3 componenti su 42) finì con l’essere determinante, al pari degli altri gruppi minori, in quanto tutti questi facevano da ago della bilancia tra i due gruppi maggiori dell’On. GIOIA e dell’On. LIMA, mentre il gruppo del CIANCIMINO era su posizioni “aventiniane”.
I motivi del rinnovamento possono sintetizzarsi nella volontà di far corrispondere a Palermo quella sintonia tra l’On. MORO e l’On. ANDREOTTI, che aveva portato a Roma ad un governo caratterizzato dalla astensione del P.C.I. e, quindi, da una crescente attenzione della D.C. verso rapporti con questo partito fortemente osteggiata dalla corrente dell’On. FANFANI.
Questa linea politica si stava manifestando anche alla Regione, col governo BONFIGLIO, attraverso forme di accordo programmatico col P.C.I. evidenziate già alla fine del 1975 col c.d. “patto di fine legislatura”.
Ma l’On. MATTARELLA ha, in questa occasione, voluto sottolineare altresì il ben diverso “peso” e la ben diversa importanza del ruolo svolto dal Presidente assassinato nell’ambito comunale ed in quello regionale.
Sostanzialmente marginale nel primo caso, di primo piano e addirittura decisivo nel secondo:
“In questa linea politica era cruciale sul piano regionale il ruolo di Piersanti MATTARELLA sia per la crescente affermazione della sua personalità sia per i rapporti che egli, più degli altri esponenti del partito, intratteneva con i comunisti siciliani.
Per Piersanti questa attenzione verso il P.C.I. doveva rappresentare insieme una sponda essenziale per nuovi indirizzi politici e una condizione utile per spingere sia il partito nel-suo complesso sia l’intero sistema politico regionale a comportamenti politici ed amministrativi diversi dal passato e più coerenti con la posizione di rinnovamento.
Tengo, peraltro, a fare presente che il gruppo moroteo siciliano ha sempre avuto un forte senso della propria autonomia ed identità propria nell’ambito del partito e, quindi, anche di diversità rispetto a tutte le altre componenti.
Anche coerentemente a questo atteggiamento, il gruppo – sul piano comunale – non esitò a mantenere e quasi a sottolineare una posizione marginale all’interno della nuova maggioranza costituitasi nel 1976.
Tutto ciò si concretizzò in un atteggiamento verso l’operato delle giunte comunali che pure il gruppo sosteneva e della stessa segreteria del partito che io definirei “di vigilanza” e di “attenzione critica”.
Si concretizzò, pure, nel rifiuto di assumere posizioni di vertice in due precise occasioni e cioè quando fu proposta la candidatura a sindaco della dr. AMBROSINI (fine 1977, dopo la prima giunta SCOMA) e quando fu proposta la candidatura del Prof. GIULIANA a Segretario provinciale, dopo la morte di Michele REINA.
In entrambi i casi gli interessati rifiutarono con l’approvazione di Piersanti MATTARELLA.
Le SS.VV. mi chiedono di precisare nuovamente quale fosse la posizione di mio fratello Piersanti all’inizio del 1980 e in particolare se la lunga crisi del governo segnasse un suo momento di debolezza.
In realtà, ribadisco che era assolutamente pacifico che mio fratello avrebbe presieduto anche il nuovo governo regionale e che egli vedeva la sua forza politica, secondo l’opinione generale, ancora in fase crescente sia in virtù dei suoi rapporti con i partiti della sinistra sia per il sistema di alleanze esistente tra i vari gruppi della D.C.
Elemento ancor più decisivo forse erano i rapporti esistenti con mio fratello a livello nazionale del partito e in questo senso devo aggiungere che all’inizio del 1980 era convinzione generale che il Congresso Nazionale della D.C. previsto per il mese di febbraio, si sarebbe concluso – come già ho detto – con una maggioranza tra centro e sinistra, che avrebbe portato a riallacciare in tutte le sedi, almeno come linea di tendenza, il dialogo con il P.C.I.
E’ chiaro che in questo quadro il ruolo di mio fratello era destinato a crescere ulteriormente.
Invece il Congresso si concluse in modo del tutto diverso su una linea di chiusura al P.C.I., con la sconfitta della sinistra, ma questo esito maturò – contro ogni previsione – proprio e soltanto durante i giorni del Congresso”.
Peraltro è chiaro che tra i due livelli di azione politica e amministrativa, quello comunale e quello regionale, vi erano (e non potevano non esservi) molteplici interferenze; anche di questo vi sono significative conferme nelle più recenti dichiarazioni dell’On. MATTARELLA:
“Dopo le riflessioni di questi giorni, ho ricordato due fatti che possono avere rilievo e che quindi intendo riferire.
Il primo è che verso la fine del 1979 e precisamente tra la fine di novembre ed i primi di dicembre, mio fratello, parlò ai suoi più intimi collaboratori (Francesco GIULIANA, Andrea ZANGARA e Salvatore SAITTA) del suo programma di farli dimettere dal comitato provinciale del partito e di concludere la crisi che ne avrebbe seguito con il commissariamento del partito stesso.
Devo dire che di questo programma (di cui mio fratello parlò anche con me) egli aveva parlato anche con la segreteria nazionale del partito, allora retta dall’On. ZACCAGNINI, ma che tuttavia tale programma doveva essere avviato ad esecuzione solo dopo il Congresso nazionale del partito, previsto per il febbraio 1980, se da tale congresso (come era previsto ma come non avvenne) fosse risultata, una maggioranza tra il centro e la sinistra del partito con la segreteria, verosimilmente, ad un esponente della sinistra. Il secondo fatto, che non mi risulta personalmente, ma mi è stato riferito dal Prof. GIULIANA, è che nel 1979 Vito CIANCIMINO fece in direzione provinciale della D.C. un duro attacco al governo regionale, presieduto da mio fratello, accusandolo di insensibilità ai problemi della città di Palermo.
L’attacco traeva in realtà origine, secondo l’opinione comune, dalla mancata concessione di un finanziamento di alcuni miliardi all’AMAP di Palermo”.
Quest’ultima circostanza è stata poi confermata anche dall’On. GIULIANA, il quale ha altresì precisato che, al di là dell’episodio specifico del finanziamento di alcuni miliardi negato all’AMAP (di cui era Presidente, a quel tempo, un cugino dello stesso CIANCIMINO), egli attribuì alla presa di posizione del CIANCIMINO un significato politico di “chiara avversione nei confronti di Piersanti MATTARELLA”.
Il quale peraltro, “non attribuì peso a tale attacco giacché non ne vedeva la refluenza sulla politica regionale”.

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