Se Roma venne definita Caput Mundi perché crocevia di scambi commerciali e culturali, cuore di uno dei più grandi imperi mai esistiti al mondo, non v’è dubbio che Palermo merita a pieno titolo di essere nominata Caput Mundi del sistema giudiziario. Palermo gioca, ed ha sempre giocato, un ruolo fondamentale nello scacchiere politico, mafioso ed economico isolano.

Su questi aspetti si sono scritte migliaia di pagine di atti giudiziari e articoli di giornali, eppure, sembra che nulla possa lacerare il velo di silenzio che ammanta il potere giudiziario di questa città che domina sull’intera isola, e non soltanto su questa.

Il perché forse è da ricercare nell’indole di un popolo stanco e sfiduciato che lascia che tutto accada senza neppure suscitare un minimo di indignazione. Un rigurgito di dignità di un popolo, lo si ebbe soltanto in occasione delle stragi del ’92, quando a tutti sembrava che qualcosa dovesse cambiare. Poi, il nulla. I processi, i misteri, i depistaggi.

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, diceva Tancredi. E chi aveva fatto parte di una classe dominante si adattò alla nuova situazione facendosi promotore di quella ventata di antimafia che nell’immaginario collettivo combatteva il cancro atavico dell’isola ma che in verità servì soltanto a conservare il potere e i privilegi di classe di quanti non avevano fatto nulla – se non le avevano addirittura favorite –  per impedire le stragi.

Lo aveva capito Paolo Borsellino, che in più circostanze lasciò trapelare le sue paure, i mille dubbi sui suoi stessi colleghi, a partire dai vertici della procura panormita. Per decenni abbiamo fatto finta di nulla. Per decenni  abbiamo voluto ignorare quali furono le ragioni che portarono alle stragi e ancora oggi, nonostante quanto emerso nel corso degli ultimi processi tenutisi a Caltanissetta – in particolare quello che ha portato alla condanna di Matteo Messina Denaro perché tra i mandanti delle stragi – ci ostiniamo a girarci dall’altro lato pur di non guardare in faccia la realtà.

Non sono più i tempi della cosiddetta stagione dei “veleni” al palazzo di giustizia di Palermo. Quelli dei contrasti tra Giovanni Falcone e Pietro Giammanco. Quelli dei dubbi di Paolo Borsellino. Cos’è cambiato? Il caso di Luca Palamara ci ha offerto lo spaccato di un sistema di correnti che stabilivano, e stabiliscono, le nomine ai vertici delle più importanti procure del Paese. Raccomandazioni, intrighi di palazzo, a volte con aspetti “piccanti” delle togate più in auge. Un letamaio che avrebbe dovuto indignare, portare all’immediato trasferimento dei magistrati coinvolti. Invece, il nulla. Ognuno rimane al suo posto. Forse, si arriverà a qualche provvedimento disciplinare. Un rimbrotto? Una tiratina d’orecchie? Uno scapaccione? Per molto meno, in altri ambiti, compreso quello politico, si sarebbe data la stura a processi con decine e decine di imputati.

Palamara paga la sua arroganza nell’aver voluto alzare la testa. Palamara decide di dimostrare  che è lui il deus ex machina delle nomine e lo fa usando il nome di Marcello Viola, un magistrato che viene riconosciuto vittima di giochi con i quali non ha nulla che spartire. La poltrona di procuratore capo di Roma rimane vacante per poi essere assegnata a Michele Prestipino, nell’ottica di una continuità con l’uscente Giuseppe Pignatone.

Una nomina discussa, oggetto di ricorsi il cui esito definitivo è ancora lontano da raggiungere.

Ma cosa c’entra Palermo? Basterebbe scorrere i nomi delle nomine più importanti degli ultimi decenni, dalla direzione nazionale antimafia, ai vertici delle procure, al consiglio superiore della magistratura, per rendersi conto di come Palermo sia la Caput Mundi del sistema giudiziario italiano.

Unica spada di Damocle, è Caltanissetta, la sede deputata per i procedimenti riguardanti i magistrati palermitani. Ragioni di opportunità vorrebbero che ai vertici di Caltanissetta andasse chi non ha alcun legame con la capitale siciliana. Così non è. La sede di Caltanissetta è una sede ambita alla quale – legittimamente, per carità -aspirano anche magistrati che lavorano o hanno lavorato fianco a fianco con coloro i quali domani potrebbero essere soggetti a indagini da parte della procura nissena. Senza considerare coloro i quali si ritrovano ad avere congiunti che lavorano presso la sede di possibili attività d’indagine. Quanta serenità e garanzie di trasparenza possono esserci in una simile circostanza?

Può apparire come una semplificazione di ciò che succede, ma è la verità. Nel caos più totale del sistema giudiziario italiano, Palermo detiene un potere quasi assoluto. In questo panorama desolante, la speranza poteva essere rappresentata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in nome dell’autonomia della magistratura si muovesse perché il Csm desse un taglio con il passato, perché venissero, quantomeno, trasferiti quanti hanno occupato una posizione di vertice nei vari tribunali, grazie ad accordi correntizi o di altro genere. Diversamente, il caso Palamara, che ha creato una ferita incurabile nella memoria di chi ancora credeva in una qualche forma di giustizia che non fosse unicamente quella divina, avrà creato una disillusione tale nei cittadini che perderanno le speranze di vedere amministrata la giustizia, non più gestita come mera forma di potere, e Palermo avrà più di una piovra che continuerà ad allungare i suoi tentacoli in direzione di tutti i centri nevralgici del Paese, compreso in quelle sedi deputate al controllo dell’operato dei magistrati panormiti.

Palermo Caput Mundi del sistema giudiziario!

Gian J. Morici

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