Giuliano Pisapia è parlamentare europeo di sinistra.

È e sarà sempre un avvocato, innanzitutto, erede di una straordinaria tradizione, ed è stato sindaco di una città come Milano che è ammiraglia del Paese in tante sue sfide. Un avvocato e garantista come lui, un intellettuale e politico attento come lui, vive la distanza dall’Italia come un’attesa sfibrante.

E figurarsi cosa significhi misurare da Strasburgo l’attesa trascorsa invano da quando un’altra istituzione che ha sede nella stessa città dell’Europarlamento, la Corte europea dei Diritti dell’uomo, ha condannato l’Italia per i trattamenti inumani e degradanti inflitti nelle carceri.

Figurarsi cosa possa voler dire, dallo scranno europeo di Pisapia, vedere che in Italia «il numero di detenuti in carcerazione preventiva» è sempre «vergognosamente eccessivo» e che quel ritardo immodificabile del Belpaese sulla civiltà della pena è ora, con il Covid, causa d’angoscia, visto che può «implodere» e tradursi in una «bomba sanitaria».

Ecco perché, esorta Pisapia, «occorre fare di più, e non solo nell’interesse dei detenuti, per porre fine a una situazione disperata e disperante».

Assistere, in attesa di qualcosa che non avviene mai, è insopportabile, Onorevole?

Da tempo il Parlamento europeo è intervenuto, nell’ambito delle sue competenze, per garantire i diritti delle persone private della libertà personale e per superare il sovraffollamento carcerario. Purtroppo anche su questo tema siamo tra gli ultimi in Europa: sono numerose le condanne che abbiamo subìto dalla Cedu per il sovraffollamento carcerario, per “trattamento disumano e degradante”, per i tempi lunghi dei processi, per la mancanza di spazio vitale nelle celle e per il numero vergognosamente eccessivo di detenuti in carcerazione preventiva. Ed è evidente che il Covid ha reso il tutto ancora più difficile, con il rischio che l’attuale situazione, già di per sé drammatica, rischi sempre di più di implodere diventando una “bomba sanitaria”.

Altri Paesi con le carceri messe sotto pressione dal Covid hanno adottato misure straordinarie. Persino l’Iran. Persino la Somalia. L’Italia è tra i più timidi: facciamo gli equilibristi sull’orlo del baratro?

È evidente che i provvedimenti finora messi in campo dal governo si sono rivelati totalmente insufficienti, per questo occorre fare di più e porre fine a una situazione disperata e disperante, non solo nell’interesse dei detenuti, colpevoli o innocenti, ma nell’interesse dell’intera collettività, ponendo al centro la questione sia per le carceri ordinarie, sia per quelle minorili. Ce lo dicono i dati: chi ha la possibilità di beneficiare delle misure alternative al carcere ha un tasso di recidiva di gran lunga inferiore rispetto a chi sconta la pena in carcere, e quindi garantisce maggiore sicurezza ai cittadini. Le pene diverse dal carcere, per reati non gravi e non violenti, si sono dimostrate più efficaci. Troppo spesso, ancora, il carcere è anche “scuola di criminalità”. In tale direzione si sono espressi l’avvocatura, gran parte della magistratura, i garanti dei detenuti e tanti rappresentanti di chi lavora negli istituti penitenziari oltre che presidenti emeriti della Corte costituzionale, il presidente della Repubblica e non ultimo Papa Francesco, da sempre sensibile ai temi della solidarietà e di una giustizia giusta.

Appelli che si sono finora infranti contro una visione diversa, e con opposizioni che a volte bollano le scelte dell’esecutivo addirittura come lassiste.

Il decreto legge del governo, attualmente all’esame del Parlamento, non tiene conto della realtà e della inderogabile necessità di interventi immediati, che non debbano subire i ritardi della burocrazia o la mancanza di braccialetti elettronici. La Francia, che ha una situazione migliore della nostra, in un sol colpo ha mandato a casa 5.000 detenuti agli arresti domiciliari senza obbligo di braccialetto, prendendo come punto di riferimento proprio le indicazioni che provenivano da operatori, magistrati, rappresentanti sindacali dei lavoratori. Non possiamo ignorare, oltre a tutto, che nelle carceri del nostro paese sono quasi diciannovemila i detenuti in attesa di giudizio o non condannati in via definitiva.

