Bancarotta, di Enzo Basso, è un accorato ed impietoso memoriale sui mali della giustizia. È una puntuale analisi della sua amara ed allucinante esperienza personale. E’ la spiegazione pedissequa di come, in Italia, vengono negati, violentati e stuprati lo Stato di Diritto, la libertà di parola e la libertà di informazione. Arrestato nell’ottobre del 2017, con l’accusa di bancarotta, il giornalista messinese è il fondatore dello storico periodico ‘Centonove’;  giornale portato al fallimento ed alla chiusura da un amministratore giudiziario. In ‘Bancarotta’, uscito in questi giorni, Basso ci spiega cosa è realmente successo. Bisognava togliere di mezzo un uomo ed una testata giornalistica scomoda, soprattutto per dei finti professionisti dell’antimafia che armeggiano dentro le istituzioni, magistratura compresa, ovviamente. E ci sono riusciti. In un modo o nell’altro. Dove per altro intendiamo i soliti sistemi sbarazzini riconducibili forse ad un unico ‘sistema’, quello sapientemente illustrato dall’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara. È sempre lo stesso ‘sistema’, io nel mio libro l’ho chiamato ‘Sistema Montante’, Palamara ed il giornalista Sallusti, nel loro libro, lo hanno definito semplicemente ‘Sistema’. Abbiamo scoperto l’acqua calda, mi direte, quando parliamo delle promiscuità tra potere politico e magistratura. Storia vecchia! Sono persino caduti Governi nazionali a colpi di clava giudiziaria. Per non parlare dei clamorosi e tragici depistaggi relativi alle stragi di mafia. Ma, come si sa, al peggio non c’è mai fine. Forse nel Messinese, abbiamo toccato il fondo.

Da quelle parti la parola d’ordine, quando ci si occupa di casi scottanti, è archiviare! Se poi ci si imbatte in un avvocato e faccendiere come Calafiore, si invoca e si ottiene, assai facilmente, la clemenza della corte messinese che, in questi casi, non ha limiti. Tanto da spingere il magistrato della locale Procura Generale, Felice Lima, ad andare su tutte le furie ed a sollevare più che il caso, un vero casino. Anche nelle opportune sedi giudiziarie: leggasi Procura Generale presso la Cassazione e CSM. Ma Calafiore è Calafiore e gli altri non sono un cazzo, avrebbe esclamato il Marchese del Grillo. Calafiore è colui il quale, assieme al suo collega più illustre, un certo Amara (di cui per primo, sempre Enzo Basso, qualche anno fa si è occupato in un altro libro profetico dal titolo ‘Da Amara a Palamara’), dispensava incarichi a destra ed a manca, anche e soprattutto a fratelli di potenti magistrati, per conto dell’ENI. Lo scopo della semina, per la precisione, di 400 milioni di euro, di questi due, più che avvocati,  intermediari giudiziari, era quello di vincere, a qualsiasi costo, anche economico ovviamente, qualsiasi causa. Specie quelle in cui l’inquinamento, i tumori e le morti la fanno da padroni, lungo le devastate coste siciliane ed oltre, dove il petrolio è la materia prima per fare soldi a palate. Basso, assieme a qualche altro giornalista scalmanato, imprudente e poco accorto, nel corso dei gloriosi 25 anni di attività della sua creatura, ‘Centonove’, uccisa dal ‘sistema Messina’ o Montante se preferite, si è spinto troppo in là. Doveva rimanere un po’ più in qua! Pensate un po’, si è occupato anche di quelle che, in gergo ‘montantiano’ si chiamano interessenze. Ci riferiamo, per essere chiari, proprio ai rapporti di alcuni magistrati, molti per la verità, con l’ex paladino dell’antimafia, Antonello Montante, adesso caduto in disgrazia. Uno di questi magistrati che oggi rinnega, anche a colpi di querele, questi rapporti è, guarda caso, il capo della Procura di Messina, Maurizio De Lucia che sostiene l’accusa di bancarotta contro Basso.

Ci piace, a questo punto, senza aggiungere altro, proporvi la lettura dell’affresco del giornalista messinese,  relativo al suo accusatore, tratto dal suo libro, fresco di stampa…

