Il 9 marzo 1979, poco dopo le 22, Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana, viene ucciso con alcuni colpi di pistola. Il suo è indicato come il primo omicidio «politico-mafioso» di Palermo, teso a mutare la linea politica che Reina stava realizzando o era prossimo a compiere. Un altro modo per dire che quell’omicidio è una vicenda assai complessa. Un altro modo, forse, per affermare che non si sarebbe mai fatta piena luce…

Un venerdì sera di marzo. Michele Reina si prepara a rincasare insieme alla moglie e a una coppia di amici. Si è appena seduto in macchina e dal sedile del guidatore non si alzerà più. Indossa un impermeabile chiaro, completamente abbottonato. Tre colpi di pistola lo hanno ucciso sul colpo. I fotografi immortalano la scena dell’omicidio. Ha gli occhi spalancati, come pure la bocca; testa e corpo cedono sullo schienale mentre il viso appare leggermente inclinato di lato. Un rivolo di sangue sgorga dalle labbra e scende giù sul collo.
È l’immagine della morte a cui più di qualcuno chiede di non abituarsi. Perché la violenza mafiosa assuefà il «pubblico». Il rischio è quello che oltre a tollerare la Mafia, si possa fare altrettanto con quelle azioni così crudeli, drammatiche, scioccanti…
La dinamica del delitto è così ricostruita: «Alle ore 19.20 circa del 9 marzo 1979, i coniugi Michele Reina e Marina Pipitone, unitamente agli amici Mario Leto e Giulia Rossi, si erano recati a bordo dell’autovettura Alfetta 2000, targata PA520605, di proprietà del Reina e condotta dallo stesso, presso la famiglia del dr. Antonino Giammancheri, abitante in questa via Principe di Paternò […], per una visita di cortesia, programmata dalle due coppie nella sera precedente e nel corso di quella mattinata. Dopo avere parcheggiato l’autovettura nella via Principe di Paternò, […], i predetti si erano trattenuti a conversare con il Giammancheri ed i familiari di questo sino alle ore 22.15 circa, ora in cui, congedatisi, avevano attraversato la sede stradale raggiungendo l’autovettura, parcheggiata poco distante. Nulla di anormale era stato notato che potesse fare presagire ai quattro quanto, di lì a poco, sarebbe accaduto. Il Reina aveva preso posto alla guida dell’auto, il Leto sul sedile anteriore, le due donne sul sedile posteriore alle spalle dei rispettivi coniugi. Improvvisamente – il Reina non aveva ancora azionato l’accensione del motore e non aveva ancora chiuso lo sportello dell’auto – un giovane ben vestito, dall’aspetto distinto, che la signora Pipitone aveva notato avanzare sulla sua sinistra costeggiando il marciapiede, aveva cominciato a far fuoco, da distanza ravvicinata, contro il Reina, esplodendo con una rivoltella calibro 38 vari colpi, che attingevano la vittima in parti vitali, causandone l’immediato decesso. Il Leto, ferito ad una gamba, e la consorte erano riusciti ad aprire gli sportelli e a scendere dall’auto nel tentativo di trovare fuori un riparo. La moglie del Reina era rimasta prima attonita, seduta dietro il cadavere del marito, poi anch’ella era scesa dall’autovettura. Nel frattempo l’assassino, dopo avere esploso i colpi, era salito a bordo di una Fiat Ritmo celeste, ferma a breve distanza […]. Contro l’autovettura che si allontanava, il Leto era riuscito a sparare – inutilmente – un colpo d’arma da fuoco con la sua rivoltella cal. 38».

