Un aspetto di specifico approfondimento sviluppato dalla Corte d’Assise d’Appello ha riguardato la determinazione di Cosa Nostra a colpire, non soltanto il dott. FALCONE quale vittima designata, ma anche i componenti della delegazione svizzera che si era trovata in Palermo sin dal 18 giugno e, segnatamente, la dott.ssa Carla DEL PONTE, Pubblico Ministero elvetico che portava avanti una proficua collaborazione con il collega siciliano finalizzata anche alla individuazione dei canali di transito del danaro proveniente da operazioni illecite.
In particolare si è cercato di chiarire se, gli uomini di Cosa Nostra fossero stati in grado di percepire furtivamente la notizia dell’invito a prendere un bagno presso la villa dell’Addaura, che il dott. FALCONE aveva porto al gruppo poco dopo il loro arrivo in Palermo.
Specifico oggetto di approfondimento ha costituito la cena di commiato organizzata dal dott. FALCONE per gli ospiti, la sera del 20/6/1989 presso il ristorante Charleston di Mondello.
La Corte ha, in particolar modo, ritenuto opportuno estendere l’esame dibattimentale anche ad altri, tra i partecipanti al convivio, che non erano stati escussi in primo grado.
Così sono stati esaminati tra i colleghi del dott. FALCONE il dott. Ignazio De Francisci , il dott. Gioacchino Natoli, il maggiore DE DONNO e la sig.ra Barbara SANZO.
Nessun elemento ulteriore è emerso da tali approfondimenti, essendo però del tutto verosimile come, la notizia degli spostamenti della delegazione, non fosse del tutto ‘blindata’: a molti era infatti noto che il giorno seguente la cena, il gruppo avrebbe fatto ritorno in Svizzera e non può escludersi che vi fosse stata una – più o meno dolosa – fuga di notizie anche sull’invito presso la villa dell’Addaura.
Sempre  a  tal  proposito,  la  teste  Barbara  Sanzo
prima collaboratrice del dott. FALCONE escussa il 24 giugno 2002, ha precisato – compatibilmente con la rilevante distanza temporale dai fatti – che la proposta del bagno, durante la pausa pranzo degli interrogatori, era stata avanzata la mattina del 20 giugno, ovvero lo stesso giorno, nel quale poi vi era stata la cena al ristorante di Mondello. Ha aggiunto peraltro che tale proposta era stata formulata in ufficio alla presenza di diverse persone non ricordando esattamente però di chi si trattasse rammentando il rammarico espressole dalla segretaria del dott. LEHEMANN, la signora Brugnetti, per non avere potuto cogliere l’opportunità cortesemente offerta dal magistrato palermitano.
Da tali dichiarazioni, emerge che l’invito poteva astrattamente, essere stato percepito in modo casuale da soggetti ai quali non si è potuto risalire.
E’ poi altrettanto pacifico, stando alle dichiarazioni rese da Barbara Sanzo e conformi con quelle già rese dalla teste Brugnetti in I° grado, che invece la decisione di non recarsi presso la villa, era stata assunta in seguito, nel pomeriggio del 20 giugno, quando il borsone con l’ordigno era già stato collocato, stante il protrarsi degli interrogatori programmati.
E’ dunque possibile che vi sia stata fuga di notizie quanto all’invito balneare all’Addaura, ma è altrettanto certo che non ve ne fu alcuna sul mutamento di tale programma – e la prosecuzione degli interrogatori in Tribunale – elemento questo, che avrebbe verosimilmente indotto a rinviare l’attentato rimuovendo l’ordigno medesimo.
Il teste Roberto Lindiri, al tempo dei fatti tutela personale del dott. FALCONE, ha affermato che (f.45 esame del 10/6/02) il 20 giugno aveva appreso dai colleghi cui aveva dato il cambio, che il giudice doveva incontrarsi con la dott.ssa DEL PONTE presso la villa dell’Addaura, pur senza essere in grado di fornire ulteriori dettagli o ancorare il ricordo a qualche specifico particolare. Il Lindiri ha così fornito un elemento nuovo, che dev’essere valutato unitamente a tutti quelli già raccolti sul punto ed in tale ottica può costituire – anche per la spontaneità e genuinità del racconto – elemento sintomatico, se non autonomamente significativo, in riferimento ad un incontro che doveva veri?carsi e del quale diverse persone erano a conoscenza.