“Ma a lasciare l’amaro in bocca è un altro fatto: quello di Maurizio De Lucia con Montante è un rapporto che nasce da lontano. I primi incontri negli appunti riservati di Montante sono annotati a far data dall’undici novembre 2009. Incontri e cene in via Veneto con Beppe, che si presume essere Lumia, alla Dda; due settimane dopo con Linda, che si presume essere la Vancheri, ex assessore alle Attività produttive; il 17 dicembre “con la collega Emma”, che si presume essere la Marcegaglia, presidente dell’Eni, il cane a sei zampe, il settimo gruppo petrolifero mondiale: Emma ha preso sotto la sua ala Antonello Montante, affidandogli poi la delicata delega alla legalità. Non c’è nulla di male se un procuratore va a cena o a pranzo da Tullio, al Bernini, o alla trattoria Due Colonne di via dei Serpenti con Cortese, Nigro o De Simone: sono normali relazioni. Non è normale però che un magistrato della Dna il 13 febbraio 2015, quando si sa che Montante è già indagato per concorso esterno, gli invii un messaggio: “Con affetto sono con te, tieni duro che passerà.”, su un numero criptato, scrupolosamente annotato da Antonello Montante nei suoi fogli Excel: “sul 1033436”. Ma a chi salta in testa mai di annotare ogni volta i numeri di serie e le telefonate, come fanno il colonnello transitato ai Servizi Pino D’Agata o lo stesso Montante? È uno strano modo di procedere, di gente abituata a fare continue relazioni, oppure sono appunti per possibili, futuri, inconfessabili ricatti? Che cosa c’è mai dietro questa voglia di amanuensi, eremiti degli appunti, che prima e dopo una cena poi annotano? Certo lascia perplessi il fatto che un magistrato della Direzione nazionale antimafia, che scopre un suo amico indagato per concorso esterno scriva: “Tieni duro, passerà”. Non è un privilegio che capita a tanti indagati per reati gravi e associativi della portata di Montante, reati consumati in un lungo lasso di tempo, mentre il Paladino Antimafia che presiedeva Confindustria Sicilia, faceva e disfaceva governi, portava valigie di soldi in contanti di incerta provenienza e le metteva sotto il letto nella sua casa di Milano. La posizione del procuratore Maurizio De Lucia è stata segnalata dai magistrati di Caltanissetta ai colleghi di Perugia, che lo indagano e poi ne archiviano la posizione con decreto firmato il ventisei giugno del 2019 dalla giudice per le indagini preliminari Lidia Brutti che in premessa al suo provvedimento accoglie le tesi del Pm, rilevando però che “gli elementi acquisiti non assumono sufficiente concretezza ed univocità e pertanto non sono idonei a supportare l’ipotesi investigativa Le evidenze investigative della presenza dell’uomo della Security di Montante nei registri della Dna di Roma, dove si trovava Maurizio De Lucia, il dieci marzo 2016, il 29 aprile del 2016 e l’8 settembre del 2016, che Diego Perricone De Simone aveva smentito ai magistrati di Caltanissetta, risultano confermate nei registri della Direzione antimafia a Roma. Le ammette, interrogato, lo stesso procuratore De Lucia. Si resta perplessi però sulle esternazioni che Diego De Simone sciorina a Montante subito dopo questi furtivi incontri a proposito dell’indagine che riguarda il suo capo: “È indirizzata dove sappiamo, assolutamente è indirizzata lì, anche se la stanno facendo vastasa, anche se siamo fuori dalle regole…” Diego Perricone fa parte però della squadra di fedelissimi ai quali Antonello Montante ordina: “Prima dobbiamo strudere Centonove, a Repubblica ci pensiamo poi dopo.”. Quali sono i sistemi per strudere, Centonove? Non si sa. È legittimo però chiederselo alla luce di tutte le evidenze investigative sulle attività abusive che poi la Procura di Caltanissetta accerta, monitora e contesta agli indagati che saranno poi condannati. I tentativi portati a termine contro Repubblica li ha svelati il giornalista Attilio Bolzoni. Lo chiama il direttore Ezio Mauro: all’allora editore di Repubblica, l’ingegnere Carlo de Benedetti, la cui moglie Silvia Cornacchia è stata nel dicembre del 2018 testimone del suo matrimonio con la manager inglese Amanda Succi al Castello trecentesco dei Chiaramonte di Siculiana, si rivolge l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco, che prova a difendere l’operato di Montante. Ezio Mauro, dice Bolzoni, tiene però la barra dritta. Nel corso di un incontro in Piazza Cairoli, Rosario Crocetta mi dice che il giornalista Gianpiero Casagni è l’addetto stampa occulto dell’ex presidente degli industriali nisseni Pietro Di Vincenzo, uno che è stato indagato per la mafia degli appalti in Sicilia. Prendo il telefono, faccio il numero di Casagni e lo passo a Crocetta: “Spiegalo a lui”. Sono entrambi di Gela e si conoscono. Sento che finiscono con il parlare di tutt’altro. Ma è nebuloso in tutta questa vicenda il ruolo dei giornalisti. Nell’inchiesta della procura di Caltanissetta si apre un fascicolo a parte sull’informazione deviata, paludata, prezzolata che suona la grancassa sotto l’abile regia del produttore di ammortizzatori e