Domenica, nella versione cartacea, ed alcuni giorni prima in quella online, il giornale La Repubblica ha dedicato un ampio reportage al caso Antoci, a firma del noto giornalista Attilio Bolzoni. Ieri, l’impreditore siracusano, Francesco Bongiovanni, ha trasmesso, con posta certificata, la corposa indagine giornalistica di Bolzoni alla Procura di Reggio Calabria, alla Procura Generale presso la Cassazione e ad altre competenti autorità istituzionali. Già qualche mese fa, sempre il Bongiovanni, aveva trasmesso anche alcuni significativi documenti e stralci relativi all’inchiesta, o per meglio dire alla ‘non inchiesta’, condotta dalla Procura della Repubblica di Messina sul fallito attentato a Giuseppe Antoci. Come si ricorderà il presidente della Commissione Regionale Antimafia, Claudio Fava, è stato duramente attaccato da più parti, per avere dimostrato, carte, documenti e testimonianze alla mano, che a maggio del 2016 l’attentato subito dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi, poteva non essere opera della mafia. Fava, assieme a tutta l’Antimafia Regionale e all’intera Assemblea Regionale Siciliana, che ha votato, all’unanimità, una documentatissima relazione su questo controverso attentato, hanno espresso tutti quanti il dubbio che forse si è trattato di una simulazione da parte di chi, in passato, ha usato questi metodi per fare carriera e soldi. Ogni riferimento a fatti e personaggi, in questo caso, non è puramente casuale. Basta evocare a tal proposito cosa è avvenuto con il cosiddetto ‘sistema Montante’, per rendersi conto di una serie di interconnessioni e depistaggi investigativi che, purtroppo, continuano a condizionare anche l’attività giudiziaria di alcune Procure e di alcuni Tribunali. Il fatto ancor più grave di questa tragica vicenda è che, due anni dopo quel vero/finto attentato, sono morti improvvisamente, nel giro di 24 ore, due poliziotti che si sono occupati del caso. Uno dei due era presente sul luogo dell’agguato, l’altro ha condotto l’inchiesta sul caso Antoci. Entrambi lavoravano nello stesso Commissariato, quello di Sant’Agata di Militello. I due poliziotti, badate bene, sono entrambi morti di morte naturale. Quello che non si riesce ancora a capire è il perché il giornalista Pecoraro delle Iene, alcuni membri della Commissione Nazionale Antimafia, su tutti l’ex grillino ed amico dell’ex senatore Beppe Lumia, Mario Michele Giarrusso, hanno attaccato maledettamente il presidente dell’Antimafia Regionale Fava. Perché il Procuratore di Messina De Lucia qualche mese fa, senza condurre alcuna attività d’indagine, dopo che gli è stata trasmessa la relazione del parlamento regionale siciliano sul caso Antoci ha chiesto, in fretta e furia, l’immediata archiviazione del caso. Archiviazione peraltro sugellata da una frase strana, sprezzante ed irriguardosa. Ci riferiamo a quanto ha scritto proprio nell’ordinanza di precipitosa archiviazione, la GIP Finocchiaro, il magistrato che ha preso questa incredibile decisione. La Finocchiaro ha infatti definito ‘farneticante’ l’inchiesta parlamentare, senza sentire il dovere di ascoltare i testimoni, già sentiti dalla Commissione Regionale Antimafia, dimostrando, sia lei per la verità, ma anche il Procuratore di Messina De Lucia, per lo meno tanta superficialità e, soprattutto scarsissima considerazione nei confronti di Fava e di tutto il Parlamento Regionale. Oltre a questo c’è da aggiungere che anche il Capo della Polizia Gabrielli ed il Procuratore Nazionale Antimafia, De Rhao, sono intervenuti sui media nazionali, probabilmente perché indotti in errore, sostenendo in maniera inequivoca, ma del tutto apodittica, che quello di Antoci è stato un attentato mafioso, sulla scorta della carenti e lacunose informazioni che hanno fornito loro i ‘parenti del morto’, anzi di due morti; ci riferiamo, non ce ne vogliano alcuni investigatori e magistrati, ai due poliziotti scomparsi. Forse scomparsi perché erano due scomodi testimoni? Dal canto loro gli investigatori e gli uffici giudiziari messinesi se la sono cantata e suonata da soli, conducendo e/condizionando il corso delle indagini, od il corso dei depistaggi se preferite. Ecco perché Claudio Fava, a quanto pare finora invano, continua a parlare di un ipotetico, ma assai plausibile, atto eversivo, posto in essere lassù, sui monti Nebrodi, in quel fatidico mese di maggio del 2016. Dopo il depistaggio relativo alla strage di via D’Amelio, del luglio del 1992, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, consumatosi grazie all’utilizzo del falso pentito Scarantino, quella relativa al finto/vero attentato ad Antoci è forse, in ordine di tempo, l’ultima e più grossa storia di eversione giudiziaria che si ricordi.

Di seguito il link del reportage di Bolzoni sul caso Antoci:

https://www.italyflash.it/2020/09/15/il-caso-antoci-unimpostura-di-stato-tra-depistaggi-morti-e-pericolosi-velinari/

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