Caso Shalabayeva, in primo grado, condannati tutti gli imputati: cinque anni all’attuale questore di Palermo Cortese e al capo della Polfer Improta. Scatta anche l’interdizione

Il Questore di Palermo Renato Cortese catturò Giovanni Brusca  il 20 maggio del 1996

La vicenda risale al 2013, quando Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu espulsa dall’Italia insieme alla figlia per poi rientrare alla fine dello stesso anno dopo mesi di feroci polemiche. I giudici del tribunale di Perugia hanno emesso una sentenza molto più dura rispetto alle richieste avanzate dalla procura. Per Cortese e Improta, all’epoca rispettivamente capo della Mobile e responsabile dell’ufficio immigrazione a Roma, è stata decisa anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici

Tutti condannati, con pene molto più alte rispetto a quelle richieste dai pm al termine della requisitoria di fine settembre. Al termine di otto ore di camera di consiglio, i giudici del tribunale di Perugia hanno stabilito la colpevolezza per tutti gli imputati nel processo Shalabayeva. La vicenda risale al 2013, quando Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu espulsa dall’Italia insieme alla figlia per poi rientrare alla fine dello stesso anno dopo mesi di feroci polemiche. L’allora capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese, ora questore di Palermo, e l’attuale capo della Polfer Maurizio Improta (all’epoca responsabile dell’ufficio immigrazione a Roma) sono stati condannati a 5 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’accusa aveva chiesto poco più di due anni di carcere. Cinque anni anche per i due poliziotti Francesco Stampacchia e Luca Armeni, mentre gli agenti Stefano Leoni e Vincenzo Tramma sono stati condannati rispettivamente a tre anni e sei mesi di reclusione e quattro anni. Il giudice di pace Stefania Lavore, invece, è stata condannata alla pena di due anni e sei mesi. Per tutti gli imputati, ad eccezione di Lavore, è stato riconosciuto il sequestro di persona.

Alma e Aula Shalabayeva furono prelevate dalla polizia dopo un’irruzione nella loro abitazione di Casalpalocco il 29 maggio 2013. Le forze dell’ordine in realtà cercavano il marito, ma dopo un velocissimo iter giuridico-amministrativo la donna e la figlia furono caricate su un aereo privato messo a disposizione dalle stesse autorità di Astana con l’accusa di possesso di passaporto falso. A luglio 2013, in seguito alle polemiche per l’operazione, si dimise il capo di gabinetto del ministero dell’Interno Giuseppe Procaccini (“Per senso delle istituzioni”). Secondo le ricostruzioni, aveva infatti incontrato l’ambasciatore kazako Andrin Yelemessov per parlare dell’oppositore Ablyazov. L’allora capo del Viminale Angelino Alfano, invece, fu oggetto di una mozione di sfiducia, poi respinta dal Parlamento. Shalabayeva e la figlia lasciarono il Kazakistan il 24 dicembre dello stesso anno per fare ritorno in Italia.

 

Fonte: il Fatto Quotidiano

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