Puglisi 9
“Esponente del clero siciliano più avanzato e coraggioso”, Padre Giuseppe Puglisi “era divenuto, al pari di altri preti di frontiera impegnati nelle attività sociali, un sacerdote di trincea che aveva trasformato la sua chiesa in una prima linea nella lotta alla mafia; esprimeva l’immagine di un clero isolano non più timido ed impacciato nelle prese di posizione contro il potere mafioso, bensì risoluto e battagliero nella coerenza evangelica e nella testimonianza di fede, ed impavido nel mobilitare la comunità e favorire il risveglio delle coscienze”.
“Era stato parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio, che il sacerdote aveva cercato di trasformare da roccaforte e riserva di “Cosa Nostra” in avamposto dell’antimafia, dal quale combatteva ogni forma di prepotenza e soprusi ed aveva avviato un’opera di risanamento morale e religioso che aveva coinvolto larghe fasce di fedeli, i quali avevano visto nel sacerdote un punto di riferimento in una realtà territoriale spesso indifferente o peggio acquiescente ed in una situazione ambientale fortemente intessuta di complicità, silenzi ed omertà”.
Don Puglisi “concepiva la sua missione come impegno nelle attività sociali, come educazione dei giovani alla giustizia, al rispetto dei diritti e dei doveri e, nel rigoroso ambito della visione pastorale ed evangelica del suo operato, esortava cittadini e parrocchiani e tutta la comunità ecclesiastica ad aderire alla cultura ed alla pratica dell’ordinaria legalità. Per questo raccoglieva i giovani dalla strada tossicodipendenti e sbandati, utilizzando per il loro recupero e lo svolgimento delle attività sociali luoghi che un tempo erano sotto il dominio di “Cosa Nostra” che li destinava all’esercizio di attività criminali. Aveva dato vita anche ad un gruppo di giovani volontari diventando presto punto di riferimento per tutti gli emarginati della zona ed aveva creato un centro di accoglienza “Padre Nostro”, annesso alla chiesa di San Gaetano”.
“Con l’ausilio di volontari ed altri religiosi, operando in un quartiere degradato ed emarginato, assoggettato alla cultura della sudditanza alla organizzazione criminale che aveva reso passivi e succubi larghi strati di popolazioni, il prete aveva lucidamente inteso la sua missione – tramite il suo silenzioso ma efficace operato – come un “percosso di liberazione” dei suoi parrocchiani ed in generale della gente della borgata, dall’impotente assuefazione al predominio mafioso […]. Aveva valorizzato gli spazi di aggregazione e potenziato l’esperienza del centro sociale, moltiplicando le occasioni di incontro con la gente della borgata ed in genere con i più bisognosi, sperando di incidere anche in quelle frange ormai cronicamente cresciute in un clima di omertà mafiosa, fossero essi giovani malavitosi o ragazzi abbandonati, più facili prede delle lusinghe mafiose”.
“Era di carattere schivo e riservato, preferendo l’impegno quotidiano alle azioni spettacolari, ma per il suo attivismo che si esprimeva nell’organizzazione di visite ed incontri con le Istituzioni, nella partecipazione a cortei contro il prepotere criminale, nelle denunce del malaffare, si era esposto prima alle rappresaglie poi all’offensiva della mafia, aveva ricevuto minacce, avvertimenti, che aveva coraggiosamente denunciato ai fedeli nelle omelie domenicali”.
Don Puglisi, […] era convinto che […] le intimidazioni e le minacce, che avevano lo scopo evidente di incutere paura e terrore, provenissero da chi allora comandava nel quartiere, affermando espressamente che i comandanti della zona con sicurezza erano i fratelli Graviano.

[…] Da tutti gli atti del processo […] emerge, la figura di un prete di trincea, un sacerdote che infaticabilmente lavorava sul territorio; un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella realtà del tutto particolare e difficile di un quartiere degradato, dove, “fino a qualche tempo prima c’era quasi il coprifuoco la sera”.

[…] Ed a Brancaccio si poteva morire anche solo per avere avuto il coraggio di reclamare una vita normale, la legalità più elementare, la voglia di professare l’impegno sociale cristiano, da molti spesso sbandierato ma solo da pochi praticato.
Don Pino non faceva politica, non era iscritto nel lungo elenco dei retori dell’antimafia. Era solo un uomo ed un cristiano che cercava la normalità e pretendeva la normalità. Per lui la legalità era normalità del convivere civile e non un esercizio di retorica. La legalità, per lui, era potere operare da uomo libero, con semplicità, con naturalezza, senza servire il politico o l’amministratore di turno e senza abdicare alla dignità di cittadino, di sacerdote e di uomo.[…]
Sulla vita e sulla attività del sacerdote hanno reso testimonianza le persone a lui più vicine e coloro che lo affiancarono nel suo quotidiano apostolato: […]
L’allora diacono Renna Rosario Mario, che coadiuvava padre Puglisi nelle celebrazioni liturgiche, nell’amministrazione della parrocchia e nelle attività del centro di accoglienza “Padre Nostro”, e che era stato l’ultimo a vedere in vita il prelato la sera del delitto, ha riferito che il sacerdote dedicava particolare cura al recupero dei bambini del quartiere di Brancaccio che non frequentavano la scuola, e che, per rendere più incisiva tale opera, verso la fine del primo anno di parrocato, padre Puglisi aveva istituito dei corsi di scuola elementare e di scuola media, maturando e portando avanti anche l’idea di creare un centro di accoglienza per dare assistenza ai malati, agli anziani ed ai diseredati, mancando del tutto il quartiere di strutture in tal senso.
Padre Puglisi manteneva ottimi rapporti col Comitato Intercondominiale di via Azolino Hazon, al quale dava tutto il suo contributo, incoraggiando le persone impegnate nello stesso e schierandosi al loro fianco per tutte le iniziative sociali che venivano portate avanti.
Detto comitato era costituito da un gruppo di persone di quel rione che portavano avanti iniziative sociali in perfetta sintonia con l’opera pastorale parallelamente svolta da Don Puglisi, il quale dava allo stesso comitato il suo pieno sostegno come padre spirituale.
Il Renna ha aggiunto che padre Puglisi non gli aveva mai riferito di avere ricevuto minacce. Negli ultimi tempi, però, il sorriso sulle sue labbra si era spento, il suo sguardo adombrato, circostanze che egli aveva fatto presente al sacerdote, ricevendone come risposta: “non ti preoccupare…… non c’è niente”.