Poco dopo l’omicidio e nei giorni seguenti, sarebbero arrivate ai giornali sedicenti rivendicazioni dell’assassinio da parte di Prima Linea, gruppo terroristico di estrema sinistra (successivamente smentite proprio da parte del predetto gruppo). Perché queste chiamate? Un tentativo di depistare le indagini oppure una reale pista da seguire? Le cronache giornalistiche dell’epoca, in effetti, almeno inizialmente non avrebbero smentito questa ipotesi. Come pure non lo avrebbero fatto i colleghi di partito di Reina. Il terrorismo era l’emergenza nazionale. Ma quello rosso, almeno a Palermo, con l’omicidio di Reina non c’entrava affatto. Quello che apparve evidente agli inquirenti era che fosse un omicidio di natura mafiosa. Ma bisognava dimostrarlo e capirne le ragioni.
Sarebbero occorsi qualche anno e qualche altro omicidio eccellente – soprattutto quello del presidente della regione, Piersanti Mattarella – per comprendere il contesto in cui era maturato l’assassinio del segretario provinciale. Intanto, però, la storia di Michele Reina come pure quella della sua morte passavano in secondo piano.
Nel corso degli anni Ottanta le indagini riprendono nuovo vigore e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in particolar modo quelle di Tommaso Buscetta e poi quelle di Francesco Marino Mannoia, offrono importanti spunti di riflessione. Il primo accusa direttamente Totò Riina. Il secondo afferma: «Generalmente l’omicidio importante viene deliberato dalla ‘Commissione’ ma in ogni caso è impensabile che detto omicidio possa essere effettuato senza che ne sia a conoscenza il capo mandamento competente per territorio. […] La causale del suo omicidio non può che essere la stessa, trattandosi in ogni caso di indubbio omicidio di matrice mafiosa, connesso all’attività politica del Reina». E ancora Mannoia dichiara: «[…] non è senza significato – a mio avviso – che certi omicidi, aventi una certa valenza politica, siano avvenuti sempre in territori posti sotto il controllo di Francesco Madonia da Resuttana e di Pippo Calò, che, unitamente a Giuseppe Giacomo Gambino ed a Salvatore Riina, sono quei componenti della ‘Commissione’ che hanno mostrato maggiore propensione verso i fatti politici».
Perché Cosa Nostra decise di uccidere Michele Reina? L’apertura a sinistra di una parte della Democrazia cristiana siciliana era un segnale forte, che rompeva certi equilibri e certi interessi, laddove poi non solo si propugnava un rinnovamento morale ed etico della politica, ma si intendeva perseguire per davvero il progresso sociale; in antitesi con i vari Vito Ciancimino e Salvo Lima, e con la loro corrente politica di riferimento. La fine degli anni Settanta coincise con un nuovo corso politico, in piena sintonia con l’esempio di Aldo Moro a Roma. A Palermo, il nuovo sindaco Carmelo Scoma e la sua giunta avevano l’appoggio esterno del Partito comunista, cosa impensabile fino a poco tempo prima.
L’eliminazione di Reina «è stata voluta, sulla scorta delle risultanze acquisite, certamente da Cosa Nostra e […] da quel nucleo ‘corleonese’ della ‘Commissione provinciale’ che inizia a manifestarsi proprio con questo omicidio ‘eccellente’, portando un attacco frontale nei confronti della classe politica, in patente contrasto con l’antica e collaudata tecnica dell’infiltrazione nel tessuto istituzionale, che aveva uno dei suoi più autorevoli interpreti in Stefano Bontate, a quell’epoca leader dell’‘ala moderata’. Il delitto potrebbe ragionevolmente avere anche la funzione di ‘messaggio’ al mondo politico palermitano e siciliano, affinché comprendesse che i ‘nuovi equilibri’ che si erano determinati in esso, non dovevano ostruire i canali attraverso i quali Cosa Nostra si era, da sempre, raccordata al circuito politico-istituzionale».
Michele Reina come Piersanti Mattarella o un avvertimento proprio per il Presidente della Regione Sicilia? O c’è dell’altro ancora mai dimostrato?
L’omicidio di Michele Reina sicuramente rappresentò l’inizio di una nuova strategia della Mafia siciliana che, nel 1979, avrebbe portato ad ulteriori attacchi nei confronti degli uomini delle istituzioni: Giorgio Boris Giuliano, dirigente della squadra mobile, e il giudice Cesare Terranova, che tornava in procura dopo l’esperienza da parlamentare e, soprattutto, come componente della Commissione parlamentare antimafia. Senza dimenticare il giornalista Mario Francese, ucciso nello stesso anno, dopo aver intuito che dentro Cosa Nostra stava accadendo qualcosa, che i Corleonesi si stavano preparando a «prendere» la Mafia. E tale manifesta volontà proseguiva nel 1980, con l’uccisione del presidente della regione, Piersanti Mattarella, a gennaio; l’eliminazione del capitano dei carabinieri Emanuele Basile a maggio; l’omicidio del procuratore Gaetano Costa ad agosto.
I Corleonesi, infatti, già tra il 1978 e il 1979 avevano assunto una posizione predominante all’interno della «Commissione», dopo l’eliminazione dei capimafia Giuseppe Di Cristina, Giuseppe Calderone, Filippo Giacalone, l’espulsione di Gaetano Badalamenti e l’erosione costante di prestigio e potere ai danni di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, esponenti della “borghesia mafiosa” di Cosa Nostra e da sempre fautori di una strategia più silente, corruttiva e collusiva, con il mondo imprenditoriale e istituzionale.
Per l’omicidio di Michele Reina, in seguito al processo sui delitti politici, sono stati condannati definitivamente Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Michele Greco, Francesco Madonia, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. L’esecutore materiale del delitto, però, non è mai stato identificato.

 

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