A tali scarni ma univoci elementi di fatto, derivati dall’approfondimento istruttorio ex art. 603 cpp, deve aggiungersi però     che, sotto il profilo del movente, pareva assolutamente coerente, oltre che tempestiva, la volontà di colpire ove possibile, ed approfittando della “straordinaria coincidenza temporale” (sentenza di I° grado f.88) un personaggio, la dott.ssa DEL PONTE, che, con la principale vittima designata, non soltanto stava intessendo    una collaborazione efficacissima sotto il profilo investigativo, ma utilizzava metodologie d’indagine di pari    incisività, che si erano rivelate particolarmente ‘dannose’ per la consorteria, ed in particolare per quelle famiglie che erano dedite al riciclaggio di danaro sporco.
Vengono a coniugarsi perfettamente sotto questo profilo, due spunti derivanti l’uno dalle dichiarazioni del teste dott. Manganelli, l’altro dall’esame reso in II° grado dal collaboratore Antonino GIUFFRE’.
L’alto funzionario di Polizia ha infatti letteralmente precisato (f. 37 del 17/7/00), quanto segue, ribadendo quale fosse la natura dell’attentato e ricordando le stesse convinzioni del dott. FALCONE in merito:
TESTE MANGANELLI: – Certo. Che era un attentato finalizzato ad ucciderlo, probabilmente con il valore aggiunto di una presenza importante e non frequente nella casa che prendeva in affitto ogni anno, della dottoressa Carla DEL PONTE, magistrato che aveva con lui individuato una serie di canali del rinvestimento all’estero di denaro provento di traffci di stupefacenti e quant’altro, e quindi ritenne che quella potesse essere una chiave di lettura.

Analogamente il GIUFFRE’, in merito alle cui dichiarazioni deve richiamarsi il generale giudizio di credibilità personale ed attendibilità intrinseca già manifestato, espressamente escusso dalla Corte sul punto, ha fatto ricorso ad una significativa quanto incisiva locuzione, riferita ad un commento del Provvenzano, di tenore analogo rispetto a quanto emerso dalle altre risultanze di cui si è, sin qui, dato conto: (f.16 del 12/2/03)
GIUFFRE’ ANTONINO: – E allora, vi era la presenza in questa villa all’Addaura anche di un magistrato, non ricordo bene addirittura se assieme a quest’altro magistrato della Svizzera, DEL PONTE, ce ne fosse anche un’altra… un altro. E siccome questi avevano intrapreso dei contatti o della collaborazione tra la Svizzera e Palermo e cioè in modo particolare tra il dottore FALCONE e la dottoressa DEL PONTE ed era un discorso visto con una certa pericolosità, perché sia il FALCONE e sia la DEL PONTE erano considerati dei magistrati molto pericolosi e…
GIUFFRE’ ANTONINO: – Ragion per cui ricordo una frase del… del Provenzano, dice si era cercato appositamente, come ho detto, erano considerati dei magistrati molto pericolosi e di prendere con una  fava due piccioni.

In tale contesto, dunque, la dott.ssa DEL PONTE, al pari del dott. FALCONE, appariva quale fisiologico e naturale obiettivo per Cosa Nostra che aveva saputo cogliere al volo la favorevole opportunità data dalla coincidenza cronologica.
Già nell’impugnata sentenza era stato attentamente affrontato l’argomento relativo alla fuga di Oliviero Tognoli, finanziere ricercato dalla A.G. palermitana: era emerso nella circostanza che una ‘soffiata’, confidata al dott. FALCONE ed alla dott.ssa DEL PONTE, che lo avevano interrogato dopo l’arresto, in sede di commissione rogatoria a Lugano, avesse posto il personaggio in condizione di sottrarsi – pur temporaneamente – all’arresto.
In relazione all’autore di quel ‘suggerimento’ il Tognoli si era mostrato reticente, salvo poi confidare fuori d’interrogatorio ed in separata sede ai due magistrati (senza poi voler verbalizzare il dato), che si era trattato del dott. Bruno Contrada noto funzionario della Questura di Palermo (poi tratto a giudizio per il delitto di cui all’art. 416 bis cp.).
