Deve intervenire il potere giudiziario per supplire quello politico, ai tempi del Coronavirus, per affrontare l’annoso problema delle carceri.
Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, in una sua comunicazione a tutte le Procure Generali delle Corte d’Appello d’Italia, afferma, senza mezzi termini, che le norme introdotte dal decreto “Cura Italia” non sono sufficienti per ridurre la popolazione carceraria, necessario per contenere la pandemia.
Il Procurato Generale, scrive nel suo documento «Mai come in questo periodo, va ricordato che nel sistema processuale il carcere costituisce l’extrema ratiò»: dunque, «occorre incentivare la decisione di misure alternative e alleggerire la pressione delle presenze non necessarie in carcere».
Il Procuratore generale, preso atto che il legislatore non ha fatto il suo dovere, costituzionalmente garantito, ha indicato la necessità di una interpretazione estensiva dell’attuale legislazione carceraria per contemperare il diritto alla salute dei detenuti e favorire lo svuotamento delle carceri.
È evidente che tale esigenza: di garantire il diritto alla salute nelle carceri, non deve tenere conto solo dei detenuti, ma anche degli agenti penitenziari e del personale sanitario delle carceri, di una comunità di oltre 100 mila persone.

Inoltre la riduzione delle persone in carcere si rende ancora più necessaria, se si pensa alla mancanza di spazio vitale per i detenuti, celle di 3×4 metri, occupate da quattro persone, con condizioni igieniche insufficienti, per le quali l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte dei diritti dell’Uomo.È necessario porre l’attenzione, oltre che alle pene in esecuzione, anche alle persone in custodia cautelare, in fase d’indagine, cioè in quelle condizioni in cui vige il principio di non colpevolezza, sostenendo che, in questo momento di pandemia, l’esigenza cautelare deve essere valutata in modo del tutto diverso da come avviene normalmente.  Il Procuratore Generale afferma: «Oggi il rischio epidemico concreto e attuale che non lascia il tempo per sviluppare accertamenti personalizzati, può in molti casi rappresentare l’oggettivizzazione della situazione di inapplicabilità della custodia in carcere a tutela della salute pubblica, in base ai medesimi criteri dettati per la popolazione al fine di contrastare la diffusione del virus».
Deve farci molto riflettere il richiamo fatto dal Procuratore Generale, circa la necessità che siano applicati i medesimi criteri tra popolazione carceraria e non, in termini di misure atte a prevenire il contagio, principio di uguale diritto alla salute per tutti, spesso poco riconosciuto dalla stessa opinione pubblica a favore dei detenuti.
A fronte di una situazione tanto tragica, la politica, supportata da “cattivi maestri”, lontani dai principi della nostra Costituzione, che presidiano i salotti dei talk show televisivi, si soffermano su aspetti di contorno del problema, se adottare norme di umanità a favore dei detenuti, possa rappresentare un cedimento alle sommosse dei detenuti o ancora peggio, sostenere che il fatto che siano confinati in carcere sia, già, una misura di contenimento del contagio.
Credo che le parole pronunciate da Calamandrei nel 1948 alla Camera dei deputati “in Italia il pubblico non sa abbastanza cosa siano le carceri italiane. Bisogna esserci stati per rendersene conto” sono oggi più che mai di attualità, i numeri sono impressionanti, se solo si pensa che in alcuni istituti penitenziari il sovraffollamento supera anche il 200%.
I principi costituzionali, in questa situazione tragica, devono rappresentare le linee portanti di una legislazione emergenziale, tanto necessaria quanto più rispondente ai diritti di ogni uomo come il diritto alla vita e alla salute.

Non solo il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, ma anche tutte le componenti del mondo giudiziario, il CSM, l’Associazione nazionale dei magistrati, il coordinamento dei magistrati di sorveglianza, le Camere Penali, le rappresentanze sindacali degli agenti di polizia penitenziaria, sostengono che sia necessario affrontare l’emergenza con una drastica riduzione della presenza in carcere. Malgrado, tutte queste voci unanime e qualificate, la politica non ha fatto il suo dovere, forse per paura d’impopolarità; forse per coerenza ad una politica che negli ultimi due anni si è caratterizzata per una legislazione a favore del carcere, come unica risposta ai problemi del paese.
Sicuramente dal punto di vista istituzionale, negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un braccio di ferro tra il ministro della Giustizia e gli operatori del diritto, che sembra non avere tregua nemmeno di fronte ad una emergenza così grande.
Non è il momento delle polemiche, ma credo e spero che ci sarà un momento, in cui la politica dovrà spiegare, perché sul tema carcere è rimasta silente a tutte le richieste, compresa quella di Papa Francesco che nell’Angelus del 29 marzo si è rivolto direttamente alla politica “le carceri sovraffollati potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future”.
Caro Ministro della Giustizia, svegliati, l’Italia è in ginocchio, contiamo i morti, più che in una guerra, ricordati che ogni vita salvata è una vittoria per tutti.

Giuseppe Cannella
Argomenti2000 Milano

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