La stessa opinione pubblica sembra continuare a diffidare di visioni “troppo umanizzanti” del sistema penitenziario. Possibile che neppure il dramma del coronavirus cambi l’idea che la maggioranza degli italiani ha rispetto all’umanità e al fine rieducativo della pena?

Chi ha seguito in diretta o ha letto i testi della Via Crucis del Venerdì Santo in una Piazza San Pietro deserta non può non essere rimasto colpito dal cammino rieducativo avviato, dalla giustizia riparativa, dall’attenzione a chi soffre e si trova in difficoltà. Sono convinto che molti avranno avuto modo di intendere un mondo sino a oggi poco conosciuto e l’importanza del rispetto per tutti della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, del fine rieducativo della pena, principio costituzionale fortemente voluto da un grande statista e giurista come Aldo Moro.

L’avvocatura, ma anche alcuni gruppi della magistratura associata, in particolare “Area”, la magistratura di sorveglianza in generale, l’Associazione professori di diritto penale, alcune forze politiche: da questo schieramento proviene la proposta di innalzare da 18 a 24 mesi il residuo di pena massimo che rende possibile commutare la pena da inframuraria a domiciliare, e di svincolare tale beneficio dalla disponibilità dei braccialetti elettronici. Condivide tali richieste?

Fino ad oggi il ministro della Giustizia non ha voluto dare ascolto alle diverse componenti, avvocatura, magistratura, accademia, che hanno avanzato proposte e suggerimenti per migliorare e rafforzare i provvedimenti sin qui adottati, e che già si sono subito rivelati insufficienti. Recentemente sia il responsabile Sicurezza che il responsabile Giustizia del Partito democratico hanno fatto proposte del tutto ragionevoli ed efficaci. Molti presidenti e magistrati di sorveglianza hanno evidenziato che non è più tempo di stare a guardare, ma è indispensabile accelerare i tempi delle misure alternative al carcere per chi ha un residuo di pena non superiore ai due anni e non è detenuto per fatti gravi e violenti. Dopo settimane di silenzio assordante il presidente del Consiglio, in un’intervista all’Osservatore Romano, ha dichiarato che il problema carceri è una delle priorità di questo governo. Stiamo a vedere, sperando che agisca prima che sia troppo tardi, perché la questione sta diventando sempre più esplosiva.

Teme che misure più efficaci arriverebbero solo se, malauguratamente, il contagio nelle carceri diventasse non più controllabile?

Io credo innanzitutto che su questo tema, così come su altre urgenze ed emergenze, si debba cogliere l’occasione per non pensare solo al presente, ma anche al futuro. Vale per il carcere, come per il lavoro, per la burocrazia e per tante altre situazioni complesse e difficili che vengono da lontano. Ragioniamo sulla necessità che i piccoli o grandi passi in avanti che si dovranno fare per affrontare situazioni drammatiche siano anche la premessa per un cammino che porti a una vera e propria rivoluzione legislativa, normativa e di comportamento. Non si facciano solo interventi che diano risposta all’attualità senza avere una visione proiettata al futuro. Sui temi della giustizia, ad esempio, si ponga fine al “panpenalismo”. Si portino avanti sia una ragionevole depenalizzazione, sia un aumento dei riti alternativi, senza evidentemente incidere negativamente sulle garanzie individuali e collettive, ma avendo come obiettivo una giustizia più celere ed efficiente, oltre che realmente garantista.

Non a caso si tratta di proposte che avvocati, innanzitutto l’Unione Camere penali, e Anm avevano condiviso nell’ambito della riforma penale.

E sul tema carceri si faccia quanto urgente e necessario, ma si ragioni con prospettive più avanzate. Penso all’esperimento che già aveva dato buoni risultati nel 2003 quando si visse una situazione carceraria simile all’attuale. Con la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena residua fino a due anni, ad eccezione dei reati particolarmente gravi, è fortemente diminuita la recidiva dei detenuti scarcerati. In caso di inosservanza o violazione degli obblighi imposti si sarebbe scontata tutta l’intera pena e quella aggiuntiva. Credo che una norma simile, che ha avuto una effettiva efficacia deterrente, possa essere, con le necessarie modifiche, ancora oggi attuale ed efficace.

