Nicola Borzi: il segreto di Stato come clava contro il giornalismo investigativo

Il giornalista Nicola Borzi, insieme al collega Francesco Bonazzi, verrà processato per l’indagine sulla Banca Popolare di Vicenza il 22 aprile prossimo. Lo ha deciso a dicembre il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma. La vicenda è ormai nota: la pubblicazione dei conti correnti relativi all’intelligence italiana non è piaciuta agli organi di Stato. Tuttavia il caso merita un approfondimento, seppur breve, per comprendere la gravità del contesto di tale accusa.

Gli attori in campo sono: l’intelligence, il ‘sistema’ Montante, anche detto la mafiadell’antimafia, la Banca Popolare di Vicenza e la sua controllata Banca Nuova. Mai prima d’ora si era parlato tanto di servizi segreti sui media nazionali. Prima la delega che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non vuole cedere ai partiti, poi la ‘denuncia’ di Renzi sulla creazione di una Fondazione privata per la cyber-sicurezza spuntata a sorpresa durante i Dpcm e infine la sua scomparsa dalla Legge di Bilancio 2021.

Senza contare che la promozione della cultura dello spionaggio è in marcia già da qualche anno. Lo stesso Renzi nel 2016, durante il suo mandato, aveva spinto per una Agenzia di sicurezza informatica proponendo un suo uomo alla guida, Marco Carrai, collegato ad una fitta rete di rapporti nazionali e all’intelligence israeliana. Il problema non è di poco conto per l’Italia che, come noti storici dell’argomento hanno dimostrato, ha visto vicende oscure agganciarsi all’intreccio di ‘servizi’ legati alle diverse organizzazioni politiche, militari o economiche.

Meno si è parlato di Banca Nuova, la controllata del gruppo Banca Popolare di Vicenza, dal giugno 2017 del gruppo Intesa Sanpaolo dopo un salvataggio finanziato dal Governo. Secondo l’inchiesta del giornalista Paolo Mondani per Report nel novembre 2018, Banca Nuova fu una creazione del SISMI, ed esattamente di Nicolò Pollari, Generale della Guardia di Finanza ed ex SISMI. La smentita di Pollari sul Fatto del 12 novembre 2018 non fa cadere la connessione tra DIS, AISI, AISE e il distaccamento siciliano della BpVi.

Il fallimento dell’Istituto bancario mette in luce un groviglio che collega istituzioni, Confindustria Sicilia e attività mafiose. Autorevoli i nomi dei correntisti tra cui Vito Ciancimino, l’ex ministro agli interni Angelino Alfano e Finmeccanica, mentre, sempre secondo Report, Gianni Letta presenziava nel CdA. Tra il 2015 e il 2017 Attilio Bolzoni indaga per La Repubblica l’attività di Antonello Montante, giovane presidente della Confindustria siciliana e “imprenditore di biciclette” che si propone nella regione come l’uomo della legalità. Montante aveva attorno a sè amici provenienti dalle istituzioni: Arturo Esposito, allora capo dell’AISI, Renato Schifani ex Presidente del Senato, Angelo Cuva Prof. di diritto finanziario ed esperto di giustizia tributaria, più una pletora di esponenti delle forze dell’ordine, colonnelli, ispettori di polizia, funzionari della Questura di Palermo e della Guardia di Finanza.

Nicola Borzi

Un “sistema”, quello di Montante, che gli aveva permesso di sviluppare un progetto egemonico di potere di stampo mafioso sotto l’egida dell’antimafia. E questo grazie al sodalizio con funzionari chiave. I contatti con l’intelligence servivano a controllare le informazioni sul suo conto e dossierare, con dati riservati e intercettazioni, centinaia di persone tra cui giornalisti, politici e magistrati.