[…] Carini Giuseppe, un giovane allora studente della facoltà universitaria di medicina e chirurgia molto vicino a Padre Puglisi, ha evidenziato che il religioso aveva rapporti tormentati con il Consiglio di Quartiere e con le forze politiche in genere. Il Carini, che era stato uno dei più attivi collaboratori della parrocchia di San Gaetano, ha affermato che padre Puglisi non si sarebbe mai azzardato a fare propaganda elettorale per alcun partito e che aveva avuto modo di constatare che era entrato in conflitto con certi soggetti – come uno dei fratelli Mafara, il medico Nangano e la moglie, Pippo Inzerillo, Cosimo Damiano Inzerillo – i quali facevano parte di un comitato di festeggiamenti che organizzavano feste rionali mediante questue con cantanti od altre cose del genere, utilizzando tali nmanifestazioni come trampolino per ricevere voti elettorali.

Padre Puglisi appunto non aveva accettato che “in un quartiere, dove c’era un disagio sociale grandissimo, si potessero spendere anche ottanta milioni per delle feste, ed entrò in contrasto con loro, soprattutto col dottore Nangano”.
Il teste ha ricordato che per l’Epifania una signora, facente funzioni di segretaria del Consiglio di Quartiere, aveva organizzato una recita, alla quale avevano presenziato l’onorevole Mario D’Acquisto ed alcuni consiglieri comunali, tra cui una signora chiamata la “madrina di Brancaccio”. In quella occasione padre Puglisi aveva mostrato il suo disappunto per la presenza di quelle persone che, pur sapendo che la gente del quartiere viveva in condizioni misere, avevano avuto il coraggio di presentarsi in quella zona per chiedere consensi elettorali. Il sacerdote in quella occasione aveva preso la parola ed aveva detto testualmente: “Qui c’è una situazione nel quartiere disagiata al massimo, senza una scuola media, gente disoccupata,…….situazioni familiari assurde, promiscuità incredibile e voi venite qui a chiedere voti, ma perché, con quale faccia vi presentate qui!”.
Negli ultimi mesi di vita padre Puglisi era cambiato d’umore: era divenuto molto riservato ed aveva cominciato ad allontanare tutti coloro che gli erano stati più vicini, evitando che rimanessero con lui fino a tarda sera.
[…] Don Puglisi aveva acquistato uno stabile, installandovi il centro di accoglienza “Padre Nostro” che all’inizio aveva avuto come obiettivo lo studio delle condizioni ambientali del quartiere; in seguito era stato strutturato in modo da dare assistenza ai minori a rischio, agli anziani, ai disadattati. A questo scopo vi lavoravano le suore dei poveri di Santa Caterina da Siena e parecchi volontari. Il prezzo di acquisto dell’immobile era stato pagato in parte con un mutuo bancario e in parte con denaro messo a disposizione dallo stesso Don Puglisi, il quale insegnava presso il liceo classico Vittorio Emanuele di Palermo. […]

Dalle deposizioni delle persone […] che affiancarono don Puglisi nel suo apostolato quotidiano […] emerge la figura di un prete di trincea, un religioso che infaticabilmente operava sul territorio, “fuori dall’ombra del campanile” della sua parrocchia.
Don Puglisi, in sostanza, era il centro motore di molteplici iniziative non soltanto pastorali ma anche sociali e persino economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto della gente onesta della borgata, migliorandone le condizioni di sopravvivenza civile.
Tutte le opere e le iniziative benefiche che avevano fatto capo al sacerdote […] mostrano la figura di un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, un prete immerso nella difficile realtà di un quartiere della periferia degradata della città, che non si arrende neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni.
Il parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio aveva scelto di schierarsi, apertamente e concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva deciso di appoggiare fermamente e senza riserve i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, vivibile ed accogliente, e per questo erano mal visti, boicottati e addirittura bersaglio di intimidazioni e di atti violenti.
Tutto ciò non lo aveva distolto dalle sue occupazioni silenziose e quotidiane in favore della comunità: soltanto di fronte all’azione implacabile di una maledetta truce mano omicida il suo spirito indomito di religioso, impegnato sul piano etico e civile, aveva dovuto soccombere, solo ed inerme.

Per il suo attivismo, infatti, il buon prete si era esposto dapprima alle rappresaglie, e, poi alla tremenda offensiva mortale della mafia.
La straordinaria vicenda di Padre Pino Puglisi – 3 P come chiamavano il sacerdote i suoi collaboratori più stretti – è, in realtà, nella sua disarmante semplicità, la storia di quanti sono morti per affermare la normalità e la legalità in una terra soggiogata dalla prepotenza mafiosa.

Fonte mafie blog autore repubblica

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