di torroni di Serradifalco. I cattivi vengono tutti individuati e spiati. Centonove, Attilio Bolzoni, le Iene sicule di Marco Benanti. Su ognuno si fanno circolare ad arte veleni. Bolzoni ha chiesto che gli si finanziasse un film e a suo fratello, un assicuratore, è stato assegnato l’incarico senza gara delle polizze di tutte le sedi Asi confluite nell’Irsap presieduto dal geometra Alfonso Cicero, un ex fedelissimo di Montante che riferisce ogni minuzia con messaggini affettuosi, “pre.” che sta per presidente, poi divenuto un acerrimo nemico. Come l’ex assessore all’Industria Marco Venturi che prende le distanze dal Cavaliere di legalità con un’intervista a Repubblica. Un quadro che svela una rete impensabile di complicità: dai magistrati che chiedono posti di lavoro, ai giornalisti che avanzano nella loro carriera, perfino scalando la Rai. Il pericolo numero uno però non è Bolzoni che poi scriverà un libro su questa vicenda. Le attività, come ha ordinato Montante, si concentrano sulla Editoriale Centonove srl. La trasmissione Report, l’unica che dedica una inchiesta a questa torbida vicenda, scopre che nella Banca Nuova del vicentino Zonin opera un nucleo dei Servizi. Quali? Sbarcata in Sicilia, Banca Nuova prende in mano i conti della tesoreria dell’Ars, l’assemblea regionale siciliana, ed è gestore della misura Por 3.14, innovazione e ricerca, la stessa che bloccherà le erogazioni dei fondi certificati da Centonove, mettendo la società in grave difficoltà. Solo coincidenze? A Caltanissetta intanto arriva una denuncia dell’ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Segnala le telefonate confidenziali tra il suo procuratore capo Francesco Messineo e il direttore generale di Banca Nuova, Francesco Majolini, a proposito di una indagine di usura, dalla quale Majolini verrà poi assolto in Appello. In quella circostanza circola un fitto elenco di nomi di persone assunte in banca: figurano i figli di magistrati e di politici. È questo il Contesto della Sicilia. Una regione dove si media su tutto e che vanta per la categoria dei giornalisti, un tristissimo primato: per tre che fanno con coscienza e rischio il loro lavoro, senza derogare al patto di fiducia verso i lettori, se ne scoprono altri trenta che sono ammaliati dalle sirene del potere e si mettono al suo servizio. L’Ordine dei Giornalisti mette sotto procedimento disciplinare me e poi Casagni. Ma è singolare che poi il Tribunale di Caltanissetta riconosca l’indennizzo per la parte civile di cinquemila euro simbolici a Enzo Basso e Graziella Lombardo di Centonove, ad Attilio Bolzoni di Repubblica, Marco Benanti de Le Iene Sicule e all’ex sindaco di Racalmuto Salvatore Petrotto, raggiunto da avviso di garanzia per concorso esterno: era entrato in forte contrasto coi gestori della discarica di Siculiana, vicini a Montante. A Giampiero Casagni di Centonove, preso di mira e dileggiato con la falsa accusa della microspia, viene riconosciuto un risarcimento triplicato: quindicimila euro. Ma è grazie al lavoro di questi giornalisti che all’Ordine Regionale, che si è costituto parte civile, viene riconosciuto un risarcimento morale: trentamila euro. Si valuta il grave danno di immagine patito dalla categoria dei giornalisti. È lo stesso Ordine che mi ha sospeso dall’Albo su richiesta della Procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia. Sono i giornalisti che mi hanno poi cancellato dalla gerenza del Giornale di Sicilia, la testata che per anni ha sempre orgogliosamente sventolato il suo credo garantista. Tieni duro passerà, raccomanda Maurizio De Lucia all’indagato Antonello Montante. Ma è il tempo il maggiore nemico di chi finisce nella trappola della giustizia-lumaca. Chi non sente di avere nessuna colpa, se non quella di avere fatto il proprio mestiere tra le mille difficoltà che ho raccontato e non sceglie il rito abbreviato che decide tutto allo stato delle cose con le carte truccate che sono state presentate, chiede si svolga solo un giusto processo. Ora quando sono sulla via di ritorno verso casa, è già mezzogiorno passato e da casa mi reclamano, “dove sei finito?”, mi diverto a stilare i capi di imputazione da presentare a chi ha portato avanti questa indagine, alterando i diritti dell’imputato, gli stessi che vengono sbandierati quando si parla da anni e anni di riforma del sistema giustizia. Conto più di cento reati consumati contro di me. Primo dei quali, è quello che tutte le carte, i fascicoli utili per la difesa, sono state sequestrate nella sede di 109Press, dove c’era la mia vita: non sono mai stati restituiti. Nel mio esame di coscienza rifletto anche sul modo di fare il mestiere di giornalista. Che pena gli articoli che ho letto. Quello che ho raccontato in queste pagine, nei resoconti, è diventato il sunto del comunicato della Guardia di Finanza. Chiedo un accesso agli atti e vedo che in tanti non sanno neanche copiare”.

(Brano estrapolato dal capitolo 9 del libro ‘Bancarotta’ di Enzo Basso)

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