La vicenda Montante si inseriva e connetteva con i conti di Banca Nuova. Facendo un passo indietro, nel 2000 Banca del Popolo di Trapani – in seguito diverrà Banca Nuova – veniva acquistata da Zonin, presidente della BpVi, per il doppio del suo valore patrimoniale. Il contesto non è dei più trasparenti, attorno alla banca gravita la mafia locale. Nel 2009 tre assemblee di Banca Nuova e l’Istituto di credito vicentino portano a una sorta di ristrutturazione interna, l’acquisizione dell’Istituto di Palermo e un salvataggio attraverso la ricostituzione del patrimonio da parte di BpVi.

Sono questi gli anni in cui, nella direzione generale romana di via Nazionale 230, Banca Nuova diventa un crocevia di incontri tra servizi segreti deviati, il presidente alla legalità di Confindustria Montante e personalità delle istituzioni. Nello stesso stabile sta lavorando Pio Pompa sui dossieraggi illeciti di magistrati, politici e giornalisti, su cui più tardi Palazzo
Chigi calerà il segreto di Stato, mentre in seguito scatterà la prescrizione dei reati.

L’inchiesta giornalistica di Nicola Borzi sul fallimento della Popolare di Vicenza porta alla pubblicazione su Il Sole24 Ore degli articoli del 16  e  17 novembre 2017 intitolati proprio al collegamento tra la Banca e i Servizi segreti italiani. Non vi compaiono i nomi dei correntisti e il lettore è avvertito: “è impossibile stabilire se le identità siano reali, poiché con i normali strumenti giornalistici non è dato accertare eventuali omonimie.” scrive il Borzi.  Ma dalla documentazione che il giornalista raccoglie sembra emergere  una consistente relazione, più di natura politica che di servizio, tra il gruppo bancario, le Agenzie per la sicurezza nazionale e la Presidenza del Consiglio.

Date, nomi, entità e finalità delle 1600 operazioni dal 2009 al 2013 in una sorta di BpVi leaks, ricostruiscono le vicende del gruppo di Zonin comprese le filiali romane e palermitane di Banca Nuova.  Pochi giorni dopo la stampa del pezzo, la Guardia di Finanza irrompe nell’ufficio del giornalista in redazione, sequestrando archivi e computer. Solo 15 mesi dopo la Procura notifica a Borzi la conclusione delle indagini a suo carico (apertura peraltro mai notificata) e gli viene contestato il reato di violazione di segreto di Stato.

L’Odg Lombardia si schiera con il giornalista. Molti gli attestati di solidarietà in attesa del processo. Il 17 dicembre 2020 alcuni senatori presentano una interpellanza indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia chiedendo di rivedere il caso di Borzi e del collega Bonazzi. In particolare si chiede di sapere: “se il Governo non ritenga che nel caso di specie siano stati lesi il diritto alla libertà d’informazione e alla tutela del segreto professionale e della riservatezza delle fonti; se non ritenga opportuno verificare l’eventuale presenza di conflitti di interesse o di irregolarità nel procedimento in capo ai due giornalisti, rei solo di aver esercitato la propria professione.”

Chiuso il processo a Montante con una condanna a 14 anni, risolto il fallimento della BpVi, inconclusa l’indagine della trattativa Stato-mafia, rimane lo sconcerto per una risposta sproporzionata della Procura di Roma al lavoro di inchiesta di un bravo giornalista. È chiaro che nella vicenda Borzi non vi è solo un esempio del perché l’Italia sia scesa al 41° posto nella classifica sulla libertà di stampa ma è anche un indizio per comprendere le scelte, o le costrizioni, che l’Italia sta facendo in tema di democrazia.

Infine la sproporzionata reazione nei confronti del giornalista riesce anche a far emergere una visione poco coesa degli apparati statuali, esacerbando la già radicata diffidenza dell’opinione pubblica nei confronti degli organi di sicurezza e giustizia, proprio laddove il Governo indirizza i suoi sforzi per ristabilire e promuovere quella cultura della sicurezza e della legalità.

Federica Riva
twitter sbavaglio
federica.riva31@gmail.com

 

Nicola Borzi: il segreto di Stato come clava contro il giornalismo investigativo