“Meglio morta che separata”. La frase che accompagna la morte di Rosalia Pipitone, 25 anni, venne pronunciata dal padre, Antonino Pipitone, boss mafioso dell’Acquasanta, a Palermo. Non accettava che la figlia e suo marito si fossero lasciati, che lei, donna libera, potesse avere un altro uomo. Rosalia viene uccisa, con la messinscena per giunta di una rapina, il 23 settembre 1983. L’omicidio di Lia per molti anni rimane impunito.
Poi nel 2012, il figlio di Lia, Alessio Cordaro e il giornalista Salvo Palazzolo decideranno di raccontare insieme la storia della donna, con il libro
“Se muoio sopravvivimi”. Documenti, ricordi e testimonianze. Il “caso di Lia” viene riaperto e con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, si ricostruisce la vicenda: era stato Antonino Pipito- ne stesso a dare il proprio consenso a Antonio Madonia, capo del mandamento mafioso dell’Acquasanta, per la morte di Lia, la propria figlia, nel pieno rispetto delle regole di Cosa Nostra. E nel 2018 arrivano anche le condanne a 30 anni di carcere per Vincenzo Galatolo e lo stesso Madonia. Impossibilitato ad essere punito, invece, il padre di Lia: era morto poco prima. Alessio ci racconta la sua storia…
Ho pochissimi ricordi di mia mamma, per non dire quasi nessuno. Ero molto piccolo, avevo quattro anni quando e? stata uccisa. Ma sono fortunato perché al tempo mio padre era già fotografo e ho molti scatti che mi ritraggono insieme a lei. E’ nelle foto e nei pochi ricordi che ho di quel periodo che la ritrovo: torno a quando andavamo in spiaggia, un luogo che lei amava moltissimo, dove ho passato ogni giorno della mia vita fino all’evento che l’ha cambiata. Trascorrevamo lì le nostre giornate, in attesa che mio padre rientrasse a casa da lavoro. Andavamo all’Arenella, un quartiere di Palermo. Era il senso di liberta? trasmesso dal mare che mia madre amava tanto.
Ma il mare non è sempre stato un luogo felice per me. Dopo la morte di mia madre non sapevo più nuotare, ne ero diventato riluttante. E allora mi sono spostato verso l’aria: sono andato ad alta quota per avvicinarmi a lei.
Ho dei flashback anche della serata stessa dell’omicidio. Ma non saprei dire se parte di questi ricor- di sono reali o no. Non posso escludere che siano stati costruiti dalla mia mente tramite i racconti e le cose che ho letto e visto negli anni successivi. Quella sera, in attesa che arrivassero i soccorsi, mi presero in cura i miei vicini. Ricordo bene, penso in maniera reale, che ero sul balcone e vedevo arrivare le volanti della polizia.
E’ solo un frangente: c’erano l’ambulanza e molti lampeggianti per strada. E poi ricordo il dolore nei volti di chi mi era intorno. Tutti, tranne mio nonno materno. Come se non fosse colpito dalla cosa. Ma non ho la certezza che sia reale o meno: i ricordi si confondono ai racconti e negli anni mi è diventato impossibile separarli.
I primi anni non mi raccontarono cosa fosse successo, mi dissero che era stato un incidente. Capii la verità solo da adolescente. Mio papà raccoglieva da sempre tutti gli articoli di giornale dell’epoca in un raccoglitore, ad un certo punto della mia vita me lo consegnò. Quello è stato il momento in cui ho preso piena consapevolezza. Quando ero piccolo non avevo un bellissimo rapporto con la parentela materna, ma si trattava di una cosa a pelle, nessun motivo particolare. Fino al momento del raccoglitore: a quel punto non mi è rimasto che schierarmi. Istintivamente e per carattere, educazione, ho preso subito la mia posizione. Certo per noi due non è stato facile: sia io sia mio padre avremmo potuto subire delle ritorsioni, tanto è vero che decidemmo di trasferirci ad Agrigento dai nonni paterni. Volevamo andare via dall’ambiente infelice in cui ci trovavamo a Palermo.
Io non ho un ricordo tangibile, non ho l’idea esatta del momento in cui ho preso consapevolezza della morte di mia mamma. Credo che, in cuor mio, io abbia sempre saputo che suo padre avesse avuto un ruolo, direttamente o indirettamente, nella scomparsa di mia madre. Era già stato parecchi anni in carcere per dei problemi con la sua azienda di costruzioni e quando ero piccolo mi obbligavano ad andarlo a trovare. Che la situazione fosse complicata mi è stato chiaro da sempre. Ma il dubbio che in un modo o nell’altro lui fosse parte di un ambiente criminale mi ha sempre accompa- gnato. Ho sempre reputato che, in un modo o nell’altro, le scelte di vita di mio nonno lo avessero reso responsabile di quanto successo a mia madre. Quando presi consapevolezza che lo era in prima persona, andai direttamente da lui a chiedere spiegazioni. Ricordo bene che eravamo in casa e mi fece uscire sul terrazzo, sosteneva che in casa potessimo essere spiati con microspie, surreale per me. Uscimmo e mi disse che non aveva niente a che fare con la morte di mia madre. Non ritenni soddisfacente questa risposta: in un modo o nell’altro mi ero già dato le risposte che cercavo. Sapevo che non avrei ottenuto niente da parte sua, ma sentivo il dovere di chiedere in prima persona.
