Questa bellissima terra, la Sicilia, ne ha viste tante di vergogne . Ha conosciuti ogni possibile maleficio utile a nascondere la verità. Una terra dove non sai mai da che parte sta la Giustizia di Stato. Un luogo dove i poteri più o meno occulti hanno trovato spazio per le loro porcherie a scapito anche di gente onesta e perbene.Una terra massacrata dalla mafia e dalle complicità dei palazzi del potere con i boss. Pubblichiamo il contenuto di un post pubblicato da Attilio Bolzoni su Facebook, giornalista veramente libero, dove ricorda la sua triste esperienza dell’arresto avvenuto nel 1988 insieme a Saverio Lodato, per volontà del Procuratore di Palermo del tempo, il castelvetranese, Curti Giardina. Una vicenda tutta da capire. L’ennesimo episodio, grave in tutto il suo procedere, che mette in evidenza il ruolo non sempre trasparente tenuto da alcune procure siciliane. Le inchieste di mafia, stranamente, finiscono spesso per avere contorni da romanzi di scuola francese. Depistaggi, documenti che spariscono, agende rosse trafugate, mafiosi come Matteo Messina Denaro che dopo 28 anni e decenni di inchieste non si trovano, covi di boss non perquisiti insomma, in Sicilia, non ci siamo fatti mancare nulla

Ecco cosa scrive Attilio Bolzoni

PERICOLOSI!
Rovistando nei cassetti alla ricerca di qualche foto per il mio nuovo sito (è in costruzione) ho trovato la prima pagina del giornale L’Ora del 17 marzo 1988.
Quello a sinistra è Saverio Lodato, al tempo corrispondente dell’Unità dalla Sicilia. Quello a destra sembro proprio io.
Ero corrispondente di Repubblica da Palermo.

Il giorno prima eravamo stati arrestati per uno scoop su mafia e politica. Violazione del segreto istruttorio. Ma siccome per violazione del segreto istruttorio non potevamo finire in galera, alcuni magistrati si inventarono – grottescamente e velenosamente – l’accusa di concorso in peculato. Avevamo sottratto carte che erano “bene dello Stato”: i verbali del pentito Antonino Calderone, qualche centinaia di pagine dove si svelavano le collusioni fra boss e mammasantissima del Palazzo.
Il magistrato che firmò quell’ordine di cattura contro Lodato e contro di me, come procuratore capo della repubblica nei due anni precedenti nella misteriosa Palermo non aveva arrestato nemmeno un ladro di galline. Si chiamava Salvatore Curti Giardina, aveva amici potenti e non vedeva l’ora di compiacerli.
Nell’ordine di cattura ci definì con quell’aggettivo un po’ spinto: «PERICOLOSI!».

Ci portarono nel supercarcere di Termini Imerese.

Lì passammo una tranquilla settimana di “villeggiatura”.
Il primo a difenderci fu il giudice Giovanni Falcone con un’intervista a “La Sicilia”, in carcere ci venne a trovare quel galantuomo di Gerardo Chiaramonte che era il presidente della Commissione parlamentare antimafia (con lui l’amico deputato Nino Mannino, da non confondere assolutamente con l’altro Mannino, Lillo), la presidente della Camera Nilde Iotti ci inviò un affettuoso messaggio, i giudici di Magistratura Democratica firmarono un documento contro il procuratore che mise il suo nome su quell’ordine di cattura.

In carcere siamo venuti a conoscenza che Curti Giardina avrebbe voluto arrestare anche un terzo giornalista, Francesco Vitale (oggi caporedattore al Tg 2), che dalle colonne del giornale “L’Ora” rilanciava al pomeriggio i nostri articoli commentandoli. Qualcuno consigliò alla prudenza il procuratore: non puoi arrestarne tre, perché tre fanno “associazione”.
Dopo qualche mese il giudice istruttore Renato Grillo ci prosciolse dalla ridicola accusa di concorso in peculato.
Nel frattempo eravamo usciti dai “Cavallacci” di Termini Imerese.
Fuori, ad aspettarmi, trovai parenti e tantissimi amici. La famiglia Viviano era al completo. Francolino, i suoi tre figli Totò e Walter e Fulvio e sua madre, la signora Enza.
Corsi a casa e scrissi subito un articolo per il giornale.
Rivedendo questa prima pagina dell’Ora e quella scritta – PERICOLOSI! – dopo più di trent’anni non penso più che il procuratore Curti Giardina sia stato vittima del livore o succube delle sue amicizie. Al contrario. Credo che abbia agito per legittimo interesse, direi per autodifesa.
Per gente come lui, in quella Palermo, forse eravamo davvero pericolosi
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