La dott. ssa DEL PONTE (f. 24 del 18/3/99) aveva ricordato che il Tognoli, nell’interrogatorio svizzero dopo l’arresto, aveva detto di conoscere Contrada e Di Paola, funzionari di Polizia a Palermo, ma di essere stato avvertito dell’ordine di custodia a suo carico dal proprio fratello Mauro.
Il dott. Ayala (f. 114 del 11/10/99) pure presente a quegli interrogatori, aveva ribadito che il Tognoli aveva fatto i nomi di Contrada e De Paola con riferimento alla sua fuga.
L’avv. Franco Gianoni, difensore del Tognoli e non presente alla rogatoria palermitana dove era stato sostituito dal figlio Filippo, (f. 27 e 72 del 31/5/00) aveva nuovamente sottolineato quanto già emerso dal verbale di interrogatorio in sede di rogatoria, da dove emergeva il nome di De Paola con esclusivo riferimento ad un ‘avvertimento’ che questi aveva dato al vecchio compagno di scuola Tognoli.
In?ne il Commissario della Polizia ticinese Clemente Gioia, (che faceva parte della delegazione elvetica  a Palermo), ha riferito testualmente (f.85 del 18/3/99) di aver appreso dalla viva voce del Tognoli, (nell’ottobre del 1988 allorchè era andato a riceverlo, all’atto della costituzione all’aereoporto di Agno, dopo 4 anni di latitanza), che costui era riuscito a sottrarsi all’arresto, in quanto preventivamente informato della imminente emissione di un provvedimento restrittivo nei suoi confronti da un suo pari grado riferendosi evidentemente a un funzionari di polizia italiana.
Tali elementi appaiono, ad avviso della Corte, rilevanti sotto il profilo della individuazione del movente omicidiario, sia con riferimento al dott. FALCONE che dei componenti    della delegazione svizzera, ed in particolare della dott.ssa DEL PONTE. Le risultanze processuali inducono pertanto la Corte a ritenere provato che sussistano nella specie, in linea con le argomentazioni del tutto condivisibili dei primi Giudici, gli elementi di ordine oggettivo che caratterizzano il reato di strage, come confermato dalle dichiarazioni    del BRUSCA    e dalla    micidialità dell’ordigno.
Sotto il profilo dell’elemento psicologico si impone
invece una puntualizzazione, rispetto alla di?erente soluzione adottata in I° grado nei confronti rispetto agli obiettivi destinati ad essere colpiti, ovvero il dott. FALCONE ed i suoi accompagnatori svizzeri.
Secondo i primi giudici inatti, gli attentatori agivano per un ?ne diretto costituito essenzialmente dalla uccisione del Giudice FALCONE e per un altro, di carattere eventuale, rappresentato anche, in ipotesi, dalla eliminazione di quanti si trovassero in sua compagnia (f. 89/90 sentenza di I° grado).
E’ di tutta evidenza invece, ad avviso della Corte, che concordino temporalmente e logicamente vari elementi che, tra loro concatenati, consentono di ricondurre, sotto il pro?lo psicologico, l’azione adottata da ‘Cosa Nostra’ nell’ambito della configurabilità del dolo diretto e specifico.
Il forte movente determinato dalle indagini congiunte che attingevano pericolosamente i canali di approvvigionamento e di riciclaggio di Cosa Nostra, la notizia dell’invito presso la villa formulato ai colleghi dal dott. FALCONE, la durata limitata temporalmente dell’ordigno che sposa il breve arco di tempo nel quale il bagno doveva svolgersi, sono tutti indizi che convergono verso l’unica soluzione possibile: un attentato che prevedeva e voleva espressamente la eliminazione del dott. FALCONE, considerando incidentalmente (ma con altrettanta determinazione) la forte probabilità di poter attingere un secondo obiettivo la cui eliminazione sarebbe risultata parimenti “utile” per Cosa Nostra  e quindi un’azione che, in sostanza, utilizzando le colorite espressioni del collaborante Antonino GIUFFRE’ (f.16), era mirata a “prendere due piccioni con una fava”.
Tale tipologia di azione, secondo una giurisprudenza
della Suprema Corte che deve ritenersi condivisibile, non rientra nell’elemento del dolo eventuale essendo   in   sostanza   “eventuale”   non   tanto la veri?cazione dell’evento (la morte di più persone) ma solo la individuazione dell’obiettivo da colpire. […].

 

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