Quando mia mamma è stata riconosciuta come vittima innocente di mafia, per me non è cambiato molto. Ho sempre saputo come stessero le cose e non mi ha fatto differenza. Ho molta gratitudine verso coloro che mi hanno dato una mano nell’affrontare questo percorso e sono felice che alla memoria di mamma sia dato il giusto peso e valore per il suo percorso di vita, pero? sostanzialmente non mi ha cambiato molto.
La soddisfazione pià grande è stata sensibilizzare chi è entrato a cono- scenza per la prima volta con la storia di mamma, l’apertura dei centri antiviolenza che le hanno intitolato, perché grazie a quelli stiamo dando una mano a donne e ragazze in difficoltà. Mi ha molto colpito il fatto che da un evento particolarmente infelice possa nascere qualcosa di positivo per aiutare altre persone, e’ ciò che mi dà la forza di andare avanti.
La storia di mia mamma è diventata anche un libro.
Fui contattato da Salvo Palazzolo tramite un social network, mi chiese se fossi realmente io. Aspettai qualche giorno a rispondere, su due piedi il fatto di dover tirare fuori tutto mi spaventava e lo vedevo troppo oneroso. Volevo quasi dirgli che fossi un omonimo. Nel momento giusto, però, ho capito che fosse arrivato il momento di parlare di mia madre. Poi, durante la scrittura ho pensato che potesse essere l’occasione buona per far riaprire il processo. E così è stato. Una delle motivazioni più forti era la speranza che potesse venire fuori qualcosa e che si potesse riaprire il caso indiziario. Ricordo che alla prima presentazione del libro partecipò anche il magistrato Del Bene che quasi mi ringraziù di aver richiesto la riapertura del caso: mi disse che sapeva fin dal principio come stessero le cose. Non nascondo che è stata una grande iniezione di forza ricevuta.
La gratificazione più grande è essere riuscito a sensibilizzare l’opinione pubblica. Una cosa che io sottovalutavo erano gli incontri nelle scuole. Ogni volta che torno a casa da un incontro con gli studenti mi rendo conto di aver ricevuto più di quanto ho in realtà dato. Parlarne, così che se ne possa prendere coscienza, è la sola parte piacevole di questo percorso.
Da un punto di vista emotivo, per me è stato sempre molto difficile raccontare la storia di mia mamma. Per anni e anni era una storia che tenevo chiusa in un cassetto: pensavo che fosse una battaglia troppo grande da affrontare, io ero un adolescente, credevo di non avere i mezzi adatti. Appena però ho avuto la possibilità di parlarne, grazie all’aiuto di Salvo ho pensato che fosse giunto il momento giusto. Da lì ho iniziato a dare onore alla vita e alla memoria di mia mamma, a tutto cioò che aveva passato. Quando si sono create le opportunità di incontrare i ragazzi nelle scuole, devo essere sincero, ho avuto un po’ di difficoltà perché non è facile parlare di un argomento così delicato. Io parlo con ragazzi di medie e superiori e a seconda dell’età cambia il modo in cui ci si rapporta con loro. Ma non nascondo che da parte mia c’è stata molta sorpresa nel vedere ragazzi così interessati e con così tanta voglia di rivalsa. Questo mi ha convinto che, al di là di tutto, vale la pena di portare avanti questa storia e farla conoscere.
Ho parlato soprattutto nelle scuole dell’hinterland siciliano e gli incontri sono nati dalla volontà dei professori, quindi molti dei ragazzi avevano avuto modo di affrontare l’argomento, avevano anche letto il libro dedicato a mia mamma e già conoscevano la sua storia.
Nelle scuole spesso i ragazzi rappresentano la vita di mamma, a volte con opere o video che racchiudono pensieri, riflessioni. Al- cuni di loro hanno anche parlato della storia di mia mamma trasportandola ai giorni nostri: il mondo certo è diverso, ma il dominio mafioso e la violenza sulle donne sono sempre vivi. Argomenti, questi, che i ragazzi sentono molto nel vivo.
Tutte le rappresentazioni che i ragazzi hanno fatto della storia di mia mamma mi hanno colpito. Una, su tutte: una scuola elementare di Palermo mise in scena uno spettacolo su mia madre. E’ una scuola di una zona difficile, dove la criminalità è pane quotidiano e purtroppo ancora oggi viene instillata nei ragazzi, sicuramente un motivo in più per raccontare il bene e la possibilità di sconfiggere la realtà criminosa. Nello specifico, la maestra chiese un parere sulla criminalità organizzata e la violenza nei confronti delle donne a una bambina. In dialetto palermitano rispose: assolutamente no. Solo dopo l’insegnante mi ha raccontato: è figlia di un criminale.
Ecco perché racconto la storia di mia madre.

(a cura di Alessia Pacini)

 

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