Questa mattina squilla il telefono: era il mio amico Massimo. La Corte d’Appello di Palermo ha confermato il decreto con cui il Tribunale aveva dissequestrato il patrimonio di Massimo e dei suoi fratelli. Merito agli avvocati Cucina, Tricoli e Mormino e al dottor Mostacci.

Di solito quando un uomo viene assolto dopo anni di detenzione esulta, viene preso da una gioia incontenibile perché la sentenza segna il ritorno ai propri affetti e alla libertà. Non è così per chi è coinvolto in un processo di prevenzione. Qui il decreto di dissequestro segna il passaggio da un girone infernale all’altro: dalle misure di prevenzione alla sezione fallimentare. Non c’è più un’azienda con la quale riprendere a lavorare, i danni sono incalcolabili, inserirsi nel mondo del lavoro è impossibile, ritornare a fare impresa neanche a parlarne.

Grande rammarico. A leggere il decreto di oggi mi chiedo: perché si è arrivati a tanto? C’era già stato un decreto di archiviazione che aveva smentito tutte le accuse contro i Niceta. Eppure, non bastava: ci sono voluti ben due procedimenti di prevenzione che hanno distrutto imprese e persone. Parcelle milionarie per periti, amministratori giudiziari, coadiutori; titoli sui giornali, clamorose ingiustizie che sono state fatte passare come “efficienza” della sezione misure di prevenzione nell’aggressione dei patrimoni “mafiosi”; aziende che sono state usate come bancomat e uffici di collocamento; fornitori non pagati e famiglie dei lavoratori messe in ginocchio in mezzo alla strada. Tutto questo per cosa? Il sequestro non andava fatto e (ciò che è peggio) c’erano già tutti gli elementi per non farlo.

Se volessi polemizzare, direi pure che il decreto di oggi ha archiviato le accuse di Angelo Niceta (ad onor del vero testimone e non pentito) come “assolutamente generiche” e “prive di qualsivoglia riscontro”, smentite dagli accertamenti della polizia giudiziaria. In lui era stata però riposta l’incondizionata fiducia della pubblica accusa; a lui è stata dedicata persino un’intera pagina Face Book che non manca di lanciare frecciate velenose contro di me e le iniziative di revisione del sistema delle misure di prevenzione che stiamo portando avanti con Nessuno tocchi Caino e il Partito Radicale.

Ma non è questo il punto. Il punto, per noi, è sempre stato quello di evitare che quanto è successo ai Niceta, ai Cavallotti, ai Lena, agli Alfano, ai Candela, ai Funaro, agli Amodeo e a tante altre brave persone possa ripetersi ancora. Oggi la polemica deve lasciare spazio alla riflessione. Ad un’amara riflessione.

Quella della famiglia Niceta non è solo la storia di un’azienda storica cancellata per sempre dal tessuto economico palermitano. Per me, è qualcosa di peggio: è la storia di un amico che ho visto soffrire. Un uomo che alla soglia dei 50 anni non sa cosa fare della propria vita, che vive con l’angoscia di non poter dare un futuro ai suoi tre figli minorenni. Una persona che non sa come arrivare alla fine del mese. Ho visto scene di disperazione ma ho visto in lui la capacità di rialzarsi dopo dure batoste.

Massimo, nonostante tutto, non ha perso la forza di lottare. Si è reinventato un lavoro umile, dando quotidianamente lezioni di dignità con il suo saper vivere.

Con Massimo abbiamo cominciato durante il regime Saguto, quando era impensabile solo mettere in discussione quel sistema perverso e tentacolare. Abbiamo condiviso l’idea di raccontare al mondo gli scempi che si consumano all’ombra delle misure di prevenzione, mettendoci la faccia, con il rispetto nelle Istituzioni e la pretesa di rispetto dei nostri diritti da parte delle Istituzioni. Non abbiamo mai attaccato nessuno, abbiamo sempre cercato la giustizia al posto della vendetta. Di strada ne abbiamo fatta e ne faremo ancora. Che Massimo possa essere da esempio di resilienza per tutti coloro in questo momento pensano di abbandonare la speranza. Siate voi stessi speranza, come lo è stato Massimo.

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