Nello stesso periodo di tempo, il gruppo 2 del Nucleo Operativo aveva avviato, su segnalazione proveniente dalle stazioni CC di Monreale e di S. Giuseppe Iato, un proprio filone investigativo con lo scopo di ricercare sul territorio nazionale Baldassare Di Maggio.
Costui era un soggetto all’epoca incensurato e, sostanzialmente, sconosciuto alle forze dell’ordine, ma veniva indicato da una fonte confidenziale come persona di un certo rilievo per l’organizzazione criminale nel mandamento di S. Giuseppe Iato, che aveva svolto le funzioni di autista per Salvatore Riina e che si era dovuto allontanare dal territorio siciliano, andando a riparare nel nord Italia, a causa di un forte contrasto maturato all’interno del sodalizio criminale con Giovanni Brusca, tale da avergli fatto temere per la sua stessa incolumità.
Si veniva, pertanto, a profilare la potenziale importanza di questo personaggio, che in quanto al centro di un feroce dissidio interno alla compagine mafiosa, tale da costringerlo ad una precipitosa fuga in un territorio a sé totalmente estraneo, avrebbe potuto rappresentare una preziosa occasione per futuri spunti investigativi, anche e soprattutto nella direzione della cattura dello stesso Brusca.
In effetti, il Di Maggio – come ha dichiarato in dibattimento, concordemente agli altri collaboratori di giustizia, tra i quali La Rosa Giuseppe, Brusca Giovanni, Di Matteo Mario Santo, Camarda Michelangelo, Giuffré Antonino, tutti escussi nel presente procedimento – aveva ricoperto negli anni 1985-1989, proprio su investitura del Riina, il ruolo di capo mandamento reggente di S. Giuseppe Iato al posto di Bernardo Brusca, che era stato raggiunto da provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale.
Negli ultimi anni ’80, tuttavia, non godeva più della completa fiducia di Salvatore Riina e del noto latitante Bernardo Provenzano, a causa di contrasti legati alla gestione degli appalti in Sicilia che allora era affidata ad Angelo Siino, uomo assai vicino allo stesso Di Maggio, il cui ruolo cominciava però a divenire inviso ai due capomafia, che ne volevano ridimensionare il potere e l’ambito decisionale. Giovanni Brusca, d’altra parte, ormai tornato dal confino cui era stato costretto per vicende giudiziarie, aspirava, in quanto figlio di Bernardo, ad assumere il comando del mandamento, ragione per cui intraprese con il Di Maggio, sin dal 1990, una feroce lotta per la conquista del potere.

Questi fattori determinarono (cfr. deposizioni rese dai collaboratori di giustizia già citati) un progressivo ed irreversibile deterioramento dei rapporti tra l’organizzazione criminale ed il Di Maggio, tanto che quest’ultimo nel 1990/1991 decise di allontanarsi dalla Sicilia ed intraprese una serie di viaggi all’estero, continuando a mantenere, tuttavia, i contatti con il territorio, soprattutto a mezzo dell’amico Giuseppe La Rosa, che spesso incontrava in Toscana, presso dei propri parenti che ivi risiedevano.
A marzo dell’anno 1992 fu mandato a chiamare dal Riina e partecipò ad una riunione con Raffaele Ganci e Giovanni Brusca, che si svolse vicino la clinica Villa Serena a Palermo, avente ad oggetto la risoluzione della questione relativa ai contrasti sorti tra i due esponenti mafiosi; in tale occasione, il Riina decise che il mandamento fosse governato dal Brusca, rispetto al quale il Di Maggio sarebbe dovuto restare in posizione subordinata.
Quest’ultimo realizzò di non avere più spazi e, dopo un tentativo di ottenere il permesso di soggiorno in Canada, decise di trasferirsi nel nord Italia, a Borgomanero, dove già risiedeva un suo vecchio conoscente di nome Salvatore Mangano.
A fine agosto 1992 Giuseppe La Rosa, nel corso di uno dei loro incontri in Toscana, gli confermò quanto già aveva intuito nella riunione di Palermo, ovvero che l’associazione aveva deciso di sopprimerlo, prendendo a pretesto la circostanza che avesse intrapreso una relazione sentimentale non consentita, in violazione dei suoi obblighi di “uomo d’onore”.
Tuttavia “Balduccio”, come veniva soprannominato dai suoi sodali, non si diede per vinto ed anzi, ha riferito il La Rosa, proprio perché ormai non vedeva altra via d’uscita maturò l’intenzione di eliminare Giovanni Brusca, proponendosi, a tal fine, di ottenere l’autorizzazione del Riina, ovvero, in caso contrario, di sbarazzarsi anche del boss corleonese, sfruttando i dissapori che nel frattempo erano sorti tra quest’ultimo e parte dell’organizzazione, che si riconosceva nel Provenzano, la quale aveva mal tollerato la strategia dell’attacco frontale allo Stato che il Riina aveva deciso di intraprendere, da molti ritenuta la causa dell’inasprimento del trattamento carcerario per gli affiliati ed un fattore di rischio per la continuità e la produttività degli affari del sodalizio.

Nel frattempo, il fronte delle iniziative portate avanti dall’Arma contro “cosa nostra” registrava, nel medesimo arco temporale, anche un altro intervento.

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