Il presidente emerito della Consulta Flick, in un’intervista al Dubbio, ha sostenuto come l’assurda condizione di promiscuità a cui i detenuti continuano a essere costretti persino in piena epidemia dovrà per forza di cose innescare, finita l’emergenza, un epocale superamento dell’attuale sistema di esecuzione penale. Secondo Flick si dovrà per forza prevedere che la pena in carcere sia mantenuta solo per i soggetti aggressivi e pericolosi, mentre per gli altri si dovrà ricorrere alle misure alternative. Che ne pensa?

Concordo totalmente con l’opinione del professor Flick, col quale ho collaborato, lui guardasigilli e io presidente della commissione Giustizia della Camera, per una riforma complessiva della nostra giustizia civile e penale. La situazione contingente ci deve portare a una riflessione sulle priorità di riforma del sistema giustizia e in particolare di quello carcerario. Dobbiamo abbandonare dogmatismi e facili schemi di vacua polemica politica. L’incentivazione rispetto all’adozione delle misure alternative al carcere e l’utilizzo dei riti alternativi costituiscono l’unica via adottabile per superare una volta per tutte non solo il sovraffollamento carcerario, ma anche l’ingolfamento e i tempi troppo lunghi dei processi che i nostri Tribunali devono affrontare.

In Italia il rapporto con l’Unione europea tiene viva una tensione lancinante fra le forze politiche, che la tragedia dell’epidemia sembrava poter attenuare. Crede si tratti solo di strumentalizzazioni o del segnale che l’emergenza coronavirus sia un banco di prova decisivo per la credibilità delle istituzioni europee?

In questa situazione politica così complessa è necessario attenerci alla realtà riscoprendo il valore della verità. La polarizzazione tende a imporre le sole tonalità del bianco e del nero: i cosiddetti sovranisti contro gli strenui difensori del progetto comunitario. Dobbiamo andare oltre le barricate ed essere capaci di dire la verità, anche quando è scomoda. La risposta dell’Unione è arrivata con un certo ritardo ma c’è stata e i segnali che ci arrivano dall’ultima riunione dell’Eurogruppo sono incoraggianti. Purtroppo però le decisioni di singoli Paesi si sono imposte su quella europea, la visione miope di alcuni si è sovrapposta al principio di solidarietà che anima i Trattati e il Parlamento europeo.

Ed è un limite che rischia di compromettere la tenuta dell’intero progetto europeo?

Vede, i luoghi comuni che da troppo tempo alimentano il dibattito politico hanno reso tossici e inaccettabili strumenti neutri come eurobond e Mes. Al di là delle etichette che abbiamo affibbiato a questi mezzi, dovremmo concentrarci sulle modalità per metterli in campo. La bontà e il valore di queste misure dipendono dalle loro specifiche realizzazioni e non dalla percezione politica a priori. Dobbiamo smentire il cliché che dipinge gli italiani come cicale e gli olandesi e i tedeschi come formiche egoiste, ma ci vuole più moderazione e contegno, come più volte richiamato dal Capo dello Stato. Non mi riferisco solo ai toni utilizzati dalle opposizioni.

Ma qual è la verità che lei vorrebbe veder ripristinata?

L’Italia, come gli altri Paesi, ha ottenuto molto dall’Europa: ad esempio la Bce ha messo a disposizione oltre 1.000 miliardi, la Bei ha mobilitato 200 miliardi per la liquidità delle imprese, la Commissione europea ha creato il fondo Sure con oltre 100 miliardi per la cassa integrazione europea, oltre a varie centinaia di milioni per la ricerca di vaccini, cure mediche, test di diagnosi per contrastare e prevenire la diffusione di Covid. Anche sul Mes, che ora ci viene offerto senza condizionalità, dire no per principio, facendo girare fake-news, è del tutto sbagliato anche perché sarà il nostro Paese a dire se avrà necessità o meno di utilizzare i 36 miliardi disponibili per spese sanitarie o per contrastare il coronavirus. Nessuno ce lo potrà imporre: purtroppo però la retorica dell’opposizione, ma anche di quella parte della maggioranza che aveva governato con la Lega, ha caricato il dibattito rendendo il Mes indigeribile all’opinione pubblica italiana. Lo ripeto: alle etichette e alla retorica politica dobbiamo preferire la verità e la realtà dei fatti per quanto complicati essi possano essere.

Fonte: IL DUBBIO

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